PACE VO’ CERCANDO: DOVE, COME E PERCHÉ

PACE VO’ CERCANDO: DOVE, COME E PERCHÉ

Di pace ne parliamo, tanto, mentre vediamo scorre le orribili scene della guerra in Ucraina, ma dicasi lo stesso per le decine di scenari di guerra ancora presenti nel mondo. Si continua a manifestare e pregare per la pace, mentre la voglia di guerra cresce. È più diffusa di quello che sembra. I caccia sfrecciano sulle teste europee, le immagini dei bombardamenti scorrono sui teleschermi come un videogame e la voglia di guerra aumenta.

La ragione è messa in letargo

C’è ancora spazio per la discussione e il confronto? Spesso penso proprio di no. Abbiamo impoverito il dibattito: una larga maggioranza ha già deciso, purtroppo spesso solo dopo la lettura di un paio di post, che la guerra è… un mare di opinioni e commenti. Ragione politica e fede religiosa sono in minoranza ovunque, anche dove dovrebbero essere di casa.

Spesso, oggi, la ragione è stata messa in letargo e i mostri belligeranti vengono nutriti da sentimenti di rivalsa e di vendetta, dalle logiche dei mercanti di armi e dei capitalisti senza scrupolo, dalla vergogna di far piovere bombe ed aiuti umanitari insieme. È sconcertante vedere come molti hanno dimenticato la lezione delle guerre del ‘900, nonché l’esempio dei Paesi europei (l’Italia con la Resistenza) che hanno combattuto per liberarsi dalle varie esperienze totalitarie.

Alcuni punti fermi da non dimenticare, a mio avviso, per conservare un minimo di razionalità.

L’aspetto antropologico di questa guerra

La lezione classica è quella di Eric Fromm: il comportamento aggressivo delle persone, leader inclusi, quale si manifesta nelle guerre, nel crimine, nelle liti personali e in tutte le modalità di comportamento distruttive e sadiche, deriva da un istinto innato, programmato filogeneticamente, che cerca l’occasione propizia per manifestarsi (The anatomy of human destructiveness). L’aggressività, il desiderio di distruttività verso se stessi, gli altri, la natura e Iddio, in coloro che detengono un potere, hanno più occasioni per manifestarsi. Il potere, situandosi in un contesto relazionale, pone sempre chi lo detiene in stretto contatto con la vita altrui – in termini fisici, emotivi, cognitivi, istituzionali, economici – e porta a prendere decisioni per essa.

La violenza nasce nella persona

In ognuno di noi si possono distinguere, secondo Platone, tre forze: quella concupiscibile (noi diremmo del desiderio), quella animosa (noi diremmo emotiva) e quella razionale. Esse sono tra di loro in relazione gerarchica: la ragione deve governare, sia le emozioni, sia i desideri, orientandoli verso il bene. Il conflitto nasce quando emozioni e desideri assumono il comando della persona e la razionalità soccombe; ciò accade quando la persona si abbandona ad una vita disordinata, fatta di piaceri ed istintività e non è educata ad una vita equilibrata, che Aristotele chiama virtuosa.

“Guerra giusta”?

Ma può essere giustificata la guerra, tanto da chiamarla, in alcuni casi “guerra giusta”? Molte volte il pensiero cattolico viene travisato per giustificare di tutto e di più in materia di conflitti. Il Catechismo della Chiesa cattolica è molto chiaro in materia: ci sono condizioni che ci possono far parlare di “guerra come legittima difesa con la forza militare. Essa è giustificata solo se sottomessa a rigorose condizioni di legittimità morale”. Dopo aver elencato le condizioni aggiunge: “Questi sono gli elementi tradizionali elencati nella dottrina detta della “guerra giusta”. La valutazione di tali condizioni di legittimità morale spetta al giudizio prudente di coloro che hanno la responsabilità del bene comune” (CCC, 2309).

L’aver conservato il riferimento alla “guerra di difesa” non significa il negare la dottrina sulla pace, ma il fornire un’indicazione etica precisa ai governanti, nei casi particolari in cui i popoli sono oggetto d’aggressione “durevole, grave e certa”. Per diversi aspetti esse richiamano la legittimità del ricorso alla lotta armata nei sistemi totalitari, e il suo inequivocabile fondamento etico: c’è un obbligo di giustizia nel proteggere gli oppressi e indifesi anche con le armi, nel caso in cui tutti gli altri mezzi si siano rivelati inefficaci. È il caso, per noi italiani, della Resistenza e lotta al fascismo e nazismo: “l’unica guerra “giusta” (se guerra giusta esiste) … la guerra partigiana”, come scriveva Lorenzo Milani. Un’eco la si trova nella precisazione di Paolo VI, valida per molti simili casi nella storia: l’insurrezione rivoluzionaria è possibile solo “nel caso di una tirannia evidente e prolungata che attenti gravemente ai diritti fondamentali della persona e nuoccia in modo pericoloso al bene comune del Paese” (Populorum Progressio, 31).

La faticosa marcia della pace

Come in ogni forma di “malattia istituzionale” (mafie, corruzione, violenza, abusi, patologie personali e di gruppo) anche lo stato di guerra richiede necessariamente “un esercizio costante di ragione, diritto e morale” (G. Ritter).

È lunga e faticosa la marcia per assicurare la pace. Laici e credenti di ogni religione sono chiamati al discernimento continuo, ad una coerenza capace di andare contro corrente con passione e coraggio. Perché restano le parole amare della poetessa polacca Wislawa Szymborska: “Dio doveva finalmente credere nell’uomo buono e forte, ma il buono e il forte restano due esseri distinti”.

di Rocco D’ambrosio

(cfr. Presenza Cristiana 3/2022)

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