LE VITTIME COLLATERALI DELLA GUERRA

LE VITTIME COLLATERALI DELLA GUERRA

Tutte le guerre sono morte e distruzione. Sono fosse comuni, donne stuprate, bambini uccisi sotto le bombe. Sono il sangue della povera gente, milioni di profughi, sono i soldati che sparano, sono i soldati feriti, torturati, gambizzati. Sono case distrutte, famiglie straziate, sono un fiume infinito di lacrime. Sono il massacro di Bucha, la devastazione di Mariupol’, sono i 7 anni della guerra in Yemen e i suoi 370mila morti (il conto continua, grazie anche alle bombe di fabbricazione italiane), sono i 200mila civili deceduti nella guerra in Afghanistan, sono le 109mila croci dell’invasione statunitense dell’Iraq, le 1.100 vittime libiche dell’attacco (a guida Nato) voluto dalla Francia. La guerra è dunque questo, e chi la autorizza per attaccare uno stato sovrano è un criminale di guerra. Lo è Putin (ma non lo scopriamo oggi), lo sono Bush figlio e Blair, lo è Nicolas Sarkozy. Ma, bando alle illusioni, nessuno mai li processerà! A noi il compito di fare memoria che in questo lago di sangue prosperano non solo le dittature, ma anche le tante osannate democrazie occidentali, ovvero il nostro benessere e i nostri cospicui affari; in ultimo, la nostra libertà.

Con la guerra sono tutti perdenti

In guerra perdono tutti, anche i vincitori. E con la guerra perdono anche, come scrive Aleteia, “chi non vi partecipa perché è a migliaia di chilometri di distanza”. I poveri e i paesi poveri del mondo sono anche vittime collaterali di una guerra come quella in Ucraina. Ma non solo la guerra in Ucraina, c’è anche la pandemia del Covid-19 e il riscaldamento climatico che causano una crisi multipla a livello mondiale. Un sondaggio condotto da Caritas Svizzera dimostra che i più colpiti sono gli abitanti nel Sud del mondo.

La guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina ha evidenziato ancora una volta quanto sia fragile l’equilibrio nel nostro sistema economico mondiale: la vulnerabilità si manifesta in modo drammatico nel sistema alimentare internazionale e interessa soprattutto le persone nel Sud del mondo. Gli incrementi di prezzo dei cereali, dei carburanti fossili e dei fertilizzanti causati dalla guerra hanno inasprito notevolmente la situazione alimentare nei Paesi indigenti. Molti di questi, già economicamente indeboliti dalla pandemia del Covid-19, sono altamente indebitati e lottano contro gli effetti della crisi climatica che compromettono la loro esistenza.

Secondo la FAO, i costi alimentari sono i più alti degli ultimi sessant’anni; e continuerà a crescere a causa dei prezzi dell’energia che incidono sui combustibili necessari per produrre ed esportare prodotti alimentari e agricoli. A tutto questo, si registri il ritorno dell’inflazione che genera anche un rischio di crisi monetaria e finanziaria, alimentato dalla risalita dei tassi d’interesse e l’apprezzamento del dollaro. Ad esempio, l’aumento dei prezzi sta andando fuori controllo nei paesi dove era già forte la crisi, come la Turchia (70 per cento) e l’Argentina (66 per cento), con una spirale di svalutazione della moneta che spinge alla fuga dei capitali. 

Allarme del Fondo Monetario Internazionale

Nei primi giorni dell’invasione russa dell’Ucraina, Kristalina Georgieva, direttore generale del Fondo Monetario Internazionale (FMI), aveva lanciato l’allarme: “Molti paesi africani sono già altamente insicuri dal punto di vista alimentare. Il Sudan, l’Etiopia e l’intera regione del Corno d’Africa sono in difficoltà, e la recente impennata dei prezzi dei prodotti alimentari aggrava la situazione”. In effetti, La guerra in Ucraina potrebbe, oggi, assestare un colpo fatale al decollo delle nazioni del sud del Mondo, che invece speravano di approfittare pienamente della ripresa post Covid. Ma il conflitto in Ucraina ha reso insostenibile per i paesi africani: le difficoltà di approvvigionamento e l’impennata dei prezzi di cibo ed energia (i carburanti iniziano a mancare) sono una preoccupazione. Tanto più che queste economie hanno poco spazio di manovra per aiutare le loro popolazioni a causa del deterioramento dell’ambiente macroeconomico.

Crisi energetica e alimentare

Il pericolo più grande deriva dalla crisi energetica e alimentare, indissociabile dal rischio di carestia e di rivolte. La guerra, le sanzioni internazionali e l’interruzione di qualsiasi traffico nel mar Nero hanno ritirato dal mercato il 29 per cento delle esportazioni di grano, il 20 per cento di quelle di mais e di orzo, l’80 per cento di quelle di olio di girasole e il 35 per cento di quelle di grani di girasole. La sola Ucraina produceva ed esportava cibo per 400 milioni di persone. Per i paesi del sud, che dipendono dalle importazioni, l’effetto è devastante.

Per il grano, ad esempio, ma anche per i prodotti agricoli, per l’energia o i materiali necessari per produrre infrastrutture sul continente, la dipendenza dell’Africa dalle esportazioni ucraine e russe rimane un problema importante. Dal 2016, la produzione russa e ucraina rappresenta circa il 45% delle importazioni di grano del continente, il 30% dell’orzo e il 20% del mais. Per gli oli di girasole, è il 45% delle importazioni totali. E questi prodotti rappresentano il 35% delle importazioni alimentari nel continente

Il Corno d’Africa

I paesi di Kenya, Somalia, Etiopia, Eritrea, Gibuti sono chiamati “Corno d’Africa” ​​per via della forma triangolare che questi paesi mostrano nella cartografia e in essi vivono 200 milioni di persone. Qui, annota il social network “Aleteia”, la combinazione della pandemia e di questa guerra Russo-Ucraina porta a contare almeno venti milioni di persone in emergenza alimentare e con poca acqua potabile a causa della terribile siccità, la peggiore da 40 anni; anche milioni di capi di bestiame sono morti di fame. Il costo dell’acqua è passato da 1 a 5 dollari per 200 litri, un prezzo inarrivabile per molte famiglie; il prezzo del riso è raddoppiato. In Somaliland non piove da un anno e la stagione delle piogge praticamente non esiste più e l’agricoltura, essenziale per quei paesi, è crollata. Gli aiuti umanitari li raggiungono con difficoltà sempre maggiori. Chi soffre di più sono i bam­bini; quindici milioni di bambini sono malnutriti e non vanno a scuola. 

In occasione della Giornata Mondiale della Terra, celebrata il 22 aprile, il movimento cattoli­co “Laudato Si”, nel settimo anniversario dell’Enciclica, ha rivolto un appello alle 220mila parrocchie del mondo per ricordare l’urgenza di sensibilizzare e fornire soluzioni ai problemi della l’emergenza climatica e la crisi ecologica.

Ogni anno più di 13 milioni di persone muoiono nel mondo per cause ambientali del tutto prevenibili, secondo l’OMS. L’inquinamento atmosferico uccide 13 persone ogni minuto. Il ghiaccio dell’Antar­tide si scioglie, il livello del mare si innalza, il caldo estremo e la siccità. Invece di diminuire, cresce l’uso di combustibili fossili; la maggior parte degli oceani è inquinata; un milione di specie animali e vegetali rischiano l’estinzione a causa della conversione delle foreste in terreni agricoli.

Se non vengono prese urgentemente misure su larga scala, l’umanità deve affrontare altre carestie, caldo insopportabile, crisi economiche e migrazioni di massa. L’ONU ha avvertito che stiamo en­trando in “una spirale di autodistruzione”.

a cura della Redazione di Messis

(Cfr Messis 4/2022)

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