Traccia di omelia della 27a DOMENICA del tempo ordinario (Anno C) – 02 Ottobre 2022 –

Traccia di omelia della 27a DOMENICA del tempo ordinario (Anno C) – 02 Ottobre 2022 –

LA FORZA DELLA FEDE

(Ab 1,2-3;2,2-4; 2 Tm 1,6-8.13-14; Lc 17,5-10)

 

La storia degli uomini e dei popoli avanza su un filo conduttore di cui solo Dio conosce il percorso e le ramificazioni. Il credente è invi­tato ad accettarne l’esistenza pur senza conoscerne, meno ancora consta­tarne, il tracciato. La fede salva l’uomo dall’isolamento, ma anche dalla disperazione davanti agli insuccessi che registra nel suo cammino, agli ammanchi che verifica nella storia. Gli iniqui trionfano e i giusti sono vilipesi, oppressi, e Iddio sembra non accorgersene. Gesù afferma che la fede, anche nel suo minimo grado, può sradicare gli alberi; di fatto le suppliche più accorate, le domande più impellenti, rimangono inascoltate.

L’importante, ricorda ancora Luca, non è controllare o verificare il misterioso agire di Dio quanto affidarsi ad esso umilmente, nell’unica preoccupazione di attendere al proprio dovere, ai propri impegni pastora­li, aggiunge l’autore di 1Tm.

Il gradimento presso Dio non è subordinato alla conoscenza che l’uo­mo ha di lui, ma al grado di carità con cui cerca di attendere ai propri compiti nel piano della creazione e della salvezza.

1. Prima lettura «Fino a quando Signore?» (Ab 1,2)

Il profeta si interroga sui misteri della storia del suo popolo, vinto e umiliato dai suoi nemici (Assiri e Babilonesi) che pure non hanno meno colpe degli Israeliti. L’ingiustizia perturba anche il quadro del­la storia universale. Si perpetra a danno di individui e di intere col­lettività innocenti; perché Dio non interviene? Egli vede le «violen­ze» che si commettono, ode le proteste dei giusti, ma non porta «soc­corso». L’iniquità sovrabbonda e non sembra esservi rimedio.

La risposta tradizionale è che le sciagure vengono a punire, quindi a purificare i colpevoli, ma non è possibile che la «lezione» sia of­ferta da chi dovrebbe essere raggiunto da maggiori castighi. Che i Babilonesi, gente brutale e senza Dio, siano giudici degli Israeliti, non è un assurdo? I segreti della storia sono noti solo al Signore, all’uo­mo non rimane che affidarsi a lui. Tutto andrà al termine prestabilito, tutto accadrà secondo le scadenze fissate, ma nessuno sa quali so­no e quando giungeranno; solo bisogna saper attendere fiduciosi. Id­dio non viene a svelare il mistero ma a confermarlo, insieme alla ne­cessità di accoglierlo senza esigere troppe spiegazioni. Chi non ha la necessaria rettitudine, cioè non si conforma a questo suo volere, ver­rà travolto dagli eventi che cerca di capire, mentre chi vive in sinto­nia con quanto lo Spirito di Dio gli va suggerendo, resterà fedele alla sua parola: qualsiasi cosa accada, non avrà da temere.

La fede non è adesione mentale, ma totale al volere di Dio; è ac­cettazione di quanto accade, anche di catastrofico, nella storia degli in­dividui e dei popoli, sapendo che un giorno tutto avrà una spiegazione.

2. Seconda lettura «Spirito di forza» (2Tm 1,7)

Il protagonista della 2Tm è Paolo. Egli ricorda al discepolo Ti­moteo i compiti che si è assunto nell’opera di Dio. Non si tratta di subire gli eventi avversi («timidezza») ma di dominarli («spirito di forza»), tuttavia non per puntiglio o per prestigio, ma per attendere al bene comune («amore»), sempre però con la dovuta discrezione («saggezza»). Si tratta di coraggio, ma non di spavalderia, meno an­cora di prepotenza.

L’incarico ricevuto non è un posto di comando ma un servizio. Paolo è finito in prigione per essere stato un testimone indefesso di Cristo; molti si vergognano delle sue catene, ma il discepolo fedele non ha paura né della croce di Cristo né dell’ignominia di Paolo. Due aspetti dello stesso mistero e della stessa vocazione che egua­gliano il maestro al discepolo (cfr. Mt 10,25).

Il vangelo è un programma di morte e di risurrezione: quelli che l’accettano, come quelli che l’annunziano, non possono non condivi­derne la sorte. Prima di tutti Gesù Cristo stesso, il quale ha superato la prova in virtù della sua fede, cioè fiducia nella volontà del Padre e nella piena adesione alla causa affidatagli.

Gesù è vittima della sua ubbidienza e del suo amore che l’hanno portato a credere al Padre fino al martirio. Lo Spirito santo è l’artefi­ce e la guida della sua manifestazione; lo stesso guida i credenti a ri­percorrere la strada che egli ha segnalato fino alle ultime conseguen­ze, non esclusa la prigionia e il martirio.

La fede e la carità sono il «deposito» che Gesù lascia ai suoi seguaci e che Paolo trasmette ai suoi discepoli. Sono queste le «sane parole» che salvano, non le dottrine che illuminano la mente e la­sciano il più delle volte inoperosa la volontà.

3. Vangelo «Accresci la nostra fede» (Lc 17,5)

vedi anche https://dehonianiandria.it/lectio/

La fede è forse il tema su cui ritorna più spesso la predicazione del nuovo Testamento. Deve essere uno degli annunzi che sono stati più a cuore a Gesù.

Il pio israelita si teneva sotto la protezione di Jahvè e attendeva fi­ducioso tutto dalla sua mano; il discepolo di Cristo, a sua volta, è invitato a far propri lo spirito, la virtù, i sentimenti del suo maestro. Credere non è sintonizzare solo con i suoi pensieri (i suoi insegnamenti, le sue dottrine) ma con l’intera sua vita. Il credente è quello che ha sposato la causa di Cristo, di Dio, e perciò è pronto a impegnare tutto se stesso per dare ad essa attuazione. Aver fede significa accettare l’opera di Gesù come propria. Non se ne raggiungerà la «misura» (Ef 4,13) ma non per questo si è autorizzati a proporsi altri ideali.

La vera fede è sintonia di amore e di vita; essa si trasformerà sempre in operazioni di bene, che possono diventare anche operazio­ni prodigiose, quando sono le uniche o le più idonee per attestare la carità di Dio verso i suoi figli. I prodigi sono dei provvedimenti straor­dinari, ma soprattutto «segni» di una potenza salvifica e santificatrice che è sempre presente nella storia. Anche quando non si mani­festa con tali attestazioni, bisogna accettarla come tale.

Ma la condizione del discepolo di Cristo non è sempre quella della condivisione dei suoi poteri taumaturgici; il più delle volte si limita a semplici prestazioni di servizio. Il figlio dell’uomo non è venuto per es­sere servito ma per servire (Mt 20,28); il suo discepolo come prima cosa è chiamato a completare questa sua opera (cfr. Col 1,24) e a ritenersi, una volta portata a termine la sua missione, come una persona inutile (v. 10).

CONCLUSIONE

L’umiltà non può negare la verità, ma non spetta al discepolo di Cristo far valere i suoi diritti, esigere il riconoscimento delle sue prestazioni nell’attuazione del regno di Dio. «Non sappia la tua de­stra quel che fa la tua sinistra», raccomanda Gesù in altra circostan­za (Mt 6,3); la stessa cosa ricorda ora. Il bene è da fare per se stesso, per i vantaggi che ne ridondano ai fratelli bisognosi, senza pensare, senza tener mente al proprio interesse.

Il servo si ritiene «inutile» quando non attribuisce a sé quello che spetta a Dio. Al contrario non si adagia sugli allori conseguiti, si tiene sempre all’erta, sempre impegnato nel vasto, interminabile compito che ha davanti, la propagazione e l’instaurazione del regno di Dio, a cui mancano sempre operai (cfr. Mt 20,1-16).

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