SI VIS PACEM PARA PACEM

SI VIS PACEM PARA PACEM

Abbiamo la cattiva abitudine di occuparci di guerra quando cadono le bombe, invece dovremmo occuparcene quando i cannoni tacciono, perché le guerre vanno prevenute e si prevengono costruendo attivamente la pace.

Elementi scatenanti le guerre

Le guerre non avvengono mai per caso. Anche se hanno bisogno di qualche folle che le dichiari, le guerre divampano quando trovano un terreno fertile, caratterizzato da tre elementi fondamentali. Il primo di carattere culturale: un forte spirito nazionalista che vede negli altri popoli dei potenziali avversari da cui guardarsi, meglio ancora da sottomettere. È la cultura della superiorità, del disprezzo, dell’egoismo, che giustifica qualsiasi mezzo pur di permettere alla propria nazione di affermare la sua egemonia. Il secondo elemento: un ordine economico iniquo che, oltre a generare privilegiati e depredati, genera risentimento ed odio. Tali sentimenti negativi, sposandosi con altri di tipo nazionalista, sfociano nella lotta armata che assume il volto del terrorismo. Il terzo elemento: un ordine politico debole, sprovvisto di luoghi efficaci per la risoluzione pacifica delle controversie. Una situazione, quest’ultima, che si accompagna sempre ad una forte presenza militare. E non si sa se ci si armi perché mancano i luoghi di risoluzione pacifica delle controversie o se manchino i luoghi di risoluzione pacifica quale conseguenza del fatto che si è fatto la scelta opposta di voler risolvere i conflitti con le armi.

La corsa agli armamenti

Alla fine della seconda guerra mondiale, proprio per evitare il ripetersi di conflitti mondiali, vennero istituite le Nazioni Unite con lo scopo dichiarato di mantenere la pace e la sicurezza internazionale, di sviluppare relazioni amichevoli fra le nazioni, di cooperare nella risoluzione dei problemi internazionali e nella promozione del rispetto per i diritti umani. Ma, contemporaneamente, tutte le nazioni hanno continuato ad armarsi fino a raggiungere nel 2020, l’astronomica cifra di 1981 miliardi di dollari a livello mondiale. Una cifra superiore al prodotto lordo italiano. Secondo il SIPRI, l’Istituto di ricerca per la pace di Stoccolma, in cima alla graduatoria troviamo gli Stati Uniti con 778 miliardi di dollari pari al 39% dell’intera spesa mondiale. Seconda la Cina con 252 miliardi, mentre la Russia si attesta a 62 miliardi, dietro l’India che ha speso 73 miliardi. Se invece ci concentriamo sulla spesa pro capite, il primato spetta ad Israele con 2507 dollari, seguito dagli Stati Uniti con 2351 dollari. Vari posti più giù si trova la Russia con 423 dollari a testa, mentre la Cina si trova a 175 dollari e l’India a 53 dollari a testa. E se guardiamo alla spesa militare, in rapporto alla spesa governativa complessiva, al primo posto viene la Bielorussia che dedica all’esercito il 30% del proprio bilancio pubblico. Seconda è l’Arabia Saudita col 21% seguita da vari altri Paesi del Medio Oriente. Perfino Paesi molto poveri come il Ciad e l’Uganda dedicano alle spese militari il 13% delle risorse pubbliche. Quanto alle grandi potenze, la loro spesa militare sul bilancio pubblico pesa per l’11% in Russia, per il 9% in India, per l’8% negli Usa, per il 5% in Cina.

Tra NATO e Patto di Varsavia

Non contente della corsa agli armamenti come singoli Paesi, nel dopoguerra vennero create due alleanze militari. Da una parte la Nato formata da Usa, Canada e una decina di altre nazioni europee ad impronta capitalista. Dall’altra il Patto di Varsavia, comprendente l’Unione Sovietica e una manciata di altri Paesi europei a conduzione socialista. Il che rivela che al di là di tutto, l’idea che più convinceva era quella del motto “si vis pacem para bellum” se vuoi la pace prepara la guerra. Sul finire degli anni ottanta del secolo scorso, il sistema socialista ha cominciato a disgregarsi e il Patto di Varsavia a dissolversi. Il che fece pensare che anche la Nato sarebbe stata depotenziata in quanto non aveva più ragione d’esistere. Ma invece di ridimensionarsi la Nato si rafforzò perché molti Paesi ex-comunisti chiesero di farne parte. Ed oggi la Nato è un’alleanza militare formata da 30 paesi che, insieme, esprimono una spesa militare che oltrepassa i 1000 miliardi di dollari, oltre la metà della spesa mondiale. Per reazione, nel 1994 alcune ex-repubbliche sovietiche firmarono un patto di sostegno denominato Csto che oggi comprende sei paesi: Russia, Bielorussia, Armenia, Kazakhstan, Tajikistan e Kyrgyzstan, con una spesa militare complessiva pari a 65 miliardi di dollari.

La logica dei blocchi si basa sulla vecchia legge animale che cerca di dissuadere il contendente dall’aggredire mostrando i muscoli. Ma quando ci si arma, il rischio che, poi, le armi parlino è sempre presente, non solo perché i popoli vengono strutturati mentalmente ad un atteggiamento bellicoso, ma anche perché viene loro impedito di costruire canali alternativi, utili per risolvere i conflitti in maniera diversa da quella armata.

L’arsenale nucleare

A che pro investire nei canali della diplomazia, se siamo convinti che la pace si garantisce con la deterrenza armata? Ma oggi sappiamo che l’arsenale bellico comprende armi nucleari che, se usate,   chiuderebbero le guerre senza vincitori né vinti, ma con uno sterminato campo di morte da ambedue le parti.

Secondo il SIPRI, nel mondo ci sono 14mila testate nucleari possedute per il 48% dalla Russia e il 43% dagli Usa, le restanti distribuite fra Francia, Inghilterra, Israele, Cina, Corea del Nord, Pakistan e India. Dal gennaio 2021 è operativo un trattato elaborato dalle Nazioni Unite per la messa al bando delle armi nucleari. Ma è vincolante solo per i Paesi firmatari che al momento sono solo 59, nessuno dei quali in possesso di armi nucleari. Purtroppo fra i paesi mancanti all’appello c’è anche l’Italia che eppure non dispone di armi nucleari, ma ne ospita nelle basi Nato di Ghedi (Brescia) e di Aviano (Udine).

Prospettive future

L’esistenza del rischio nucleare è una ragione in più per prendere sul serio l’articolo 11 della nostra Costituzione che, dopo aver affermato il ripudio della guerra “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, impegna l’Italia a costruire “un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”. Diciamo di avere la Costituzione più bella del mondo ed è vero. Ma dobbiamo avere comportamenti consequenziali che la mettano in pratica. Il che, tradotto, significa avere il coraggio di rimettere in discussione la contrapposizione per blocchi e più in generale la via della scelta armata. Discussione ancora più urgente oggi che la stessa Unione Europa sembra orientata a costruire una difesa comune su questa prospettiva.

Tra egemonia e paura

È arrivato il tempo di invertire il senso di marcia, cominciando tutti a fare dei passi indietro sulla strada degli armamenti, per costruire, invece, luoghi efficaci di risoluzione pacifica delle controversie. Risultato che si ottiene rafforzando non solo il ruolo delle Nazioni Unite, ma creando anche in Europa un consiglio di sicurezza continentale che comprenda tutti i Paesi, nonché quelli che fanno parte dell’Unione Europea. Perché il dialogo che più serve non è fra chi ha già trovato un terreno di intesa, ma con i più distanti che vivono il rapporto con gli altri con l’ambivalenza dell’egemonia e della paura.

di Francesco Gesualdi

(cfr. Presenza Cristiana 3/2022)

Nessun Commento

Sorry, the comment form is closed at this time.