Solennità del S. Cuore di Gesù: ovvero “la forza della compassione”

Solennità del S. Cuore di Gesù: ovvero “la forza della compassione”

La compassione vissuta in un mondo dall’andamento terribilmente utilitaristico, che ignora sempre più l’altro, diventa l’offerta di un’esperienza forte al punto da “aprire le tombe” e ridare vita a chi l’ha perduta.

Là dove c’è fretta non c’è tempo per la compassione: non c’è tempo per fermarsi e guardare l’altro, per accoglierlo e ascoltarlo, per arrestare quel dannato tempo che avvinghia progressivamente la persona nella sua solitudine.

Il punto di partenza di ogni relazione è vedere, indirizzare lo sguardo. È lo sguardo che orienta il cuore, fa uscire da sé e fa entrare nella propria orbita “l’altro”: lo sguardo, insieme all’udito, fanno spazio all’altro.

Il concetto di “compassione” è espresso negli scritti tardo giudaici e neotestamentari con il verbo splagknízomai; connesso con splén, milza, indica genericamente le viscere come sede delle pas­sioni istintuali dell’ira, del desiderio e dell’amore; più specificatamente può indicare il seno mater­no come sede della facoltà di concepire e partorire.

In realtà il verbo splagknízomai indica un movimento degli intestini provocato da un forte turba­mento come le viscere di una madre scosse da una cattiva vicissitudine di un figlio. Secondo l’antropologia biblica, le viscere sono la sede della sollecitudine materna: un voler abbracciare vi­sce­ralmente, con le proprie fibre interiori, i sentimenti o la situazione dell’ altro.

L’utero, luogo dell’annidamento della vita, di protezione e di solleci­tudine amorevole diventa nella Bibbia una metafora importante per la comprensione della compassione divina: in ebraico il termi­ne rahàmìm indica le viscere, utero compreso. Il Dio misericordioso quindi è il Dio che ha “utero”, che ha “viscere” da donna, quindi è in grado di “rigenerare” attraverso la sua misericordia e la sua compassione.

In questo contesto, la compassione è un processo diverso dalla razionalità è un frutto che scaturi­sce dalle viscere … là dove nasce la vita … un “pensare con la pancia” e agire d’immediatezza. La compassione quindi si produce nella carne (nelle viscere) non nella mente: tutta la persona è col­pita nel profondo del suo essere dall’altrui sofferenza; messo a contatto diretto con ciò che vive l’altro, è preso da una forte vibrazione che l’apre alla sofferenza del suo prossimo; mentre il “chiu­dere le proprie viscere” significa rimanere indifferenti.

Il sentire compassione è regola aurea della nuova comunità chiamata a fare propria la compassio­ne e la tenerezza di Dio; questo non è un giudizio inappellabile che esclude chi ha sbagliato, ma un severo monito che favorisce la vittima degli sbagli: è un faccia a faccia che nasce da una rela­zione personale per mettere fine ad una situazione dolorosa.

La compassione abbatte la tendenza di coloro che mirano a fare da padroni anziché fare da pasto­ri tra i fratelli, riducendo il Vangelo a una privata esercitazione mistica su Dio. Dove c’è compas­sione c’è vita!

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