QUALE POLITICA TRA FEDELTÀ AI VALORI E INTRANSIGENZE RELAZIONALI?

QUALE POLITICA TRA FEDELTÀ AI VALORI E INTRANSIGENZE RELAZIONALI?

Governare è un’attività umana, ma per quale scopo? Platone, che aveva già riflettuto su questo, diceva che era per la realizzazione della giustizia. Questa giustizia, sostiene Platone, richie­de la serenità e l’armonia tra governanti e governati. Una parola che si potrebbe aggiungere è il termine “prudenza”: espressio­ne, pur­troppo, divenuta quasi sinonimo di astu­zia. La “prudenza”, sostiene Raimon Panikkar, non è una tecnica, un mezzo per governare o per praticare la giustizia; bensì è una condizione del governare e, nella sua essenzialità, richiama una intelligenza che non sia schizofrenica, ma sana: sarebbe la facoltà di pensare, di percepire e senti­re, di vivere l’insieme, di essere nel pieno possesso delle proprie facoltà. Per realizzare questa armonia c’è bisogno di soggetti virtuosi che vivano la comunità e non una cerchia di essa.

Tutti vorrebbero una classe politica diversa: ma diversa da chi? Prima di condannare alla gogna, avremmo bisogno di interrogarci su cosa vogliamo fondare l’idea di bene comune.

Le numerose segnalazioni di deterioramento e inquinamento che caratterizzano la ge­stione della politica, come la lottizzazione selvaggia e l’ampliarsi dei meccanismi perversi della burocrazia che non accennano a diminuire, ha sprigionato da alcuni decenni una vasta riflessione sulla questione etica. Di riscontro non sembra intravvedersi uno sforzo altrettanto valido per indivi­duare vie di uscita, che consentano di restituire alla politi­ca il suo originario significato di servizio alla colletti­vità.

La crisi etica della politica però, sostiene il teologo Giannino Piana, non è dovuta soltanto alla cat­tiva volontà delle persone che vi opera­no, ma, più radicalmente, alla mancata elaborazione di re­gole adeguate, capaci di in­terpretare le dinamiche del cambiamento sociale in atto.

Un primo dato da sottolineare al riguardo è il progressivo estendersi del campo della poli­tica, non più circoscrivibile all’area delle istituzioni tradi­zionali, ma aperta ad un intreccio articolato di in­fluenze che, oltre a dilatarne lo spazio di azione, ren­dono sempre più problematica l’individuazione della sua specificità. La linea di de­mar­cazione tra il “sociale” e il “politico” ha subito costanti oscilla­zioni da rendere estremamente problemati­co fissarne con precisione i rispettivi campi di azione. In questo la politica appare sempre più come una dimensione che soggiace alla globalità degli eventi che concorrono a determinare il sen­so e gli orientamenti della vita collettiva.

Un secondo dato è rappresentato dal progressi­vo svuotamento etico della politica. Il processo di secolarizza­zione della politica ha avuto come conseguenza positiva l’acquisizione della sua laicità. La politi­ca è venuta in tal modo emanci­pandosi non solo dal sacro, ma dalla stessa sfera etica. La recente crisi delle ideologie ha contributo a mettere in luce la po­vertà etica della politica. L’assenza di riferimenti forti è coincisa con l’affermarsi di logiche utilitaristiche in cui prevale la ri­cerca di soddisfazioni immediate dei bisogni e degli in­teressi soggettivi. La crisi dei valori assoluti svuota la politica di ideali, destituendola di fatto di valenza etica.

Purtroppo vige la convinzione subdola che nell’azione politica contano non i princìpi, ma le “grandi cose”; cioè la politi­ca è il luogo in cui si esplica la volontà di poten­za come ricerca del risultato o del successo, a prescindere dal rispetto dei valori morali. Si determina in tal modo una sorta di ti­mo­re del danno che può venire alla politica e all’economia dall’intromissione dell’etica.

L’etica viene così rinchiusa nella co­scienza individuale, elaborando principi, secondo le varie cor­renti politiche, spesso asservite a lobby economiche del tutto alternative e ra­dicalmente incompa­tibili con quelle riguardanti il privato. Ciò che viene svilup­pato è una sorta di “politeismo dei valori”, che vanifica la possibilità di disporre di criteri oggettivi, universalmente con­divisi.

Occorre ripensare la politica come spazio di una feconda interazione tra il ”personale” e il “sociale”, cioè come ambito di attenzio­ne ad una pluralità di istanze, che deve essere ricomposta. Punto di ripartenza potrebbe essere “la tutela della vita”, per procedere poi progressivamente all’ac­quisizione di altri valori che concorrono all’umanizzazione della politica. Tale prin­cipio non può essere soltanto astrattamente proclamato, ma deve tradursi in regole e scelte precise, perché la politica, con la sua irrinunciabile funzione di sintesi delle aspet­tative individuali e collettive, non può essere il luogo della pura testimonianza, ma deve confrontarsi con i risultati.

Governare non presuppone rela­tivismo o agnosticismo etico; al contrario è riconosce­re che l’eticità della politica sta nell’ostinato impiego delle risorse e de­gli strumenti di cui si dispone per auto-correggersi. Una comunità si regge nella misura in cui è capace di tenere insieme i dissensi, piuttosto che trincerarsi poveramente tra i consensi raccattati, con­dannando alla gogna gli altri.

Monaco del Mondo

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