MAI PIÙ ANZIANI ABBANDONATI

MAI PIÙ ANZIANI ABBANDONATI

Le più colpite dal COVID sono state le persone doppiamente fragili, per età e patologie pregresse. Verso un nuovo modello di assistenza sanitaria e sociale, basato sulle cure a domicilio

Siamo tra i più longevi al mondo, anche grazie ai progressi della medicina. Nel nostro Paese si vive in media oltre 80 anni, ma gli ultimi venti quasi sempre non sono trascorsi in buona salute. Sette anziani su dieci convivono con due o più malattie croniche, dal diabete all’ipertensione, dalle malattie del cuore all’insufficienza respiratoria o renale, fino all’Alzheimer. Tra loro, ci sono persone non autosufficienti che hanno bisogno di assistenza, in modo prolungato e continuativo, nelle attività quotidiane della vita, come lavarsi, vestirsi, mangiare, o perché soffrono di disturbi cognitivi come l’Alzheimer. Nella maggior parte dei casi sono le famiglie a prendersi cura dei loro cari non più autonomi, da sole o facendosi aiutare da badanti; altre volte, quando è necessaria un’assistenza specializzata impossibile a domicilio, gli anziani sono ricoverati in residenze sanitarie assistenziali, le cosiddette Rsa.

Sono state proprio loro, le persone doppiamente fragili per età e per patologie pregresse, le più colpite dalla pandemia. La tragedia vissuta, con i costi di vite umane e di dolore che ha portato con sé, impone un profondo ripensamento su come lo Stato e l’intera società debbano prendersi cura degli anziani, soprattutto quelli più fragili, nel rispetto delle loro specifiche esigenze e della loro dignità, in ogni fase della vita. Per arrivare a un nuovo modello di assistenza sanitaria e sociale, che aiuti gli anziani a vivere nelle loro case e nel proprio tessuto familiare e sociale, è stata istituita dal ministero della Salute una Commissione per la riforma dell’assistenza agli anziani, presieduta da monsignor Vincenzo Paglia. Nel documento predisposto a conclusione dei lavori si puntualizza che, a mettere al centro dell’attenzione la persona anziana, per accompagnarla nell’ultimo tratto della sua esistenza umana, deve essere l’intera società, partendo dall’assistenza domiciliare, passando per le co-housing (forme di coabitazione per gli anziani che vivono da soli), fino ad arrivare alle Rsa, con l’intento, quando è possibile, di far rientrare poi la persona anziana nel proprio domicilio.

Casa principale luogo di cura
La propria casa, quindi, quale proprio contesto di vita e di relazioni, nonché circondati dall’affetto delle persone care, diventa il principale luogo di cura, dove poter ricevere, quando è possibile, l’assistenza necessaria, sanitaria e sociale. In questa direzione va il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), che prevede investimenti finalizzati al potenziamento delle cure a domicilio. Si legge nel documento: «Il Servizio sanitario nazionale deve orientarsi sempre di più a una domanda di salute e a bisogni complessi, che necessitano di una offerta di servizi integrati della rete di assistenza territoriale (sanitaria e sociosanitaria) quale elemento imprescindibile per garantire una risposta assistenziale appropriata ed efficace alle persone». Vanno superate, con adeguati investimenti, «l’attuale frammentarietà dell’assistenza sanitaria territoriale e la disomogeneità, fra Regioni, di tutti i servizi residenziali e di prossimità».

Si punta, quindi, al rafforzamento dell’assistenza domiciliare integrata (ADI), a una sua maggiore diffusione su tutto il territorio nazionale e a una migliore qualità dell’offerta, anche con il supporto delle soluzioni tecnologiche e digitali e di telemedicina, fondamentali per la presa in carico a domicilio, il monitoraggio e la diagnosi a distanza dei pazienti. Fin qui gli obiettivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Semplificare l’assistenza domiciliare
Un progetto organico, con proposte concrete per garantire ad anziani e famiglie risposte adeguate, è stato elaborato dal Network Non Autosufficienza, una rete di esperti affiancata da Associazioni di malati di Alzheimer e Parkinson, da Cittadinanzattiva, Forum del Terzo Settore, Forum disuguaglianze diversità e sostenuta da Caritas italiana. La proposta «Costruire il futuro dell’assistenza agli anziani non autosufficienti», dedicata alle vittime della pandemia, mira a una riforma complessiva di questo settore con l’obiettivo di rendere più semplice l’interazione con il welfare pubblico, avere un sistema di assistenza domiciliare adeguato delle esigenze di anziani e famiglie e ammodernare e riqualificare le strutture residenziali.

Progetto personalizzato
Insomma, un’assistenza centrata sulla persona con una rete integrata di servizi sul territorio. In particolare, si propone di rimodulare l’assistenza domiciliare all’interno di un sistema di cure organico, partendo dalle esigenze di ogni singola persona anziana non autosufficiente. L’idea è che sia definito un progetto personalizzato integrato per ogni anziano non autosufficiente che riunisca gli interventi pubblici – servizi sociali, servizi sociosanitari, indennità di accompagnamento – forniti separatamente da Asl, Comuni e Inps, e li raccordi con l’assistenza dei familiari e con l’attività degli assistenti familiari. Nel pianificare gli interventi personalizzati, quindi, vanno coinvolti i caregiver familiari, per i quali gli esperti indicano la necessità di prevedere supporti specifici e interventi di assistenza e di sollievo (di emergenza o programmati). Il modello di riforma proposto per gli anziani non autosufficienti si può estendere anche all’assistenza di giovani e adulti con disabilità.

Residenze per anziani: quale futuro?
Ma cosa fare quando, a un certo punto del percorso, una persona non autosufficiente non può essere assistita a casa perché ha bisogno di cure specializzate non fruibili a domicilio? Per mesi le Residenze sanitarie assistenziali sono state sotto i riflettori: c’è chi vorrebbe il loro superamento, chi invece sostiene che vanno riformate e non smantellate. Tra le proposte, c’è quella avanzata da don Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco, illustrata nell’e-book «Anziani deportati»: partendo dal principio che «ogni persona ha diritto a vivere nella propria famiglia», ipotizza un percorso che conduca entro la fine del 2026 alla chiusura delle odierne strutture, con la messa in campo di misure di aiuto alle famiglie che assistono le persone anziane in casa, anche con l’istituzione di un albo di assistenti familiari formati. O, in alternativa, se non è possibile la permanenza a casa, creare strutture di tipo familiare, il più possibile vicine ai luoghi di residenza e che non ospitino più di quindici anziani.

Stanze singole
Secondo un’altra proposta del Network Non Autosufficienza, è necessario investire nella riqualificazione delle strutture residenziali per assicurarne l’indispensabile ammodernamento, bisogno confermato dalle vicende della pandemia. Si tratta di conciliare sempre meglio gli aspetti di salute con la qualità di vita offerta agli ospiti, il che comporta anche l’impiego di più personale (qualificato) e il coinvolgimento dei familiari come parte essenziale del progetto di cura. In pratica, le residenze non si devono limitare a fornire «posti letto» ma, piuttosto, devono dare soste­gno a «progetti di vita» della persona non autosufficiente nel momento della sua massima crisi poiché la sua rete di relazione è importante quanto la storia clinica delle sue patologie. Questi luoghi di cura, poi, dovrebbero essere dotati di stanze singole che, oltre a una riduzione delle infezioni, consentono tra l’altro maggiore riservatezza e privacy, possibilità di orario di visite flessibile e maggiore supporto sociale da parte di familiari e amici.

Vivere meglio
Al di là delle soluzioni che saranno adottate, è necessario co­niugare una buona qualità di vita della persona non autosufficiente con le esigenze imposte da un’adeguata assistenza sanitaria. Le previsioni demografiche confermano la tendenza della popolazione a invecchiare, con il conseguente aumento di malattie croniche che, però, in parte possono essere prevenute. La sfida non è solo vivere più a lungo ma anche vivere meglio gli ultimi anni di vita. Ma cosa possiamo fare? Se è vero, come sostengono diversi studi scientifici, che i fattori ereditari incidono per circa un quarto sulla longevità, il resto dipende da noi. Per rimanere in buona salute, gli esperti consigliano un’alimentazione sana ed equilibrata con l’apporto di tutti i nutrienti, di fare tanto movimento (anche una semplice passeggiata di un’ora al giorno), di astenersi dal fumo, di fare un uso oculato dei farmaci che vanno assunti su prescrizione del medico, di avere una vita di relazione. Restare attivi e partecipare alla vita sociale è il cuore di una sana longevità e aiuta anche a prevenire l’insorgere di malattie, in particolare quelle indotte dalla solitudine, come la depressione.

di Maia Giovanna Faiella

(cfr Presenza Cristiana 3/2021)

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