VIAGGIO NELLA CULTURA MALGASCIA

VIAGGIO NELLA CULTURA MALGASCIA

Viaggio nella cultura malgascia

 

“Cultura” è il vasto complesso di esperienze, credenze, atteggiamenti, messaggi rituali che un popolo vive ed esprime in insegnamenti. L’inculturazione è l’atteggiamento di chi s’inserisce in quel popolo con un atteggiamento di osservazione, ascolto, comprensione, rispetto e accoglienza di quanto viene vissuto.

Per realizzare questo occorre il silenzio per ascolta­re l’altro e l’attenzione per ve­derlo. Senza questi momenti non è possibile lo scambio di valori.

In Madagascar il cristianesimo ha intrapreso questo cammino con l’occhio attento ai “dannati della terra”, gli ultimi, gli sfruttati, i senza parola: è l’impegno politico dell’episcopato locale ri­velatosi determinante per una equilibrata gestione dello stato soprattutto nei disordini del 1991 e nel 2002.

             Il Madagascar

Quarta isola del mondo, il Madagascar è costituito da un insieme di altipiani e di pianure all’ovest e al sud. Si estende su una superficie di 587.041 Kmq. Per il colore della terra, è chiamata l’Isola rossa, perché ricca di ferro. È col­lo­cata nell’oceano indiano a 400 Km dalle coste africane del Mozambico. Le diverse regioni sono caratterizzate da un clima tropicale che passa dalla forte piovosità del nord al clima caldo e secco del sud e dell’ovest. Ha i suoi monti, fiumi e foreste. Purtroppo la natura è continuamente rovinata dagli incendi, che costituiscono una vera piaga non solo per il Madagascar, ma per l’intera Africa, e dal disboscamento selvaggio: taglio di alberi dal legno prezioso (bois de rose, palissandro, legno di foresta), dal taglio di alberi per il carbone (materiale usato in grande quantità dalla popolazione per la cucina) e da alberi ancora giovani usati come ponteggi nell’edilizia. Ma al disboscamento purtroppo non segue un impegno di rimboschimento. 

            L’economia e la politica

La popolazione attuale del Madagascar è di 26,26 milioni di abitanti (stima 2018), di cui circa la metà si aggira intorno ai 20 anni. L’80% si dedica all’attività agricola, coltivando riso, arachidi, granoturco, tabacco, cotone, canna da zucchero e frutti tropicali; anche la pesca è molto praticata. Ma l’agricoltura spesso è alla mercé dei fenomeni atmosferici, in quanto mancano le pur minime infrastrutture: basta un ciclone (molto frequenti in Madagascar) o un semplice acquazzone per rovinare un intero raccolto di riso e mettere sul lastrico interi villaggi.

Il Madagascar è ricco anche di minerali. Ma questo settore è nelle mani di multinazionali straniere, che beneficiano di un sistema d’incentivi fiscali a scapito della Nazione quale frutto di una dilagante corruzione. Un professore malgascio di fisica atomica diceva: “Il Madagascar sta svendendo oggi, quello che comprerà a caro prezzo domani”.

L’orizzonte economico del Madagascar quindi è cupo: si parla di sopravvivenza miracolosa della maggior parte dei Malgasci, con la moneta locale, l’Ariary malgascio, in forte calo;

             La popolazione malgascia

La popolazione malgascia si ripartisce in 18 tribù tra cui ricordiamo: sugli altipiani centrali gli Imérina, la vera tribù di stirpe regale, dominante in politica ancora oggi; sulla costa del nord-est troviamo i Betsimisàraka: sono gli uomini della foresta, dediti alla produzione di caffè, pepe, vaniglia, chiodi di garofano e spezie; i Be­tsileo, uomini pacifici, calmi, grandi lavoratori, li troviamo sugli altipiani meridionali nella zona di Fia­narantsòa; gli Antandròy, nomadi dediti alla pastorizia alcuni e al­l’agricoltura altri: per ot­tenere terreno da pascolo o per coltivare, bruciano la foresta e dopo il raccolto si spostano alla ricerca di altre zone; geograficamente possono essere collocati nell’e­stremo sud. Ma aldilà di questa suddivisione in 18 tribù, il Madagascar è dotato di una forte omogeneità culturale con un’unica lingua parlata in tutta l’isola: la lingua malgascia, che ha delle somiglianze con un antico dialetto di Giava, portata dai primi arrivi di popolazioni indonesiane.

I dati antropologici della popolazio­ne (asiatica e africa­na) dimostrano una doppia origine etnica: da una parte l’apporto orientale riscontrabile nei tratti fisici, nella lingua e nelle usanze che rivelano l’origine malese-polinesiana di una parte della popolazione; dall’altro l’apporto africa­no, anch’esso riscontrabile nelle caratteristiche somatiche di gran parte della gente dell’Isola rossa.

I dati etnografici e linguistici mettono in rilievo un fenomeno estremamente significativo: l’ele­mento asiatico ha prevalso e ha originato una cultura molto ricca che si è estesa a tutte le tribù e che ha saputo mantenere la propria specificità anche quando è entrato in contatto con il mondo arabo e il mondo occidentale.

Le usanze tradizionali e il mondo religioso del Malgascio precristiano manifestano anch’essi una certa unità cultuale, con un senso profondo dell’esistenza e della tra­scendenza di un Dio creatore e provvidente. Una curiosità: il loro saluto frequente è “Che Dio ti benedica”. Legato al concetto di Dio c’è un’etica che fonda le relazioni interpersonali: la Firaisankina (unione di vita, collaborazione, aiuto reciproco) e, soprattutto, il Fihavànana (sentimento di partecipazione alla stessa grande famiglia malgascia).

             Il Fihavànana

L’uomo malgascio è colui che vive essenzialmente di Fihavànana. Il Fihavànana è un modo di impostare la vita fatta di rapporti interpersonali e sociali: una vita isolata non vale la pena di essere vissuta; per cui “io sono in relazione, dunque io esisto”.

Etimologicamente Fihavànana deriva da hàvana, che significa: genitori o “i miei” parenti allargati che risalgono agli antenati definiti nel tempo attraverso l’etnia e il clan, e nello spazio attraverso la tomba degli antenati situata in prossimità del villaggio (a volte accanto all’abitazione), o nel proprio terreno o in un terreno comune destinato alle tombe.

 Una curiosità: in Madagascar non ci sono cimiteri, ma solo tombe sparse nei pressi dei villag­gi, dei campi coltivati o ai margini della foresta. Quindi l’uomo malgascio vive densa­mente la sua relazionalità (la sua Fihavànana) con i genito­ri e la famiglia ristretta, con la fami­glia allargata e con la società globale, con gli antenati e con gli spiriti. Il Madagascar si presenta quindi come una civiltà basata sulle buone relazioni.

Le relazioni all’interno della famiglia sono fondate sull’obbedienza gerarchica e il rispetto delle autorità; è molto forte il senso della famiglia, il rispetto degli anziani, il senso dell’acco­glienza e dell’apertura agli altri, l’assistenza ai malati; considerazioni particolari sono rivolte alla donna, vista come fonte della vita.

Le tombe decorate con pitture e sculture, presenti ovunque sul territorio, fanno comprendere che il posto degli antenati è priorita­rio rispetto a coloro che ancora appartengono al regno dei viventi. C’è un proverbio che dice: “Un morto non è mai morto quando un vivente si ricorda di lui”. Questo spiega molto bene l’im­portanza del culto degli antenati e della costruzione in muratura, con blocchi di pietra, della tomba di famiglia che ha la prece­denza e la priorità sull’abitazione (la capanna) dei viventi.

Se si chiede a un Malgascio perché le tombe sono più spaziose, più solide e meglio costruite delle ca­panne, rispondono: “Nelle capanne si è di passaggio, nella tomba di famiglia vi si è per sem­pre”.

Nel contesto malgascio del Fihavànana, il settore economico è lontano dall’essere l’elemento principale. Un proverbio dice: “È meglio perdere le risorse economiche che le risorse del Fihavànana”; e ancora: “Il commercio non viene prima del Fihavànana” .

            La Famadìhana

Lo stretto legame con i defunti nella Fihavànana diventa Famadìhana: un termine derivante dal verbo mamadika, che significa Rivoltare. Il defunto non giace in una bara, ma è avvolto in un lenzuolo particolare: “il lenzuolo dei defunti”. Alla celebrazione della  Famadìhana il defunto è avvolto in un nuovo lenzuolo che viene aggiunto e non sostituito al precedente. La Famadìhana viene celebrata in tutto il Madagascar con modi e liturgie diverse. La tomba appartiene alla famiglia allargata; per la sua costruzione ognuno ha dovuto partecipare alle spese, sotto pena di essere escluso dalla tomba, punizione grave per il Malgascio. La tomba ha i suoi loculi nella parte sotterranea ed in essi vengono adagiati i corpi dei defunti secondo un ordine gerarchico.

Sugli altipiani, tra giugno e settembre, dopo la raccolta e la vendita del riso, i Malgasci orga­nizzano le cerimonie di riesumazione dei defunti: vengono aperte le tombe con i resti degli antenati per farli rivivere con i viventi. Partecipano i familiari, gli amici e molti invi­tati. Per questa festa, abbastanza costosa, si sacrificano i buoi che costituiscono gli animali più graditi agli antenati (il bue esprime la potenza e la ricchezza della famiglia); le corna dei buoi uccisi, poi, vengono lasciate presso la tomba come gesto devozionale

La celebrazione della Famadìhana viene celebrata così: alcuni mesi prima viene decisa la data e la partecipazione di ogni famiglia ristretta alle spese; quindi partono gli inviti. Se il capo della parentela è cattolico, viene invitato anche il sacerdote per una preghiera all’inizio della celebrazione. Giunta l’ora si apre la tomba. Vengono portati fuori tutti i corpi dei defunti (a volte anche una cinquantina), e adagiati intorno alla tomba. Inizia la festa con discorsi di benvenuto e auguri, quindi musica, danze e pasti. È festa! Si celebra la comunione dei vivi con i defunti. È l’occasione anche per incontrarsi e conoscersi con altri parenti acquisiti attraverso i matrimoni. La festa, secondo le disponibilità finanziarie, può durare anche due o tre giorni. Una volta in una Famadìhana nel distretto della missione dei Padri dehoniani di Imerimandroso, furono uccisi 24 buoi e messe a disposizione tonnellate di riso.

Al termine della festa i cadaveri dei defunti vengono riavvolti in nuovi lenzuoli aggiunti ai precedenti; ogni defunto viene portato in spalla danzando. Dopo sette giri intorno alla tomba, i cadaveri vengono riposti nei rispettivi loculi e la tomba rinchiusa con un grande macigno o con un grande mucchio di terra. Questa tomba non potrà essere riaperta prima di un anno; ma se sopraggiungesse una morte prima dell’anno, il cadavere viene seppellito accanto alla tomba dove sarà introdotto alla fine dell’anno dall’apertura precedente. Il discorso finale con l’augurio di un felice ritorno ai diversi villaggi e alle diverse case chiude la liturgia della Famadìhana. Essa sarà ripetuta dopo diversi anni, secondo le possibilità finanziarie e le intese delle diverse famiglie e parenti dei defunti che giacciono nella tomba. Gli antenati così fanno anco­ra parte della comunità; anzi essi occupano un posto d’onore…, sono vene­rati… Anche se a volte la moglie non è seppellita con il marito, ma nella tomba della sua famiglia patriarcale di origine.

 Si comprende così come il sinodo sull’Africa (1994) abbia chiesto che questa venerazione, non solo sia permessa con delle liturgie appropriate, ma addirittura siano le stesse autorità eccle­siastiche competenti a proporle.

La cerchia del Fihavànana, per quanto possa essere estesa fino a comprendere, oltre agli antenati, i familiari fino al terzo grado di parentela, difficilmente arriva ad aprirsi a gruppi di differente etnia.

Globalmente il Fihavànana non è altro che la visione del mondo che può essere riassunta nel culto della vita: è buono ciò che è vivente …, bisogna fare tutto per essere vivi. Ne conseguono il rispetto e la riconoscenza per coloro che sono all’origine della vita: il Creatore e l’antenato che, piantando un albero o un grosso sasso, dà origine al villaggio in cui nasce e si sviluppa la vita.

            La circoncisione

Altro rito culturale è la circoncisione che viene fatta al bambino verso l’età di due o tre anni. Attraverso la circoncisione si entra giuridicamente nella vita del villaggio e quindi solo dopo la circoncisione l’individuo può essere ammesso nella tomba di famiglia dove ripo­sano gli antenati, e dove si ritorna sempre, se si ha la disgrazia di morire lontano. Ma, dice una leggenda, se, disgraziatamente, un bambino muore senza essere circonciso, non potendo en­trare nella tomba di famiglia, viene seppellito nelle vicinanze di un ruscello, in modo che quando la mamma viene a farsi il bagno il bambino gli ritorna nel grembo per vivere in comu­nione.

La circoncisione viene vissuta come una festa in cui si riunisce la famiglia e si rin­sal­dano i propri legami.

In tutte le feste c’è un abbondante uso di alcool, soprattutto la taoka, bevanda alcolica locale, come se­gno di prosperità e potenza: è il trionfo della vita sulla quale vigilano gli antenati. Il capo famiglia che beve per primo, versa un goccio di taoka nell’angolo sacro della casa: il nord-est indicante l’angolo degli antenati, ma anche il punto dove in Madagascar sorge il sole.

            Conclusione

Gli antenati sono coloro che prima di noi hanno attraversato per intero il fiume della vita, fa­cendo tesoro dei suoi insegnamenti, della sua saggezza che si acquista solo vivendo a lungo. Gli antenati sono sull’altra riva del fiume, ma è lo stesso nostro fiume. Un fiume che racchiude e confonde i fili misteriosi della continuità tra vita e morte, tra sacro e profano, tra natura, storia e cultura.

Un capo villaggio della tribù dei Betsimisàraka, nel corso di un rito funebre per la morte di un vecchio mis­sio­na­rio, ha esordito, nel suo elogio: “Questo uomo è venuto da lontano: d’al di là degli oce­ani ed ha posto la sua tenda in mezzo al nostro villaggio. Con questo gesto gli spiriti dei suoi antenati hanno seguito la traiettoria della sua anima e si sono confusi con gli spiriti dei nostri avi. Vissuto in mezzo a noi, la polvere del suo corpo si è confusa con la terra cal­pestata dai nostri antenati per millenni; e lui stesso è diventato ora antenato di una stirpe ne­gra che ha imparato a guardare con occhi luminosi”.

(Cfr. Messis)

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