SULLE STRADE DELLA SPERANZA

SULLE STRADE DELLA SPERANZA

SULLE STRADE DELLA SPERANZA:

il Covid ci ha segnati tutti impoverendoci

economicamente e affettivamente

Quelle morti di massa causate dal coronavirus, impresse nella memoria, sollevano più problemi di quelli evocati dal semplice morire umano. Le cause di tale evento catalizzano l’attenzione e turbano profondamente, mettendo in discussione lo stesso stile di vita, generato da una economia che ha preso il sopravvento sul valore dell’esistenza stessa. La tragedia delle tante vite bruscamente stroncate, gli effetti a lungo termine su una comunità o una società testimone di quelle morti, vanno al di là di ogni calcolo: sono colpiti l’individuo, la famiglia e la società. Oltre a considerare il Covid un male misterioso e la maniera in cui le persone sono morte, ci si chiede se, alla luce di queste morti di massa, possa esserci un futuro degno degli esseri umani.

Una delle caratteristiche peggiori della morte di massa è la scomparsa delle persone senza lasciar traccia: sono soltanto parte di numeri e statistiche citate nelle monotone conferenze-stampa; il loro morire, nel momento estremo di lasciare questo mondo, è stato privato delle caratteristiche di un contatto dignitoso con gli altri. Costoro, morti nel caos, non si possono dimenticare. Essi chiedono memoria, proprio perché la loro vita non si è realizzata, ma è stata stroncata rendendoci tutti più poveri.

A chi appartiene la speranza?

La speranza è dei poveri e per i poveri. Non la si potrà celebrare senza captare nel nostro mondo attuale quelle manifestazioni di bene che molte volte, contro ogni aspettativa, tengono viva la speranza dei poveri. La speranza è destinata anzitutto ai poveri, alle vittime di questo mondo e ai “crocifissi”.

Abbiamo più che mai bisogno di saggezza nel captare le trasformazioni, nel definire la direzione sicura e saggia, nel progettare il sogno che ci farà da guida per dare priorità alle azioni concrete e tradurre questo sogno in realtà.

Covid e quarantena

I periodi di “quarantena” sono emblematici. Lo smettere di produrre, per rivedere la nostra relazionalità, sancisce un grosso interrogativo sulla competizione economica globalizzante. Questa è legata a contraddizioni e conflitti provocati dalla sfrenata volontà di profitto a qualunque costo, riducendo l’esistenza a un marketing: è un vero cataclisma sociale! È il risultato diretto di una forma di organizzazione economico-politica e sociale che assicura il privilegio di pochi (dei più forti) al prezzo dello sfruttamento e della miseria delle grandi maggioranze. In passato si è progettato un tipo di sviluppo senza misurarne le conseguenze sulla natura e sulle relazioni sociali: uno sviluppo altamente predatorio e iniquo.

Il dovere di annunciare e di lottare per un altro mondo non nasce dalla posizione filosofica o religiosa di negare il carattere assoluto del mondo attuale, ma principalmente dalle gravi crisi sociali (miseria, disoccupazione strutturale, esclusione sociale, violenza, ecc.) e dalla crisi ambientale generate dall’attuale modello di globalizzazione economica. L’attuale sistema economico-sociale è ingiusto e insostenibile.

Abbiamo bisogno di un’economia diversa… Ma la nuova economia politica si raggiungerà solamente quando prevarrà un’altra scala di valori. Invece dello sfrenato profitto del singolo e dell’impresa deve prevalere la solidarietà, la partecipazione e la condivisione.

Occorre una “rivoluzione spirituale”

Serve, più che una lotta agli “affari” delle multinazionali, una vera “rivoluzione spirituale”: una spiritualità vissuta come un cammino che ci porta a scoprire la nostra condizione umana e a riconciliarci con essa. Tale riconciliazione ha luogo e allo stesso tempo ci arricchisce nella misura in cui condividiamo con altre persone le sofferenze, le paure, le insicurezze e la compassione, come pure le speranze, le lotte, le gioie e la solidarietà. Senza l’incontro con le persone che soffrono – l’incontro che avviene nella compassione e nella lotta solidale – non c’è incontro con me stesso e con lo Spirito che soffia fra di noi. Senza tali incontri non c’è riconciliazione così come senza la rivoluzione spirituale non ci sarà né una vera rivoluzione economica, né sogni futuri condivisi. Quali sogni allora alimentano la nostra speranza? Quali utopie ci aprono al futuro? Che valori nuovi danno senso alla nostra vita personale e sociale? Che nome diamo al Mistero che ci circonda e con quali simboli, feste e danze lo celebriamo?

I sogni hanno una importanza grandissima! Muoiono le ideologie, invecchiano le filosofie, ma i sogni rimangono. Sono essi l’humus che permette continuamente di progettare nuove forme di convivenza sociale, dove la “re-lazione” e la complementarietà con tutti diventano una esigenza vitale. Sarà per questo una civiltà che darà un posto centrale alla “re-ligione” (da re-ligare) come istanza che si propone di ri-legare tra loro tutte le cose, perché le si avverte come preziose. Poco importa il tipo di religione: purché essa sia quell’esperienza radicale che riesce a “ri-legare” tutte le cose e a dar vita a un senso di integrazione necessaria in cui ognuno si senta prezioso.

Tra Emmaus e Babilonia

Qui si impone l’indicazione: seguiamo la via di Emmaus della condivisione e dell’ospitalità verso tutti gli abitanti della nave spaziale “Terra”, oppure scegliamo l’esperienza della Babilonia, della tribolazione e della desolazione? Questa volta non ci sarà un’arca di Noè a salvare alcuni e lasciar perire tutti gli altri: o ci salviamo tutti o periremo tutti.

(cfr. Messis)

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