Traccia di omelia della 1a DOMENICA di AVVENTO (Anno A) – 27 Novembre 2022 –

Traccia di omelia della 1a DOMENICA di AVVENTO (Anno A) – 27 Novembre 2022 –

GIUDICE O SALVATORE?

(Is 2,1-5; Rm 13,11-14; Mt 24,37-44)

 

La venuta storica di Cristo si è chiusa fallimentarmente, ma egli ha promesso ai discepoli e agli stessi avversari (cfr Mc 14,62) una sua nuova manifestazione (parusia) destinata a cancellare le ombre, gli in­successi della prima. Se si era presentato come «figlio del carpentie­re» (cfr. Mt 13,53) riapparirà nella veste di «figlio dell’uomo», cioè di plenipotenziario divino, pronto a far giustizia dei suoi nemici e a sostenere la causa di quanti hanno creduto in lui e sostengono perse­cuzioni per il suo nome.

Il regno di Dio è venuto (Mc 1,15) e si è tuttavia invitati a invo­carne l’attuazione (cfr. Mt 6,10); allo stesso modo i primi credenti men­tre proclamano la realizzazione delle promesse in Gesù di Nazaret, annunziano che egli deve ancora venire, e «presto» (cf. Ap 1,1,8), per riequilibrare il corso degli avvenimenti. La sua «venuta» è moti­vo di gioia, ma anche di timore poiché nessuno sa quali variazioni potrebbe subire il suo programma. La raccomandazione più urgente perciò è esser desti, non lasciarsi trovare impreparati al grande appun­tamento.

L’Avvento

La liturgia apre un nuovo anno.

I fedeli sono invitati a ripercorrere spiritualmente le fasi della sal­vezza, a rivivere l’aspettativa del promesso liberatore, per ritrovarsi fe­lici davanti al Cristo che ancora una volta ripropone all’attenzione dei credenti la sua nascita.

Gesù è venuto; si è manifestato, ma gli uomini non l’hanno an­cora compreso; non hanno aperto totalmente le loro menti e i loro cuori al suo messaggio di amore. Sulla scia della stella dei magi occor­re riprendere la ricerca, mettersi con Maria a «ripensare» alle parole tante volte ascoltate, cercando di arrivare al loro senso ancora ine­splorato e di coglierne le implicazioni non ancora avvertite. Le rispo­ste degli altri non sono mai le proprie, quelle che Dio pretende da ognuno.

Attendere significa meditare, riflettere, ascoltare. Il mistero di Cri­sto sorpassa «ogni conoscenza», ricorda l’autore della Lettera agli Efe­sini, nessuno riesce a misurarne «l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza, la profondità» (3,18).

Ricominciare da capo vuol dire prendere una miglior coscienza del passato, dedicarsi con rinnovata dedizione e maggiore impegno al­la causa nella verità e nel bene.

Gesù non ha tanto bisogno di ammiratori quanto di continuatori dell’opera da lui avviata.

Prima lettura «Forgeranno le spade in vomeri» (Is 2,2)

I profeti sono coloro che segnalano la presenza nascosta di Dio nella storia. Solo raramente levano il velo sul futuro della sal­vezza. L’annunzio di Is 2,1-5 riguarda infatti la «fine dei giorni» l’espressione utilizzata più di una volta nella Bibbia per segnalare l’era escatologica (cfr. Dn 2,28; 10,14; 12,2).

Il futuro salvifico è un segreto di Dio, ma per l’autore avanza su un modello israelitico. Avrà infatti come centro Gerusalemme e ad essa saliranno i popoli della terra. Non verranno tuttavia a offrire sacrifici a Jahve, ma a far conoscenza della «legge e della parola», a essere istruiti sulle «sue vie», sui comportamenti cioè graditi a lui.

L’aspirazione originaria, e per questo irrinunciabile, dell’uo­mo è quella della pace, della prosperità, del benessere. E ciò che i popoli vengono a chiedere, quasi come contropartita, al Dio di Giacobbe. In altre parole anch’essi aspettano che si instauri un’e­ra di amicizia e di fratellanza tra le nazioni; che finiscano per sem­pre le ostilità e che gli uomini devolvano le loro risorse nella co­struzione di attrezzi agricoli invece che strumenti bellici. E lo stesso messaggio che proviene da Is 9,4 in cui si arriva a dare alle fiam­me le divise militari, in modo da far scomparire del tutto ogni se­gno di guerra.

La «luce del Signore» (12,5) è Jahve stesso che d’ora in avanti segnalerà (di persona) agli uomini la strada da percorrere. Non ci sarà posto per altri luminari che possono pretendere di sostituirlo.

Seconda lettura «La nostra salvezza è più vicina» (Rm 13,11)

Il cristiano, secondo Paolo, è colui che ha ritrovato l’amicizia divina mediante la fede in Cristo (Rm 5,1), ma non ha ancora rag­giunto la piena salvezza. Questa non mancherà certamente (Rm 8), ma intanto è insidiata dal Peccato, dalla Morte, dalla Legge (5,12-7,25). Tutto è rilasciato pertanto alla libera, ma anche alla re­sponsabile risposta dell’uomo, in pratica all’accoglienza che riu­scirà a dare alla proposta divina che si concretizza nei comandamenti, riassunti a loro volta dall’amor del prossimo, in cui si ha il «pieno compimento della legge» (13,10).

La conformità con il volere divino è sempre urgente ma in modo particolare quando sono in vista determinate scadenze. Il «tempo» (kairos) particolare a cui allude l’apostolo è l’eschaton, il momento ultimo, la grande occasione della salvezza che può chiu­dersi anche repentinamente (cfr. 1Cor 7,29-31). La «notte», le «tenebre», il «sonno» sono designazioni simboliche, contrapposte al «giorno», alla «luce», alla «veglia». Le prime ricordano il tem­po dell’ira di Dio, della colpa; in concreto richiamano anche le cir­costanze propizie per le risse, le orge, le sregolatezze che si perpe­trano sempre con il favore delle tenebre; mentre la luce che pone l’uomo allo scoperto sottolinea l’obbligo al retto agire, alla traspa­renza.

Il cristiano è per vocazione l’uomo della luce perché non ha da compiere nulla di cui vergognarsi; tutto quello che fa è in vista di tutti, la sua difesa («armi») davanti a quelli che l’attaccano sono le sue operazioni di bene, le sue virtù, soprattutto la fede e la carità. «Rivestirsi di Cristo» significa diventare simili a lui, non tanto esteriormente quanto nel proprio intimo; seguire la sua parola, riprendere la sua testimonianza e tradurla nella pro­pria vita.

Vangelo «Vigilate» (Mt 24,42)

vedi anche https://dehonianiandria.it/lectio/

La predicazione profetica intreccia normalmente minacce di sciagure e annunzi di consolazione. Tale è anche il discorso di Ge­sù sulla fine del tempio e di Gerusalemme (Mt 24,4-44). Il «casti­go» del popolo eletto (24,4-28) è controbilanciato dalla salvezza dei Gentili («le tribù della terra» (24,29-31).

Una serie di parabole serve ad illustrare l’uno e l’altro avve­nimento. L’ultimo di essi è preannunciato simbolicamente dall’al­bero del fico che prelude all’estate della salvezza, mentre il richia­mo al diluvio e al ladro illustrano la parusia punitiva, il giudizio divino contro Gerusalemme (24,36-44).

Il «figlio dell’uomo» secondo la predizione di Dn 7,13-14 doveva «venire» per instaurare il suo dominio sul popolo dei san­ti (Dn 7,27), sugli «eletti» raccolti dalle quattro parti del mondo, ha ricordato Mt 24,31, ma verrà soprattutto o prima di tutto, per punire («giudicare») quanti lo hanno rifiutato.

Il diluvio richiama l’inondazione militare che sta per ab­battersi (si è abbattuta) sulla Palestina fino a raggiungere Ge­rusalemme (cfr. Lc 21,20). Sarà repentina come la folgore ha det­to sopra l’evangelista (24,27) come è sempre delle calamità, per­ché non si aspettano. Ma a differenza del diluvio, che risparmiò solo una famiglia, il castigo non sarà totale. A causa degli eletti i giorni della prova saranno abbreviati, ha avvertito Gesù (24,22); ora è ribadito che «una parte» soltanto della popolazione perirà nel flagello.

L’immagine del ladro è anch’essa di poco buon auspicio. Nel­la sua veste si presenterà anche il figlio dell’uomo alla generazione che l’ha respinto per spogliarla dei suoi «beni», i privilegi di cui andava orgoglioso Israele.

Il discorso sulla fine del giudaismo è rivolto però ai cristiani. Sono essi che debbono stare in guardia a non ricadere nelle stesse colpe (infedeltà) dei loro fratelli e andare incontro alle stesse con­seguenze (cfr. 1Cor 10,11).

CONCLUSIONE

Le pagine fosche del vangelo una volta delizia dei predicatori vanno diventando sempre più fuori moda. L’annunzio della colle­ra divina che riempie troppe pagine dell’Antico Testamento è in­tegrato nel nuovo con la presentazione del «figlio dell’uomo» si­gnore della storia. Bisogna cercare di capire le une e le altre prima di farne una ripetizione sconsiderata. L’ipotesi di Cristo giudice è la più ardita, forse la più assurda che l’uomo evangelico si sia provato a formulare. Dietro l’immagine del figlio dell’uomo c’è, forse, il risentimento della chiesa cristiana di fronte all’ostilità del­la sinagoga e insieme la preoccupazione dei pastori d’anime a te­nere il proprio gregge all’altezza della propria vocazione.

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