Traccia di omelia 4a DOMENICA del tempo ordin. (anno C) 30 gennaio 2022

Traccia di omelia 4a DOMENICA del tempo ordin. (anno C) 30 gennaio 2022

LA VOCAZIONE UNA CHIAMATA SCOMODA

(Ger 1,4-5.17-19; 1Cor 13,4-12. Lc 4,21-30)

 

La scelta di Dio cade su un campagnolo di Anatot. Dovrà trasferirsi a Gerusalemme, cimentarsi con re miscredenti, cortigiani intriganti, sacer­doti opportunisti, un popolo idolatra. Annunzierà rovine e distruzioni invece di prosperità e salvezza. La sua missione non sarà facile, ma non po­trà desistere dal suo incarico (cfr. 11,18-20; 15,10-21; 18,18-23; 20,7-18).

Paolo vorrebbe esprimere elogi nei confronti dei fedeli di Corinto (11,22), invece deve rivolgere loro rimproveri (1,11;4,14:5,2;6,2;11,22), richia­mi alla mutua comprensione e alla concordia.

Una siffatta sorte attende anche Gesù. Egli non è capito e accolto neanche dai suoi concittadini; anzi, sono essi i primi a minacciarlo di morte, ma egli sfugge al loro ten­tativo e continua altrove la sua opera (Lc 4,30).

Il profeta che accontenta gli uditori, invece di redarguirli, richia­marli all’osservanza della legge di Dio, è un profeta dubbio. Per Gere­mia (28,13) e anche per Gesù (cfr. Mt 24,4,11) si tratta di un falso profe­ta che parla secondo il proprio interesse e non in conformità alle pressio­ni dello Spirito di Dio.

Prima lettura: la vocazione profetica
Vangelo: il profeta rifiutato
Seconda lettura: solo l’amore-carità è profezia

Prima lettura: «storia di una vocazione profetica pervasa di sensibilità, incertezza e timidezza»

– È l’esperienza di Geremia lanciato nell’avventura profetica: chiamato a cimentarsi con re miscredenti, con cortigiani intriganti, sacerdoti opportunisti, popolo idolatro; ci troviamo di fronte a un uomo con una storia intessuta di una sequenza drammatica di sofferenza, isolamento e contestazioni.

– Un uomo romantico com’è Geremia, affezionato alla sua patria, alla sua religione, al suo paese Anatot, agli affetti e all’amore, è costretto ad essere la Cassandra della sua nazione, ad essere scomunicato e perseguitato dai suoi stessi compaesani, ad essere denunciato dai suoi stessi parenti e amici, a non poter costruirsi una famiglia con una donna amata (il celibato in Israele era segno di anormalità)

– Un sentimentale condannato ad essere un solitario, maledetto, randagio: un uomo vissuto sotto l’incubo degli attentati,

– Il Signore però non lascia mai solo ai bordi delle strade il Profeta: “Cingiti i fianchi, alzati e dì loro …”

– Per chi vive il dramma di una vocazione profetica e di una esistenza travagliata come può essere stata quella di Geremia, la cosa difficile è sperare … la cosa facile è disperare ed è la grande tentazione

– Geremia: l’anticipazione di Gesù

Seconda lettura: «Un solo corpo» (1Cor 12,13)

La comunità di Corinto è carismatica; nelle assemblee coloro che si sentono dotati spiritualmente vorrebbero tutti insieme far mostra dei loro doni. Ognuno si sente più maestro che discepolo. Per ovvia­re a tali inconvenienti Paolo invita a rinunciare ai carismi, in genere prestigiosi, e a ripiegare verso le virtù, principalmente la carità, di cui fa un altissimo elogio (vv. 1-3); presenta il suo modo di agire (vv. 4-7), e annunzia la sua continuità oltre il tempo (vv. 8-13).

L’inno è tra i più elevati del nuovo Testamento. La carità è il riflesso dello Spirito di Dio nell’uomo, il segno della disponibilità verso tutti (cfr. Mt 5,45-48). Il vero credente è colui che ha fatto spazio all’amore di Dio e si lascia pervadere dalla sua carica di bene. L’agape è pertanto il divino calato nell’umano; è il momento in cui l’essere creato supera il suo limite e la sua stessa natura e si avvicina, se non all’essere, all’agire di Dio; si rivela suo figlio.

Perciò Paolo può dire che mancando questa componente il cri­stiano non è più tale; è come un corpo privo del suo principio vitale, diventa un cadavere. Il cristiano è soma (corpo), psiche (anima) ma anche spirito (ruah, pneuma). Se gli manca quest’ultimo è un sempli­ce uomo psichico (animale, direbbe l’apostolo: 1Cor 2,14).

La carità non è tanto un modo di sentire, quanto di vivere; si mostra nella capacità di sopportazione, di accettazione degli altri, di proposizione ad essi. Accorda tutti i favori al proprio simile, prende su di sé gli svantaggi delle situazioni disagiate. I carismi a cui i corin­ti aspirano sono transitori; la stessa sete di sapere sarà un giorno ap­pagata e tra le cose che rimangono, la fede, la speranza, la carità, solo quest’ultima è superiore a tutte. Poiché la fede è solo via di accesso a Dio, la speranza è attesa: solo nella carità avviene l’assimilazione con Dio, che può sempre più crescere, mai venir meno.

Vangelo: «Nessun profeta è accetto in patria sua» (Lc 4,24)

Quello odierno è un Vangelo che aiuta a rivedere le relazio­ni nella prospettiva della vedova in Za­repta di Sidone e del lebbroso Naaman il Siro. Ma chi sono questi due personaggi, perché Gesù indica loro come riferimento ed esempio?

L’essere vedovi e lebbrosi significava l’estromissione dalla so­cietà, dalle relazioni normali. Ma sia la vedova che Naaman erano pagani, non giudei. Costoro si sono messi in ascolto dei profeti, hanno accolto le loro parole, si sono fidati. Così Gesù, come Elia ed Eliseo, è inviato non per i soli giudei, ma per tutti. La testimonianza della fede cristiana non può conoscere né confini né barriere.

il profeta è l’uomo dai vasti orizzonti: un credente coraggioso.

Il profeta è un uomo del passato (vedi le citazioni di Elia Eliseo), del presente e dell’avvenire. La sua immaginazione gli permette di attualizzare nuovamente la realtà di un Dio che, nel passato, ha già manifestato la sua libertà con interventi potenti e amore­voli nei confronti del suo popolo.

Nella Chiesa, il carisma della profezia deve essere quello di in­terpretare e attualizzare la Scrittura in un’assemblea concreta.

Profezia, coerenza e testimonianza non avranno mai pace finché l’abbondanza, il potere, il presti­gio e le ricchezze di qualcuno o di qualche popolo domineranno il resto del mondo. Una società senza profeti ha perso la direzione del cammino e si appiattirà; una società che perseguita ed eli­mina i profeti sarà sempre schiava dell’illusione della sua autosufficienza.

Fai anche da noi i miracoli di Cafarnao Non farà miracoli qui. Li ha fatti a Cafarnao, li ha fatti a Sarepta e sul corpo del lebbroso: il mondo è pieno di miracoli eppure non bastano mai. A Nazareth non ci saranno miracoli perché i Nazare­tani preferiscono i miracoli alla Parola di Dio.

La Chiesa è la casa della Parola, la comunità dell’interpretazione, garantita dalla guida dei pastori a cui Dio ha voluto affidare il suo gregge. La lettura fedele della Scrittura, perciò, non è opera di navigatori solitari, ma va vis­suta nella barca di Pietro.

Lo cacciarono fuori della città Tale reazione, di cacciarlo fuori della città, evoca le pre­scrizioni della Tôrah a proposito dei falsi profeti e dei visionari che spingevano il popolo ad adorare altri dèi (cf Dt 13,2-12; 17,2-7): essi erano espulsi e condannati a morte. Il motivo tornerà a proposito dell’uccisione di Stefano, espulso dalla città (cf At 7,59) e nella lapidazione di Paolo a Listra (cf At 14,19). Ma il tempo della passione non è ancora arrivato: Gesù se ne va (v. 30). Dietro questa reazione enigmatica si può forse intravedere un’allusione alla vittoria pasquale sulla morte.

Chi è il PROFETA?

–> colui che parla in vista di una umanità riconciliata mosso da un amore reciproco e non da secondi fini.

–> ha un linguaggio universale, per cui la propria patria gli è “stretta” e i campanilisti non trovano spazio né posto tra i suoi seguaci: “…nessuno è profeta in patria sua…”. un campanilismo che diventa aggressivo è segno di una fede casalinga piuttosto che universale

–> l’aggressività di una fede casalinga emerge nell’espulsione di Cristo: fu crocifisso fuori dalla Città (ogni PROFEZIA ha il suo Calvario fuori dalle mura della propria città ed è lì che il profeta pronuncia l’ultima parola che non è mai di condanna).

–> ha una parola accusatrice del Presente e di annuncio per un futuro, perché il presente non offre una visuale di una umanità che risponde all’universalità:

–> Ogni epoca ha i suoi profeti: il passato li ha avuti come li ha il presente, ma … vengono ascoltati? ammazzati … sì ( …e tu Gerusalemme che uccidi i Profeti…) e poi collo­cati nelle nicchie per essere ancora una volta, nel presente, innocui, anche se religiosa­mente venerati come grandi uomini.

Gesù è rifiutato perché forse, il suo messaggio è proclamato da annunciatori che nelle loro forme di vita non sempre sono testimonianza di amore. Questo non ferma il cammino di Gesù: “Gesù continua il suo cammino” fuori … molto fuori perché spesso si ha l’impressione che il nostro cristianesimo, pur aggiornato, rimane sempre casalingo (nazaretano) in cui la spettacolarità che alimenta la curiosità prende il sopravvento sull’essenzialità: i Nazaretani volevano vedere i miracoli ed a Corinto si privile­giavano i carismi più appariscenti; invece la profezia è un valore più che un personaggio: è il fedele eco della parola di Dio nella storia e non solo nella Chiesa: si chiama agape, amore.

Il luogo specifico del profetismo è nella congiunzione tra lo spazio religioso e lo spazio sociale: nell’intersezione tra il progetto di Dio e il progetto dell’uomo.

Un profetismo che non è previsione dell’avvenire, ma, prima di tutto, lettura profonda del presente che ci apre gli occhi sulle urgenze che bussano alle nostre porte.

Un profetismo del genere non può essere una esperienza individuale, isolata, un po’ esotica, ma prettamente comunitaria che diventa testimonianza, parola e sapienza.

Conclusione

Il profeta cerca di cogliere e segnalare agli altri la presenza di Dio nella storia. La sua voce è per questo consolatoria e minacciosa, suscita consensi e dissapori. È un’opera difficile, perché anche l’uomo ispirato può fraintendere il pensiero di Dio e soprat­tutto perché non è chiamato, il più delle volte, a soddisfare le aspet­tative degli uomini, ma a rettificarle.

«Il vero profeta non può illudere i suoi ascoltatori e ingannare se stesso: non può non essere “imprudente”, “spregiudicato”, cioè senza prevenzioni e interessi di sorta; fermo, tenace, ostinato» (Chiesa delle origini, chiesa del futuro, Boria 1986, p. 62). Ciò che la comuni­tà aspetta dal profeta è la compartecipazione alla sua esperienza di Dio che arrechi una schiarita nel cammino arduo in cui tutti sono costretti a muoversi, nei pericoli che attraversano individui e collet­tività.

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