COMPLESSITÀ E PATERNITÀ

COMPLESSITÀ E PATERNITÀ

Una quindicina di anni fa. Avevo davanti una platea di bimbi di scuola elementare e dovevo spiegare loro la differenza tra complesso e complicato. Non potevo appellarmi, come faccio spesso, a “com­plicate” radici etimologiche e così me la cavai chiedendo in prestito alcuni fogli bianchi alla lì pre­sente dirigente scolastica: uno di questi fogli lo ripiegai più volte su se stesso; gli altri li accartocciai tra di loro. Tenni il primo foglio nella mano sinistra e i rimanenti nella destra, poi chiesi ai bimbi di scegliere e dirmi quale delle due mani, secondo loro, afferrasse qualcosa di complesso e quale, in­vece, qualcosa di complicato.

I bambini indovinarono immediatamente. Anche se non sapevano che “complesso” deriva da “com­plector” e vuol dire “cinto, circondato, colto col pensiero, abbracciato, contenuto, concluso, unito” e non sapevano che “complicato” deriva dal greco “plèkein” e significa “intrigato, inviluppato, im­brogliato”.

E aggiunsi: «Ecco, qui a scuola ci sono materie che sono complesse e altre che sono complicate: il compito delle vostre maestre, però, è non rendere complicate le complesse, perché è più facile spiegare e dispiegare ciò che è complesso – e, nel mentre, iniziai a “spiegare” il foglio che avevo nella mano sinistra –, piuttosto che voler insegnare cose complicate…» E il mio successivo tentativo di provare a stendere i fogli accartocciati mostrò che questi non sarebbero più tornati ad essere lisci come prima.

Alcune insegnanti assistevano e mi guardavano compiaciute e al contempo un tantino perplesse. La dirigente apprezzò sorridente. Quel che so per certo è che i bambini, durante l’ascolto, apparivano assolutamente gioiosi ed entusiasti.

Ecco, i bambini capiscono al volo i contenuti più complessi, e pure quelli complicati: perché i bambini sono semplici. Proprio come Dio. Ce lo ripeteva sempre il mio illuminato professore di filosofia teo­retica: “Dio è semplice, perciò gli uomini non lo capiscono”. I bambini sì che lo capiscono: avete mai trovato un bimbo ateo o agnostico o indifferente?

Ora, si dà il caso che Dio sia anche padre, la cui etimologia è comune con quella di pane ed è rintrac­ciabile nel sanscrito pa-, una radice che esprime il concetto di protezione e nutrimento: padre, in effetti, è colui che nutre e protegge.

Padre è colui che abbraccia il figliol prodigo e lo sfama: non gli chiede “Da dove vieni? Cosa hai fatto? Con chi sei stato? Che hai combinato?”. Non gli chiede conto dell’eredità sperperata. Abbraccia, protegge e nutre. Risana, riveste. Vieta persino al figlio di lanciarsi in complicate autoaccuse grazie alle quali vorrebbe sostenere di aver smarrito la propria identità di figlio. Quasi che, agli occhi di un padre, uno possa smettere di essere figlio: ragionamenti complicati, roba da “seghe mentali”, si direbbe con espressione poco aulica, ma di certo efficace.

Appunto, il Padre non ama ragionamenti complicati. Sa che siamo complessi e che Lui è misericordia. Sa anche che abbiamo bisogno di relazioni e unità: e perciò Lui ci abbraccia, lasciandoci nutriti e protetti, custoditi e liberi.

Senza null’altro chiedere: se non di lasciarci amare. Semplice, no? Lo sarebbe, …se non fosse che noi siamo pure un tantino complicati.

di Paolo Farina

(cfr. Presenza Cristiana 5/2021)

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