LA “VOCE” DELLE POPOLAZIONI PER UN MONDO PIÙ EQUO

LA “VOCE” DELLE POPOLAZIONI PER UN MONDO PIÙ EQUO

Rapporto di Amnesty International sulla situazione dei diritti umani nel 2021

Nonostante i troppi conflitti – nuovi o irrisolti -, le disuguaglianze vaccinali, l’aumento della povertà s’intravede uno spiraglio di luce: l’aumento delle proteste di massa in ogni continente a difesa dei diritti (propri e altrui)

Il 2021 è stato un anno di speranza e di promesse. Da un lato, il rapido sviluppo dei vaccini contro il Covid-19 aveva alimentato la speranza nella fine della pandemia per tutti, invece l’anno si è chiuso con meno del quattro per cento della popolazione degli Stati a basso reddito completamente vaccinata; dall’altro, c’erano le promesse dei governi e dei gruppi intergovernativi, come il G7 e il G20, di «ricostruire un mondo migliore», di una ripresa sostenibile a livello ambientale, di una solidarietà globale per creare un grande cambiamento, però sempre più persone sono state abbandonate a loro stesse, in più luoghi e con maggiore frequenza.

Tuttavia, la speranza di un mondo migliore dopo la pandemia continua ad esserci: è stata tenuta viva e alimentata da persone coraggiose e organizzazioni della società civile che coi loro sforzi e le vittorie duramente conquistate – sia pure limitate – dovrebbero spingere i governi a mantenere le loro promesse. È l’analisi che fa Amnesty International nel Rapporto annuale sulla situazione dei diritti umani, nel 2021, a livello mondiale.

«Poteva essere lo spartiacque per la ripresa, per un cambiamento genuino e importante, per un mondo più giusto, invece l’opportunità è andata persa e si è tornati a quel tipo di politiche che alimentano le disuguaglianze» commenta Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International, che però aggiunge: «La resistenza, palpabile e tenace, dei movimenti popolari del mondo ci dà speranza. Imperterriti e senza paura, da loro si leva una forte richiesta di un mondo più equo». 

Salute e disuguaglianze

Mai come ora i diritti umani alla salute o quelli che dipendono dalla salute sono stati più rilevanti o a rischio. «I Paesi ad alto reddito – si legge nel Rapporto – hanno accantonato nei loro magazzini milioni di dosi in più di quante ne avrebbero potuto utilizzare, un surplus che avrebbe permesso ad alcuni Paesi di vaccinare in media dalle tre alle cinque volte la loro intera popolazione. A settembre 2021 è stato calcolato che alcuni di questi Stati disponevano ancora di un surplus di oltre 500 milioni di dosi di vaccino. Mentre l’Unione Europea aveva un tasso di vaccinazione di oltre il 70 per cento, molti Stati del Sud del mondo erano ancora in attesa di accedere alla prima dose». 

L’obiettivo indicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) di vaccinare, entro la fine del 2021, il 40 per cento della popolazione globale non è stato raggiunto.

A pagare il conto più crudele è stato il continente africano, per questo motivo Amnesty ha deciso di presentare il Rapporto annuale in Sudafrica. 

A fine 2021, sottolinea l’ONG, «era stato vaccinato con doppia dose meno dell’otto per cento degli 1,2 miliardi di abitanti dell’Africa, il tasso di vaccinazione più basso al mondo, a causa delle insufficienti forniture provenienti dallo strumento di facilitazione Covax, dal Fondo di acquisizione dei vaccini per l’Africa e dalle donazioni bilaterali. Le campagne vaccinali hanno vacillato o sono fallite in quegli Stati dai sistemi sanitari già inadeguati».

Povertà estrema

Le disuguaglianze vaccinali a livello globale hanno rafforzato le ingiustizie, sottolinea il Rapporto. In molti Stati le persone già marginalizzate hanno pagato il prezzo più alto di politiche che hanno deliberatamente scelto di privilegiare i pochi. La pandemia e le risposte con cui è stata affrontata hanno continuato ad avere in molti Paesi un impatto devastante anche sui diritti economici e sociali, finendo con intrappolare centinaia di milioni di persone in una situazione di povertà estrema. Tanti si sono trovati senza sapere come arrivare alla fine del mese, molti altri sono rimasti senza dimora, i bambini hanno perso il diritto all’istruzione. Solo in Sudafrica, secondo dati relativi a maggio 2021, circa 750 mila bambine e bambini avevano abbandonato la scuola, un numero tre volte superiore al periodo pre-pandemico. In Venezuela, la pandemia ha peggiorato la preesistente emergenza umanitaria costringendo in estrema povertà ben i due terzi della popolazione.

Nuovi conflitti

Nel pieno della pandemia da Covid-19, nel mondo covavano nuovi conflitti, mentre altri irrisolti si aggravavano. In Afghanistan, Burkina Faso, Etiopia, Israele/Palestina, Libia, Myanmar, Yemen, per citarne solo alcuni, le situazioni di conflitto hanno causato violazioni del diritto internazionale umanitario e delle norme sui diritti umani su vasta scala, si legge nel Rapporto. In troppi pochi casi si è fatta sentire la necessaria risposta internazionale; in troppo pochi casi, sono stati garantiti giustizia e accertamento delle responsabilità, sottolinea Amnesty International. Al contrario, i conflitti si ampliavano e, col passare del tempo, il loro impatto diventava sempre più grave; il numero e la varietà delle parti coinvolte aumentavano; si aprivano nuove minacce di conflitto; si testavano nuove armi; si provocavano sempre più morti e feriti, la vita aveva sempre meno valore.

In nessun altro luogo come in Afghanistan, denuncia l’organizzazione non governativa, l’ordine decadente del mondo è stato più che mai evidente quando, dopo il ritiro delle truppe internazionali, il collasso del governo e la presa del potere del Paese da parte dei talebani, gli afgani che lottavano in prima linea per i diritti umani e i valori democratici sono stati lasciati a difendersi da soli.

«Il fatto che il mondo non sia stato in grado di affrontare questo moltiplicarsi dei conflitti ha prodotto ulteriori instabilità e devastazione – sottolinea il Rapporto –. Questa vergognosa mancanza d’azione, la costante paralisi degli organismi multilaterali e la mancata assunzione di responsabilità delle potenze hanno contribuito anche a spalancare la porta all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, che ha violato nel modo più evidente il diritto internazionale». 

Leggi “bavaglio”

L’anno scorso, segnala il Rapporto, la tendenza dei governi è stata di reprimere le voci indipendenti e critiche, con alcuni che hanno perfino utilizzato la pandemia come pretesto per ridurre ulteriormente lo spazio civico. «Invece di favorire spazi di confronto e dibattito, così necessari, su come affrontare le sfide del 2021, molti Stati hanno raddoppiato gli sforzi per mettere il bavaglio alle voci critiche» fa notare Agnès Callamard.

Gli attacchi contro giornalisti, voci critiche e difensori dei diritti umani sono stati parte integrante di quest’ondata di violenta reazione contro la libera espressione. In base al monitoraggio svolto da Amnesty è stato possibile accertare durante il 2021 l’introduzione, in almeno 67 dei 154 Paesi analizzati, di nuove leggi per limitare la libertà di espressione, di associazione o di manifestazione.

È aumentato anche il ricorso a forme nascoste di sorveglianza digitale, tra l’altro, il Rapporto segnala che in Russia il governo si è basato sul riconoscimento facciale per eseguire arresti di massa di manifestanti pacifici; in Cina le autorità hanno ordinato ai fornitori di servizi Internet di «non consentire l’accesso a portali che mettono in pericolo la sicurezza nazionale» e hanno bloccato applicazioni in cui si discuteva di temi sensibili come lo Xinjiang e Hong Kong; le autorità di Cuba, Eswatini, Iran, Myanmar, Niger, Senegal, Sudan e Sud Sudan hanno bloccato o limitato Internet per impedire la condivisione di informazioni e l’organizzazione di proteste. 

Il cambiamento possibile

Nel Rapporto sono evidenziate anche le note positive registrate nel 2021, come l’aumento delle proteste di massa, nelle piazze così come in rete, delle persone di ogni continente che hanno manifestato per i loro diritti ma anche in segno di solidarietà per i diritti di tutti. Manifestazioni importanti si sono registrate in almeno 80 Paesi.

Nonostante gli attacchi lanciati da governi e potenti interessi economici attraverso un’ampia gamma di strumenti anche tecnologici, i difensori dei diritti umani e le persone critiche verso i governi hanno continuato a fare sentire coraggiosamente la loro voce, sottolinea Amnesty.

Non sono mancate innovative cause legali d’importanza strategica e denunce penali intentate contro grosse multinazionali, come Nike, Patagonia e C&A, per la loro complicità in situazioni di lavoro forzato nella regione dello Xinjiang della Cina.

Nel 2021, società civile e giornalisti hanno sfidato anche colossi della tecnologia: il «Pegasus Project», nato da una collaborazione tra esperti dei diritti umani e giornalismo investigativo, ha rivelato come persone critiche verso i governi e difensori dei diritti umani fossero stati vittime della sorveglianza di Stato, mettendo in luce l’impiego di tattiche subdole per soffocare il dissenso.

di Elena Bisonti

(cfr Presenza Cristiana 3/2022)

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