TRA MISSIONE DELLA CHIESA E MISSIONE NELLA CHIESA

TRA MISSIONE DELLA CHIESA E MISSIONE NELLA CHIESA

Da anni nel mese di ottobre le comunità cristiane sono chiamate a una profonda riflessione sulla propria missionarietà; ma quale missione? Un interrogativo non retorico, ma fortemente virale: una missione della Chiesa o una missione nella Chiesa? Saranno certamente gli stimoli captati da persone lungimiranti a indirizzare attenzioni, considerazioni ed energie. Ovviamente non c’è spazio per proselitismi mai assopiti, e immagini sdolcinate di bambini africani miranti a catalizzare la commiserazione di tanti. Si tratta di risvegliare la consapevolezza della missio ad gentes della Chiesa e trasformare in modo missionario l’attività ordinaria delle comunità ecclesiali, dove si percepisce talvolta stanchezza, formalismo e auto-preservazione.

Evangelizzare se stessi

La Chiesa evangelizzatrice comincia con l’evangelizzare se stessa. Molti vivono con un certo disagio le sfide a cui è sottoposta oggi la missione ad gentes. Per alcuni l’affermazione che “tutto è missione” e “dovunque è missione” rivela stanchezza e mancanza di motivazioni per la missione ad gentes. Interpretare soggettivamente la propria attività, qualunque essa sia, diventa spesso motivo per rivendicarla come missione. Ovviamente non è detto che tutti si debba andare in giro per il mondo, ma almeno ci si spogli delle incrostazioni orgogliose e supponenti di chi si sente primogenito saggio e corretto. Si tratta di intraprendere un percorso di conversione ecclesiale in un contesto di ascolto dei fedeli a partire dalla pluralità delle culture, dagli avvenimenti tragici del mondo e della stessa Chiesa, dove troviamo cardinali che attaccano papa Francesco e atei che lo difendono, dal declino sociologico, dalla de-istituzionalizzazione, dalla questione del ministero ordinato, dal ruolo delle donne, dalla cultura popolare e dalla reazione neotradizionalista.

Piuttosto che emettere rassicuranti documenti teologici, quattro sfide sembrano fondamentali, per un confronto che miri a una missione degna di fede: la bassa credibilità, la deformazione clericale, i pregiudizi maschili e la mondanità spirituale. È a partire dalla contemplazione, quale momento di silenzio davanti a Dio, che si può elaborare un progetto missionario. In questo, il tacere è la condizione per incontrare Dio e porsi in ascolto delle vicende critiche che attanagliano la vita di tanti, per poi intraprendere l’impegno nella storia. Senza la profezia, il linguaggio della contemplazione corre il rischio di non avere mordente; così come senza la dimensione mistica, il linguaggio profetico può restringere la propria visuale e affievolire la sua forza.

“Missio ad gentes”

La nostra attualità è caratterizzata da una crisi culturale profonda, che può essere superata imparando a identificare gli sconvolgimenti tecnologici, eco­nomici e sociali in corso, gli appelli per nuove strutture di autori­tà e di partecipazione alle decisioni, i movimenti di intere popo­lazioni legati alla globalizzazione, alla distribuzione delle risor­se e all’ambiente ecc. A ciò si aggiunga il deficit di leadership da parte delle classi dirigenti politiche e sociali, con un’evidente frammentazione dello scacchiere geopolitico internazionale.

In questo contesto la Chiesa non può accontentarsi di perpetuarsi come un sistema rigido, fissato in modo definitivo: deve fondarsi su una rigenerazione globale, capace di superare sia l’eurocentrismo sia il rigido steccato tra clero e laicato, oltre a trovare costantemente un dialogo con i contesti. L’affermazione di molti, secondo cui il nuovo centro della Chiesa è nel sud del mondo, deve essere sfumata a favore di due stimoli che non sono destinati a scomparire negli anni venturi: le giovani generazioni e le disuguaglianze che hanno forti impatti sulla vita presente e futura della gente. Dal modo in cui la Chiesa vi risponderà oggi, dipenderà il suo futuro, perché si possono intravvedere collaborazioni fattive anche fuori dal suo raggio di visuale.

L’irruzione del povero

La credibilità di un annuncio esige un lavoro che passa attraverso le grida e gli occhi dei poveri. Questa scelta obbliga a mettersi nell’atteggiamento dell’ascolto e dell’obbedienza. Purtroppo la parola “ascolto” non appartiene al vocabolario abituale dei predicatori. Eppure, il peccato trova la sua origine proprio in un ascolto fallito.

Qui, sostiene Gustavo Gutierrez, la sfida non proviene dal non credente, ma da colui che l’ordine sociale esistente non riconosce come persona: il povero, lo sfruttato, chi è sistematicamente e legalmente spogliato della sua qualità di uomo, chi quasi non sa che è un essere umano. La non-persona mette in discussione non il nostro universo religioso, ma il nostro mondo economico, sociale, politico, culturale. Qui emerge una chiamata missionaria alla trasformazione delle basi stesse di una società. La domanda non sarà allora: in che modo parlare di Dio, ma in che modo annunciarlo come Padre in un mondo non umano? La risposta parte dal considerare la povertà non come luogo di lavoro, ma come propria residenza: non andare verso quella realtà per qualche ora a predicare il Vangelo, bensì partire ogni mattina da quei luoghi per annunciare la “Buona Notizia” a ogni persona umana.

La vasta platea della Via Crucis porta con sé l’invito a passare dalla “conoscenza” alla “sapienza”: un passaggio che solo un vero rinascimento spirituale può effettua­re, con l’ausilio di un’autorità che non si limiti ad assecondare passivamente, ma che liberi, pro­muova, orienti, perché non vi è autentica missione nella stasi, nel silenzio di chi viene messo a ta­cere, ma nel subbuglio degli inquieti, nel dubbio che istiga, nella speranza che risveglia. Il tutto condito di tenerezza.

La nostalgia di Dio

La tenerezza diviene così un habitus, un vestito che l’animo sceglie di indossare per incontrare pienamente Dio e poi guardare le proprie bellezze e i propri limiti. Ma è anche il mezzo per in­contrare l’altro nelle sue ricchezze e nelle sue spigolature, ricostruendo e facendo fiorire una fra­ternità nonostante i vandalismi istituzionali, dove le vittime appaiono per quelle che sono: con il loro bagaglio di povertà, crudeltà e morte, incapaci di nascondere una realtà che li umilia e li feri­sce.

In questa missione, la tenerezza non è un fatto morale, ma qualcosa che modella l’immediatezza delle azioni, perché le dispone verso una dolcezza capace delle vette più alte.

Alle comunità missionarie, con indignazione, quale sentimento forte che guida la restaurazione delle persone, il compito di “averne compassione” e, demolendo il mito dell’insolenza, di cominciare a tracciare un nuovo corso, mettendosi in cammino senza bisaccia e senza sicurezze a fianco di chi, tradito, stanco e affaticato, cerca un nuovo futuro: annunzio talmente paradossale che, a volte, si fa fatica a prendere in considerazione; ma sarà proprio la nostalgia di Dio, ancora non assopita, a guidare la ricostruzione.

di Elia Ercolino

Nessun Commento

Sorry, the comment form is closed at this time.