TRA PANDEMIA E VACCINI: QUALE FUTURO?

TRA PANDEMIA E VACCINI: QUALE FUTURO?

A distanza di oltre 15 mesi, credo che sia possibile una lettura meno emotiva della pandemia in atto alle prese con i vaccini. Le falde del sistema sociale hanno mostrato quel volto nascosto di una politica tutt’altro che al servizio della collettività.

La programmazione sanitaria negli ultimi 20 anni è stata completamente sballata condannan­doci a combattere una guerra spietata con scarse risorse umane e mezzi limitati. I vari governi, di qualunque colore, hanno dato il meglio del peggio, effettuando tagli di posti letto e chiusura di strut­ture ospedaliere. La politica del personale nel SSN è stata semplicemente disastrosa in stile don­chisciottesca, dove il politico di turno promuoveva sul campo il personale sanitario in funzione della raccolta dei consensi elet­torali e non delle capacità culturali e professionali che ci possono anche essere. Le contromisure, poi, al contrasto della pandemia sono state il frutto di eccitazioni gestio­nali e, restando “a casa nostra”, la confusione ha regnato sovrana. Questo è emerso anche nel corso dell’estate 2020: nonostante la preannunciata “seconda ondata”, i nostri governanti si sono dedicati più alle campagne elettorali, che ad organizzare strutture e personale per arginare il pericolo preavvertito. Le carenze sono state avvertite sulla pelle della gente! Certamente non c’era bisogno del coronavirus per comprendere che il nostro sistema sanitario vi­gente è squilibrato e si regge sul personale, abituato a fare sacrifici già nell’ordinarietà.

Che dire dell’informazione? Abbiamo assistito a momenti di disorganizzazione e d’inadeguata informazione, là dove a farla da padrone sono stati i talk show con polemiche e protagonismi televisivi che un Paese civile, certamente, non merita. Abbiamo bisogno di una struttura dedicata dove operino non solo epidemiologi, virologi e clinici, ma anche bioeticisti, psicologi, economisti, statistici, socio­logi, pronti a intervenire in emergenze che impattano sulla sanità, e che hanno anche implicazioni eco­nomiche e sociali.

Il trionfo della cultura terapeutica ha reso la morale e la religione una “cenerentola” dell’umano, e non una delle realtà preziose della vita. Il covid non si limita semplicemente a colpire i corpi, cau­sando spesso la morte, ma ha anche un effetto devastante per la collettività. Ad erodersi sono i fondamenti stessi del vivere in comu­ne. Il contagio, imponendo la sospensione dei rapporti umani e “dell’estremo saluto”, corrode come un acido i legami sociali e le comunità. In questo, abbiamo con­statato, nel silenzio generale, l’assenza di “esperti in umanità” nel Comitato tecnico scientifico pre­posto a gestire l’emergenza pandemia, pregiudicando decisioni anche in materia umanitaria.

In realtà, sostiene Giuseppe Angelini, il compito che la malattia propone alla coscienza di ogni uomo, non è semplicemen­te quello del come liberarsene, ma anche e prima del come viverla. Da sempre l’esperienza della malattia costituisce una prova per la fede. Non una prova di resistenza, ma una sfida a rivedere la qualità dei pensieri e delle attese su cui si regge la vita. La fede, in tal senso, deve liberare la malattia, non liberare dalla malattia. Nasce a tale riguardo la domanda: chi potrebbero essere gli “esperti in umanità”? Gli insegnanti, certo; ma candidati ovvi parrebbero gli stessi pastori della Chiesa. La politica, che a sua volta gestisce il “Comitato tecnico”, in questa emergenza asse­gna al ministero della Chiesa due compiti fondamentali: saturare il bisogno di sacro e mobilita­re le iniziative di solidarietà; ovvero: benedire le salme e celebrare messe di suffragio da un lato, e pro­muovere iniziative di volontariato sociale dall’altro, per arginare o sopperire ai servizi sociali della pubblica amministrazione: troppo poco!

L’emergenza non può diventare il pretesto per derogare a prudenza e precauzione, specie in campo sanitario. È questo il primo timore serpeggiato intorno ai vaccini: anima delle discussioni, in questi mesi. Con una corsa che non ha precedenti nella storia della scienza, in meno di un anno si è arrivati ad approntare diversi vaccini per combattere l’infezione. Diceva Lenin: «Ci sono decenni in cui non accade nulla; e ci sono settimane in cui accadono decenni». Purtroppo, sull’efficacia dei vaccini, si è scatenata la corsa a chi offre di più. La scienza, però, non si fa con i comunicati stampa. Fornire i risultati degli studi ai giornali prima che siano stati sottoposti alla peer review, cioè al confronto e alla valutazione critica tra esperti, e pubblicati su riviste indicizzate, non è una pratica scientificamente accettabile, anzi rischia di minare la fiducia del pubblico nei vaccini. La fretta di fornire risultati, e di fornirli i più positivi possibile, secondo una macabra e collaudata operazione da marketing, può fare più danni del silenzio.

Comunque la competizione tra le case farmaceutiche di vaccini rimanda a questioni cruciali della politica e della cultura del nostro tempo: le fake news possono rivelarsi mortali quando spingono a com­piere scelte sbagliate, minando la fiducia nelle istituzioni politiche e scientifiche, oltre a non valutare correttamente sia i risultati della ricerca sia il dibattito tra scienziati.

Questa competizione, soprattutto nello spingere i vari organismi nazionali e internazionali all’ap­provazione dei vari vaccini, è assistita e sostenuta, a livello mondiale, dal potere economico o da quelle che potremmo chiamare “risorse” geopolitiche. Si spiega così la strabiliante velocità con la quale gli scienziati di tutto il mondo siano saltati su questo treno in corsa. Chi ha vaccini in eccesso li offre a chi è in situazione di debolezza, che di buon grado li accetta, ma pagando spesso prezzi elevati in termini di “cessione di sovranità”, e rendendosi disponibile a fungere da cavia per gli stessi vaccini. In tutto questo l’Africa è fortemente implicata, pur restando sola nella lotta al Covid-19. Per la fine del 2021, il continente nero dovrebbe ricevere 600 milioni di dosi. Ma, se­condo il Presidente dell’Unione africana, saranno sufficienti per mettere in sicurezza solo il perso­nale sanita­rio. Entro giugno si spera che possa essere vaccinato solo il 3% della popolazione. Un’altra stima vedrebbe il continente africano immunizzare, entro fine anno, solo il 27% della popo­lazione. Nono­stante le promesse di un accesso equo ai vaccini anche per i Paesi più poveri, i buoni propositi vacillano. «Il mondo – ha dichiarato il Direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreye­sus – è vicino a un fallimento morale catastrofico».

In politica, il vaccino diventa un’arma per regolare le rivalità all’estero e all’interno come in Brasile tra Bolsonaro e un suo governatore, oppure negli USA di Donald Trump, la cui amministrazione ha creato l’operazione Warp Speed per velocizzare lo sviluppo dei vaccini. Ma poi ha accusato Pfizer e gli altri produttori di non aver voluto dare l’annuncio dell’efficacia dei vaccini prima delle elezioni presidenziali del 3 novembre, proprio con l’obiettivo di danneggiarlo.

Papa Francesco, nell’Enciclica Fratelli tutti (2020), mette in guardia dalle contraddizioni delle de­rive individualistiche. In particolare nota come «senza la fraternità consapevolmente coltivata, senza una volontà politica di fraternità, … la libertà si restringe…» (n. 103). A nostro parere, oggi servono scelte personali ispirate alla fraternità, cioè aperte alla considerazione dei vantaggi e dei rischi collettivi, e non solo individuali o nazionalistici, della campagna vaccinale.

(cfr. Presenza Cristiana 3/2021)

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