Liturgia della XXXI domenica del tempo ordinario (31 Ottobre 2021)

Liturgia della XXXI domenica del tempo ordinario (31 Ottobre 2021)

IL PIÙ GRANDE COMANDAMENTO

(Dt 6,2-6; Eb 7,23-28; Mc 12,28-34)

 

Il precetto di amare Dio appare sempre come l’inseguimento di un sogno, la corsa verso l’ignoto, la ricerca di una meta sempre vicina e sempre più lontana, alla fine irraggiungibile.

L’amore è in questo caso uno slancio a uscire, a espandersi fuori di sé verso uno che non si conosce, che non si è mai incontrato, senti­to, visto. Come è possibile? La richiesta dell’autore sacro non deve essere inten­sa nella linea affettiva o sentimentale, ma effettiva.

La benevolenza è anche inclinazione accondiscendente verso la persona amata, ma è soprattutto un’attenzione concreta a compiacer­la, a prestarle ascolto, aiuto. La carità verso Dio è una presa di posi­zione a favore del suo progetto, un impegno attivo a portarlo avanti nella propria vita e nel proprio contesto esistenziale.

L’amore è prontezza di volontà più che di parole, di operazioni più che di buone aspirazioni. In ultima analisi ama veramente Iddio chi compie il bene, l’unica cosa che egli, se esiste, può compiere e volere e lo ama di più. Può accadere che l’uomo non conosca (teoricamente) Dio e possa ritrovarsi egualmente ricolmo del suo amore, se è pieno di bontà e di benevolenza verso gli altri: se semina, custodisce e tutela vita.

Prima lettura: «Ascolta Israele» (Dt 6,4)

Il brano fa parte del secondo discorso messo sulle labbra di Mosè nelle vicinanze della Terra promessa: Israele entra nella terra di Canaan come in una terra che riceve in dono. L’amore verso Dio non è una scelta autonoma, ma una risposta alla sua azione.

La teologia del deuteronomista è nota; essa non ha cessato di avere adepti neanche tra il popolo cristiano. Dio premia chi com­pie il bene e punisce chi compie il male. Se si vogliono evitare i castighi e ottenere favori e benedizioni, la via è semplice, basta mettere in pratica «i comandamenti, le leggi e le prescrizioni del Signore ed evitare di trasgredirle». Temere Dio non è solo princi­pio di sapienza, ma anche la fonte di ogni fortuna (Dt 6,1-3).

E una logica apparentemente evidente, ma non confermata dai fatti. Non sempre ai malfattori va male e ai buoni va bene. I successi e gli insuccessi sembrano distribuiti casualmente, quasi mai in rapporto ai meriti o demeriti che uno accumula. Se fosse diversamente gli innocenti non dovrebbero mai essere colpiti dal­le sciagure e i malvagi mai sfiorati dalla prosperità, ciò che invece non accade.

La storia è un progetto di Dio ma affidato alla sua solerzia, diligenza, buona volontà, ma purtroppo anche alla pigrizia, debo­lezza, cattiveria dell’uomo.

I doni provengono da Dio, ma il loro retto uso è rilasciato a chi li ha avuti in consegna. L’equilibrio tra le proprie alterne in­clinazioni non è precostituito ma è il risultato di un’ardua conqui­sta. La storia la muove Iddio, ma la realizzano le creature ragione­voli facendo prevalere l’una o l’altra delle proprie tendenze e atti­tudini, la lealtà o la furbizia, l’altruismo o l’egoismo. La traietto­ria che emerge è la risultante di queste contrastanti forze; il suo percorso non è chiaro perché non sono sempre tali i moventi, gli intenti che entrano in gioco.

Il teologo, in questo caso biblico, ha una risposta diversa, ma è troppo chiara per essere vera e convincente. Essa non onora né il creatore riducendolo a un essere miope, né l’uomo reso un sem­plice manutengolo divino.

La seconda parte di Dt 6,4-5 è quella che riprenderà Gesù nel vangelo.

Seconda lettura: «Santo e innocente» (Eb 7,26)

Il nesso del brano della Lettera agli ebrei con le due «Lettu­re» con cui è collegato non è chiaro. L’autore continua a parlare del sacerdozio di Cristo e sulla sua superiorità su quello dell’anti­ca alleanza, assommando argomenti fittizi (la presenza o assenza di un giuramento, il luogo celeste o semplicemente terrestre del culto) e reali (la temporaneità dell’uno e l’eterna durata dell’altro).

Il sacerdozio di Cristo è un tema precario, tali sono anche le argomentazioni a cui l’autore fa ricorso per spiegarne i caratteri. La trasposizione celeste che l’autore ne fa, può darsi che sia più una sua intuizione che un messaggio divino.

Anche l’interpretazione della morte di Cristo in chiave sacri­ficale è più subordinata a una concezione teologica giudaica che alla verità dei fatti. Dio non ha inteso placarsi con il sangue del figlio mandandolo alla croce, prima perché non era adirato contro nessuno, in secondo luogo perché non si può cancellare una colpa (i peccati dell’umanità) con un’altra (la morte di un innocente).

L’elogio che l’autore fa del sacerdozio di Cristo è quello che egli merita in virtù del coraggio eroico con cui ha assolto la sua missione. Veramente è il santo di Dio come lo chiama l’autore de­gli Atti (3,14), l’uomo innocente e immacolato perché ha posposto la sua causa, il suo personale successo, la sua affermazione al bene dei fratelli (2,17).

Egli non è vissuto segregato dagli altri, dai peccatori (7,26), ma ha condiviso la carne e il sangue, la fragilità e la debolezza dei comuni uomini (2,14,18; 5,7), e ha portato avanti egualmente la sua missione in maniera irreprensibile, perfetta. La santità di Gesù è la smisurata bontà, generosità con cui si è rivolto ai suoi simili e si è sacrificato per loro.

Vangelo: «Con tutte le sue forze» (Mc 12,30)

Amare = adattarsi a Dio

L’esordio e la conclusione del ministero pubblico di Gesù erano contrassegnati da un impatto violento e polemico con l’ambiente religioso a lui contemporaneo: Gesù è posto da Mc al centro di uno scontro con i rappresentanti gerarchici del giudaismo ufficiale.

L’innato desiderio di classificazione puntigliosa, tipico del giurista, ha portato, nel mondo rabbinico a estrarre dalla Bibbia e catalogare ben 613 precetti sulla cui priorità si discuteva pedantemente.

La domanda dello scriba e la risposta di Gesù si inseriscono nella ricerca dell’essenziale della legge, per non disperdersi in mille altri precetti secondari: è una lezione di metodo che dovremmo anzitutto imparare dal Vangelo odierno

Il richiamo di Gesù al testo del Deuteronomio (6,5) è inten­zionale perché è l’enunciato più solenne del monoteismo giudai­co. «Ascolta Israele» apre una delle più importanti preghiere del­l’israelita, quella dello ’Shemà.

Il Dio d’Israele è l’unico perché è il vero Dio, il supremo; egli non ha nessuno al suo fianco, come era dato invece vedere nelle mitologie babilonesi o nel pantheon egiziano.

Jahvé ama Israele come uno sposo la sua sposa (Os 2,21; Ez 16,20; Sai 45,11), per questo l’autore chiede di ricambiare la sua benevolenza. Dio non è un compagno di scuola, ma neanche una statua di marmo; è un essere capace di sintonizzarsi con i pen­sieri e gli affetti dell’uomo.

L’amore di Dio è esigente, impone un riferimento totale in­condizionato di tutto l’uomo e di tutte le sue potenze. Non si può amare Dio e non pensare a lui, non sentirsi coinvolti nelle sue rea­lizzazioni di bene. Anche se non è visibile è reale.

La fede non è un dialogo tra sordi, ma una comunione, una intesa con l’essere ultimo nel quale la creatura si abbandona, fino a perdersi.

Il deuteronomista subordina l’amore verso Dio all’osservan­za dei comandamenti, ma il vangelo non ne parla, al suo posto introduce un nuovo primo precetto, quello dell’amor del prossimo, dedotto dal Levitico (19,18), rimasto quasi sconosciuto nella tra­dizione giudaica. Se per l’ebreo l’amore verso Dio si dimostra dal­l’osservanza dei suoi statuti, per Gesù c’è un altro banco di prova più vicino e più immediato: l’amor del prossimo, che si identifica con l’amore verso l’uomo in genere, soprattutto verso colui che è in difficoltà. Sembra a Gesù che Dio non abbia bisogno di nulla per sé e chiede la massima attenzione alle sue creature. Si può dire che sono proprio queste che debbono essere amate «con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze».

In Marco Gesù non dice «Il secondo è simile» ma semplicemente «Il secondo è» e aggiunge «Non c’è altro comandamento più grande di questo» (v. 31).

Attenzione a non mettere in competizione i due comandamenti.

Si noti che:

  • solo in Mc i due comandamenti sono messi in ordine gerarchico
  • in Mt si dice in maniera sfumata che è simile al primo … non è inferiore
  • in Lc non si accenna a un 1° o a un 2° comandamento…ma a un unico comandamento
  • in tutto il resto del nuovo testamento non si parla più di due comandamenti ma di un solo comandamento: non si parla più dell’amore a Dio …ma dell’amore all’uomo … (Gv questo è il mio unico comandamento…che vi amiate gli uni gli altri…e gli altri vi riconosceranno da questo tipo di amore)
  • Paolo afferma che chi ama il suo prossimo ha adempiuto tutta la legge (cfr Romani 13: Galati 5)
  • Gv 1 lettera: chi dice io amo Dio ma non ama il fratello è un menzognero…chi non ama il proprio fratello che vede come può amare Dio che non vede?

 

Conclusione

L’amore verso Dio e verso il prossimo non si identificano, ma sono posti sullo stesso piano; sono inscindibili tra di loro. Se c’è uno c’è l’altro; se manca il primo, manca anche il secondo.

Non è possibi­le amare Dio e odiare il prossimo. Perché l’odio viene a dimostra­re che non si hanno gli stessi pensieri, le stesse buone aspirazioni di Dio, in cui alberga solo il bene.

Dio ama tutte le sue creature; sempre, anche quando queste non lo meritano (cfr. Mt 5,43-48). Chi ama Dio non può compor­tarsi diversamente.

L’amore al prossimo, persino al nemico, è la proposta più im­barazzante del Vangelo: non ci sono né alternative, né surro­gati e Gesù ha dimostrato con la sua vita che non è una scelta im­possibile.

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