IL PESO DELLA GUERRA SULL’AFRICA

IL PESO DELLA GUERRA SULL’AFRICA

Lo sconquasso economico provocato dall’aggressione russa all’Ucraina, sta riscrivendo la geopoli­tica del gas facendo salire d’importanza alcune nazioni africane che fino a ieri giocavano ruoli minori sullo scacchiere energetico. Fra essi l’Angola, il Congo, il Mozambico, che molti Paesi europei stanno aggiungendo alla lista dei propri fornitori, nel tentativo di ridurre la loro dipendenza dal gas russo. Qualcuno ha definito i prodotti minerari ed energetici sterco del diavolo, per fare intendere che dietro queste risorse, spesso, si celano trame corruttive e di latrocinio che arricchiscono solo una piccola élite, senza alcun beneficio per le popolazioni locali. Ma questo genere di informazioni non trova accoglienza negli indicatori di contabilità nazionale e chi pretendesse di valutare lo stato di salute delle economie, basandosi solo sui numeri del PIL e delle esportazioni, potrebbe conclu­dere che alcuni Paesi africani hanno ottenuto vantaggi dalla crisi bellica in cui è piombata l’Europa. Invece no: tramite un articolo appena pubblicato sul suo blog, il Fondo Monetario Internazionale sostiene che tutta l’Africa Sub sahariana stia subendo pesanti effetti negativi a causa della guerra scoppiata in Europa.  Tesi basata su tre elementi: il prezzo del cibo, il prezzo dei prodotti petroliferi, il peggioramento del debito.

La crisi alimentare

In Africa Sub Sahariana l’85%, del grano consumato è d’importazione: infatti, non di rado proviene, principalmente, dalla Russia e dall’Ucraina. In Kenya, ad esempio, il 33% del grano importato pro­viene da questi due Paesi, mentre nel caso della Tanzania sale al 70%. La guerra ha bloccato le esportazioni dall’Ucraina e ridotte quelle dalla Russia: immediatamente il prezzo del grano ha subito un’impennata sul mercato mondiale. Nel mese di marzo l’aumento è stato del 19,7% rispetto al mese di febbraio, con conseguenze gravissime per tutte le famiglie africane che destinano al cibo il 40% delle proprie entrate. Col progredire della guerra la situazione è destinata solo a peggiorare, perché in Ucraina molti raccolti di quest’anno potrebbero andare persi, mentre molte terre potrebbero non ricevere la semina per il raccolto del 2023. E quei Paesi che volessero trovare rimedio aumentando la produzione interna, dovrebbero fare i conti sia con l’aumento dei fertilizzanti, di cui Russia e Ucraina sono fra i maggiori produttori, sia con l’aumento dei carburanti per i macchinari. Un insieme di elementi che ridurranno considerevolmente il livello di sicurezza alimentare dei paesi africani, minacciando in particolare i poveri delle aree urbane. Ad esempio, nel 2019, nell’Africa Occidentale il numero di persone in crisi alimentare era stimato in 9,4 milioni di individui. Un anno più tardi era passato a 16,6 milioni. Poi, a fine 2021 era a 23,7 milioni, mentre si prevede che saranno 33,4 nel mese di luglio 2022. Ancora peggio, l’Agenzia Francese per lo Sviluppo prevede che la crisi alimen­tare riguarderà 38,3 milioni di individui di cui 2,7 in stato di bisogno alimentare, lo stadio precedente quello della fame.

Problema “carburante”

Oltre che di gas, la Russia è anche grande produttore ed esportatore di petrolio, il cui prezzo è, inevitabilmente, aumentato quando è scoppiata la guerra. Il Fondo Monetario ha calcolato che ai Paesi africani, importatori di petrolio, l’aumento della bolletta energetica comporterà, nel 2022 un maggiore esborso collettivo stimato in 19 miliardi di dollari. Ed anche se è vero che i produttori di petrolio esistenti nell’area subsahariana beneficeranno degli aumenti, l’effetto sarà solo parziale per­ché, per assurdo, molti di loro pur producendo petrolio dovranno importare benzina a causa del fatto che non dispongono di impianti di raffinazione. Valga come esempio la Nigeria che pur essendo il primo produttore africano di petrolio, importa tutta la benzina che le serve. L’Opec certifica che, nel 2020, la Nigeria ha speso 71,2 miliardi di dollari per l’importazione di prodotti petroliferi raffinati, mentre dalla vendita di petrolio grezzo ha incassato 27,7 miliardi di dollari. Un saldo negativo di oltre 43 miliardi di dollari.

Aumento del debito verso l’estero

L’aumento del prezzo del cibo, dei fertilizzanti, dei prodotti energetici, non farà altro che peggiorare il debito commerciale dei Paesi africani, contribuendo, in tal modo, alla lievitazione del debito com­plessivo che gli stessi paesi hanno verso l’estero. Gli ultimi dati disponibili riferiti al 2020, dicono che Il debito estero complessivo dell’Africa Sub Sahariana ammonta a 702 miliardi di dollari, per il 65% a carico dei governi. E considerato come il biennio 2020-2021 sia stato un periodo orribile per tutti a causa del Covid, il Fondo Monetario Internazionale teme che gli shock provocati dalla guerra all’Ucraina, possano mettere definitivamente al tappeto molti governi africani che durante il Covid hanno visto accrescere i propri deficit a causa di una riduzione del gettito fiscale e un aumento delle spese pubbliche, soprattutto di carattere sanitario. Metà dei Paesi a basso reddito dell’area Sub Sahariana sono già ad alto rischio di bancarotta. Ma ora il rischio si fa concreto se si considera come il mancato rilancio economico, dovuto all’aumento dei prezzi mondiali, tenderà a limitare i gettiti fiscali, mentre le spese pubbliche tenderanno ad aumentare per due ragioni principali. Da una parte sarà necessario sostenere i cittadini alle prese con l’aumento dei prezzi di beni di prima necessità; dall’altra occorrerà tamponare la spesa per interessi che nel frattempo hanno rialzato la testa.

E sullo sfondo di tutto questo, c’è il rischio che la corsa al riarmo faccia ridurre il flusso di denaro, già scarso, che i Paesi ricchi hanno promesso a quelli poveri per aiutarli a superare le vecchie criticità create da cinque secoli di colonialismo e le nuove create dal dissesto ambientale e climatico. La prova concreta di come la spesa in armamenti sia una dichiarazione permanente di guerra contro i più poveri anche se i cannoni non sparano. 

di Francesco Gesualdi

(cfr. Presenza Cristiana 04/2022)

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