SI MUORE ANCORA DI FAME

SI MUORE ANCORA DI FAME

Rapporto dei due organismi delle Nazioni Unite, FAO e WFP
Crisi alimentare senza precedenti per la combinazione di fattori quali conflitti, con­dizioni meteorologiche estreme, shock economici e impatto della pandemia

Il mondo sta affrontando una crisi globale della fame di proporzioni senza precedenti. In soli due anni, il numero di persone in uno stato di grave insicurezza alimentare è aumentato di oltre 200 milioni, da 135 milioni di persone pre-pandemia a 345 milioni di persone di oggi. Tra loro, fino a 50 milioni di persone, in 45 Paesi, sono a un passo dalla carestia.

Conflitti, condizioni meteorologiche estreme, shock economici, impatti persistenti del Co­vid-19, effetti a catena della guerra in Ucraina spingono milioni di persone alla povertà e alla fame, mentre si rischia l’instabilità dei Paesi per le impennate nei prezzi di cibo e carbu­rante. Molteplici crisi alimentari incombono sul mondo, con ricadute soprattutto in quei contesti già caratterizzati da emarginazione rurale e fragili sistemi agroalimentari, mettendo a rischio migliaia di vite umane. È l’allarme lanciato dalla FAO, Organizzazione delle Na­zioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura e dall’Agenzia delle Nazioni Unite World Food Programme (WFP), impegnata a fornire assistenza alimentare nelle emergenze.

Il recente Rapporto dei due organismi dell’ONU individua le aree in cui è probabile che nei prossimi mesi una parte della popolazione si troverà in condizioni di «insicurezza alimen­tare acuta» cioè non riuscirà a consumare cibo adeguato, il che metterà a rischio immediato i loro mezzi di sostentamento e la loro stessa vita. Da qui il monito a mettere in campo le azioni necessarie per salvare vite e a prevenire ulteriori carestie e conseguenti crisi alimen­tari.

«Tempesta perfetta»

Il direttore esecutivo del WFP, David Beasley, parla di «una tempesta perfetta che danneg­gerà non solo i più poveri tra i poveri, ma travolgerà anche milioni di famiglie che fino ad ora sono riuscite a cavarsela. Ora, infatti, le condizioni sono molto peggiori rispetto alla pri­mavera araba nel 2011 e alla crisi dei prezzi alimentari del 2007-2008, quando 48 Stati fu­rono scossi da disordini politici, rivolte e proteste. Vediamo già cosa sta succedendo in In­donesia, Pakistan, Perù e Sri Lanka: questa è solo la punta dell’iceberg».

Aggiunge il direttore generale della FAO, Qu Dongyu: «Siamo profondamente preoccupati per l’impatto combinato di crisi sovrapposte che mettono a repentaglio la capacità delle per­sone di produrre e accedere agli alimenti, spingendo ulteriori milioni di persone a livelli estremi di grave insicurezza alimentare. È una corsa contro il tempo per aiutare gli agricol­tori nei Paesi più colpiti anche aumentando rapidamente la produzione alimentare e incre­mentando la loro resilienza».

Peggiore crisi alimentare di sempre

Ma quali sono le cause della peggiore crisi alimentare di sempre? Il rapporto di FAO e WFP segnala che, insieme ai conflitti, sono gli shock climatici frequenti e ricorrenti – come forti piogge, tempeste tropicali, uragani e siccità – a continuare a causare la fame acuta.

Con la pandemia da Covid-19, poi, l’economia mondiale ha subito un ulteriore rallenta­mento a causa delle interruzioni della catena di approvvigionamento globale e dell’aumento del debito pubblico. Inoltre, la guerra in Ucraina ha esacerbato il già costante aumento dei prezzi del cibo e dell’energia in tutto il mondo.

Il Rapporto prevede che gli effetti siano maggiori laddove l’instabilità economica e l’impen­nata dei prezzi si combinano con il calo della produzione alimentare dovuto a shock clima­tici, come siccità ricorrenti o inondazioni. Siamo entrati in una nuova “normalità” in cui sic­cità, inondazioni, uragani e cicloni distruggono ripetutamente l’agricoltura e gli allevamenti, provocano migrazioni e spingono milioni di persone ai limiti, in tutto il mondo.

Siccità in Africa orientale

In particolare, continuano a preoccupare i fenomeni climatici legati a La Niña, quell’anoma­lia climatica per cui alcune aree del mondo subiscono siccità e altre invece forti precipita­zioni, in corso ormai dal 2020 e che continuerà fino a tutto il 2022, aumentando i bisogni umanitari e la fame acuta.

In Africa orientale una siccità senza precedenti sta colpendo Somalia, Etiopia e Kenya con una quarta stagione consecutiva di piogge al di sotto della media, mentre il Sud Sudan dovrà affrontare il suo quarto anno consecutivo di inondazioni su larga scala, che probabilmente spingeranno le persone ad abbandonare le proprie case, dato che vengono devastati raccolti e bestiame. FAO e WFP prevedono anche piogge superiori alla media e il rischio di inonda­zioni localizzate nel Sahel, una stagione degli uragani più intensa nei Caraibi e piogge al di sotto della media in Afghanistan, Paese già colpito da molteplici stagioni di siccità, violenze e sconvolgimenti politici.

Il rapporto richiama l’attenzione anche sulle terribili condizioni macroeconomiche in diversi Paesi, causate dalle ricadute della pandemia di Covid-19 e aggravate dai recenti sconvolgi­menti sui mercati alimentari ed energetici globali. Queste condizioni causano drammatiche perdite di reddito tra le comunità più povere e mettono a dura prova la capacità dei governi nazionali di finanziare gli ammortizzatori sociali, le misure di sostegno al reddito e l’impor­tazione di beni essenziali.

750mila persone rischiano la vita

All’inizio del 2022 erano già 276 milioni le persone che vivevano in condizioni di fame acuta negli 81 Paesi in cui opera l’Agenzia delle Nazioni Unite World Food Programme. Un dato record che ha visto un aumento di 126 milioni di persone rispetto ai tempi pre-pande­mia.

Secondo il WFP, almeno 44 milioni di persone, in 38 Paesi, sono sull’orlo della carestia; nel 2019 erano 27 milioni.  

In base al rapporto di FAO e WFP, rimangono nella categoria «massima allerta» con aree in condizioni catastrofiche: l’Etiopia, la Nigeria, il Sud Sudan e lo Yemen; inoltre, rispetto a gennaio 2022, si sono aggiunti altri due Stati, Afghanistan e Somalia. Sono quindi sei gli Stati che hanno almeno il 20 per cento della popolazione nella fase 5 – la più grave – della scala IPC, cioè di classificazione dell’insicurezza alimentare acuta. Vuol dire che circa 750 mila persone si trovano in una condizione simile alla carestia e rischiano fame e morte. Tra loro, circa 400 mila vivono nella regione del Tigray in Etiopia, il numero più alto mai regi­strato in un Paese dai tempi della carestia in Somalia nel 2011.

Altri Paesi a rischio

Oltre a questi Paesi, poi, ci sono altre aree individuate dal Rapporto che richiedono azioni urgenti. In particolare, rimangono in una condizione di «forte preoccupazione» per il dete­rioramento delle condizioni: la Repubblica Democratica del Congo, Haiti, il Sahel, il Sudan e la Siria; a quest’elenco si è aggiunto anche il Kenya. Secondo il rapporto, inoltre, Sri Lanka, Paesi costieri dell’Africa occidentale (Benin, Capo Verde e Guinea), Ucraina e Zim­babwe si aggiungono ai Paesi hotspot della fame, cioè con aree “calde” a rischio, affiancan­dosi ad Angola, Libano, Madagascar e Mozambico.

Prevenire i disastri

Il rapporto FAO-WFP fornisce raccomandazioni concrete e specifiche per ciascun Paese ba­sate sulle priorità e sulla scala di gravità di insicurezza alimentare. In particolare, sono indi­cate due principali modalità di intervento ovvero: attuare a breve termine una serie di azioni preventive prima che si concretizzino nuovi bisogni umanitari; azioni urgenti per salvare vite umane, prevenire la carestia e proteggere i mezzi di sussistenza.

Il recente impegno del G7 ha evidenziato l’importanza di rafforzare l’azione preventiva nell’assistenza umanitaria e per lo sviluppo, in modo tale che i rischi prevedibili non diven­tino vere e proprie catastrofi umanitarie.

La FAO e il WFP hanno collaborato per aumentare l’entità e il bacino dell’azione preven­tiva, al fine di proteggere la vita delle comunità, la sicurezza alimentare e i mezzi di sussi­stenza prima che ci sia bisogno di assistenza salvavita nel periodo critico tra un allarme im­provviso e il verificarsi di un disastro. I finanziamenti umanitari flessibili consentono ai due organismi dell’ONU di anticipare i bisogni umanitari e salvare vite umane. L’evidenza mo­stra che per ogni dollaro investito in azioni preventive per la salvaguardia di vite e mezzi di sussistenza, è possibile risparmiare fino a 7 dollari, evitando perdite per le comunità colpite da disastri.

«Le soluzioni esistono, ma dobbiamo agire e farlo in fretta» è il monito del direttore esecu­tivo del WFP, David Beasley. Il mondo si trova a un bivio: va affrontata la sfida di soddi­sfare i bisogni immediati su larga scala e, allo stesso tempo, sostenere programmi che co­struiscono una resilienza a lungo termine su larga scala. Non farlo significherebbe affrontare problemi ancora più grandi in futuro.

di Elena Bisonti

(cfr. Presenza Cristiana 05/2022)

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