QUALE PACE?

QUALE PACE?

Mai, come oggi, il bisogno di pace è diventato una scelta storica che l’umanità si trova a dover compiere di fronte all’abisso della terrificante violenza, dove si fatica a contemplare la fortezza degli umili e l’umiltà dei forti.

Karl Friedrich von Weizsàcker (1912-2007), verso la fine degli anni ’60, da grande pacifista, ha raccomandato un approccio terapeutico al problema della violenza. Il genere umano, violento e perciò, perverso, è l’animale più malato, in quanto è l’unica specie capace e disposta alla distruzione diretta e massiccia dei suoi simili. L’uomo violento, in una società violenta, è un matto, malato nella testa e nel cuore. Scrive Von Weizsacher: “La cosa biologicamente sorprendente, non è che esistano animali che si comportano in modo pacifico con i soggetti della propria specie, ma che l’aggressione contro i soggetti della propria specie sia molto diffusa tra gli animali superiori e, nel caso dell’uomo (e non solo nel suo caso) sia arrivata all’uccisione sistematica dei propri simili, riuscendo a proiettare questa violenza anche nella divinità, tanto da trovare giustificazioni nella religione”.

La guerra è sempre una sconfitta, per tutte le parti coinvolte: per la diplomazia e per il mondo politico, che mette in vetrina governanti dal profilo bassissimo, non in grado di gestire situazioni e persone, avendo completamente smarrito la fedeltà e il fondamento della stessa politica, costituiti dal bene comune. “Quando tanti popoli hanno fame, ogni estenuante corsa agli armamenti diviene uno scandalo intollerabile”: sostiene mons. Giovanni Ricchiuti, presidente di Pax Christi, intervenuto sul periodico Vita Pastorale e ripreso da Adista a proposito della guerra in Ucraina. Il vescovo ricorda che “la corsa agli armamenti… costituisce un furto” di capitali sottratti ai “bisogni vitali non soddisfatti”. Le armi, spiega ancora Ricchiuti, uccidono sempre: anche se inutilizzate; con il loro alto costo uccidono i poveri, facendoli morire di fame.

Se la cordialità è il fondamento della politica, allora, deve esserci continuità fra l’etica dell’amore e l’etica politica. La amoralità della politica machiavellica e la doppia etica, individuale e privata da una parte, e politica dall’altra, che dominano il mondo, non sono forse alla base della giustificazione della violenza?

Il problema, quindi, è ricreare l’unità fra le due dimensioni dell’agire umano, quello interpersonale e quello associativo, facendo valere l’unica e universale legge della cordialità. “Non vi è motivo di credere che esiste una legge per le famiglie e un’altra per le nazioni”, scriveva Gandhi. Purtroppo certe democrazie occidentali, nelle loro attuali caratteristiche, a volte, sono un paravento per mascherare le tendenze naziste e fasciste dell’imperialismo. In questo contesto, qualsiasi azione diretta ad eliminare le guerre si dimostrerà necessariamente infruttuosa, finché non saranno comprese le cause che danno loro vita. Oggi, la causa principale delle guerre è la barbara corsa allo sfruttamento dei popoli più deboli … chiamata eufemisticamente “mercato globale”.

L’unesco, nella sua costituzione, ha un preambolo che recita: “Poiché le guerre cominciano nelle menti degli uomini, è nelle menti degli uomini che si devono costruire le difese della Pace”. Prima dei grandi conflitti mondiali e locali, ci sono le guerre personali che portano sofferenza, a noi e agli altri, a causa delle forti tensioni mentali: aggressività, paura, ansia, stress, egoismo, gelosia, invidia, odio, insoddisfazioni profonde che cercano compensazioni. Poiché ogni nostro atteggiamento è guidato da un preciso stato interiore, solo le persone interiormente forti e nobilmente propositive non hanno la necessità di essere violente per imporsi, soprattutto perché la violenza è il frutto più orrendo della falsità.

La non violenza, che presuppone e richiede rapporti sani e risanatori con se stessi, con il prossimo, con la comunità, con la società e con l’ambiente, implica la conversione più profonda della persona e delle comunità: è uno stato interiore; è un risultato che non si otterrà mai con le soppressioni di un qualsivoglia fattore esterno o avversario, ma con una perfetta armonia tra l’interno e l’esterno, lontano da certi comportamenti schizofrenici di stampo casereccio, che poco hanno di nobile, ma tanto di utilitaristico. Contro un indurito pessimismo della ragione o una lettura razionalistica della realtà, c’è l’ottimismo della volontà e di chi ama quell’impegno pronto a sfidare ogni ragionamento stridente. È qui che le ferite prodotte dall’offesa si rimarginano e i vincoli infranti dal legalismo si saldano di nuovo: una simile pace implica una spiritualità che parla anche a chi non crede o a chi non sa di credere “…se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 5,20).

La comunità deve ritornare ad essere il luogo educativo per eccellenza, dove adulti e ragazzi possano apprendere l’arte della sintesi, senza la quale tutte le esperienze rischiano di schiacciare e confondere le persone, invece di farle maturare. Per tornare a sorridere con la semplicità dei piccoli, è importante sconfiggere soprattutto la solitudine, quale luogo in cui si radica la violenza; solo così, quando saremo vecchi la luce dei nostri occhi potrà illuminare il crepuscolo.

di Elia Ercolino

(cfr. Presenza Cristiana 05/2022)

Nessun Commento

Sorry, the comment form is closed at this time.