Traccia di omelia della Quinta domenica del tempo ordinario (anno A) – 5 febbraio 2023

Traccia di omelia della Quinta domenica del tempo ordinario (anno A) – 5 febbraio 2023

LA MISSIONE DEL CRISTIANO

(Is 58,7-10; 1Cor 2, 1-5; Mt 5, 13-16)

 

Il cristiano vive nel mondo, ma anche per il mondo, cioè per i propri simili più che perse stesso. Egli non può rimanere chiuso nella propria casa, ma deve porsi in vista degli altri, affinché trasfonda su di loro i valori di cui è in possesso. La luce più penetrante è quella che proviene dalle «opere buone» che non sono tanto gli atti di «pie­tà», «di culto» quanto le azioni benefiche, ovvero caritative.

Il nesso tra le «Letture» si può imperniare sul tema della luce (Is 5,8,10; Sal 111,4; Mt 5,14-16), ma rimangono fuori contenuti più importanti, soprattutto il messaggio sociale di Isaia che è un preludio alle beatitudini evangeliche.

Prima lettura «Se toglierai di mezzo a te l’oppressione» (Is 58,9)

Il testo di Is 58,7-10 rispecchia la situazione socio-politica, soprattutto religiosa dell’immediato postesilio. La dura esperien­za non era servita a cambiare gli animi, a creare la comunità ideale sognata dal profeta (capp. 40-55).

Continuavano le sopraffazioni, le ingiustizie, il disinteresse per le categorie più bisognose. I riti, le celebrazioni sacre invece avevano ripreso il loro abituale corso. Per bocca del suo fiduciario, Jahvé risponde al popolo che lamenta l’inattuazione delle promes­se: «Perché digiunare se tu non vedi, perché far penitenza se tu non lo sai?» (58,3).

Il digiuno è una pratica penitenziale istituita nei tempi antichi per sventare le calamità pubbliche. Dopo la distruzione del tempio, si compiva con una certa regolarità per ricordare, nella cenere e nella polvere, il luttuoso avvenimento e per far presenti a Jahvé le promes­se e forzarne l’attuazione. Ma c’è un equivoco che il profeta si preoc­cupa subito di far notare. Un tal digiuno non fa avvicinare il giorno della salvezza perché non è quello che piace a Jahvé, che non ha bisogno di vedere il popolo macerarsi per piegarsi alle sue richieste.

Il digiuno gradito a Dio, le privazioni che gli sono accette so­no quelle che ridondano a vantaggio degli altri. Egli non ha biso­gno di nulla, ma desidera coinvolgere gli uomini nella sua opera crea­tiva e salvifica. Occorre rinunciare al cibo, ma per nutrire chi è affamato. Occorre ve­stirsi di sacchi per offrire le proprie vesti a chi ne è sprovvisto; ritirarsi dalla vita pubblica (come era consuetudine dei «peniten­ti»), ma per passare il proprio tempo con gli emarginati.

La lista di Is 58,7 è solo indicativa. Essa ritorna anche altro­ve (cfr. Ez 18, 7-16; Gb 31.16-23; Mt 24,35-46 e i testi sapien­ziali dell’Antico Egitto). Nella tradizione cristiana saranno desi­gnate come le «opere di misericordia».

La restaurazione è il risultato di un intervento gratuito di Jahvé, ma subordinato a prestazioni analoghe da parte di chi la rice­ve. Invocare Dio, chiedere aiuto a lui suppone la piena disponibi­lità ad accordarlo e soprattutto a porre fine alle prevaricazioni e alle sopraffazioni. La «luce» (simbolo della salvezza messianica: Is 9,1) non può brillare su quanti vivono nelle «tenebre» cioè nel­l’ingiustizia. Solo quando ognuno diventerà portatore di luce la notte si trasformerà in «giorno».

Seconda lettura «…e questi crocifisso» (1Cor 2,2)

Il testo di 1Cor 2,1-5 è autobiografico e apologetico. I cri­stiani di Corinto, almeno una fazione di essi, hanno preteso una predicazione rispondente alle loro esigenze, ai dettami della filo­sofia greca, quindi più razionale, più convincente. Paolo può capi­re le loro aspirazioni, ma non può sconvolgere le leggi della salvez­za, basata sulla logica di Dio, che per gli uni è stoltezza, per gli altri è pietra d’inciampo, mentre per coloro che credono è virtù salvifica (1,23-24). Essa è incentrata sulla croce e non sulle parole persuasi­ve della sapienza umana.

L’apostolo non ha fatto ricorso a una tecnica omiletica non intonata con il messaggio che doveva comunicare. Quest’ultimo ha una sua forza intima che non ha bisogno di puntelli umani per farsi valere.

La missione di Paolo a Corinto non è ispirata da motivi di personale interesse (riscuotere il plauso dei cittadini da cui la ne­cessità di far spicco di doti oratorie), ma dalla convinzione di por­tare un messaggio dirompente che avanzava con maggior sicurez­za in proporzione della incapacità o debolezza dei suoi portatori (cfr. 1Cor 1,29; 2Cor 12,9).

Il «mistero di Dio» è il piano della salvezza incentrato sulla morte e risurrezione di Cristo, che nessuna riflessione umana var­rà mai a rendere più comprensibile e più accettevole. Non si tratta tanto di capire ma di credere. La «sapienza del mondo» o meglio greca, come egli aveva sperimentato ad Atene (At 17,32) e speri­menterà più tardi davanti ad Agrippa e a Festo (At 26;24), è di per sé incapace a portar luce sul mistero di Cristo, perché ne con­traddice i postulati fondamentali. Essa fa leva sulla forza e sulla saggezza, mentre Cristo si è affermato attraverso un dispiegamen­to di debolezza e di « insipienza » (insita nella rinuncia e nella croce).

Gesù ha speso la sua vita per la salvezza di tutti, massimamente dei più deboli, degli oppressi, degli emarginati, persino dei nemici. Paolo si rifiuta di vedere la logica in questo comportamento, come ha evitato di cercarne una nella kenosi che ha caratterizzato la vita e la fine ignominiosa del salvatore. Chiede solo che venga accettato e creduto.

Egli era venuto a Corinto con il proposito preciso di annun­ziare il Cristo crocifisso senza passare attraverso la trafila del «Dio ignoto» che aveva riscosso tanto insuccesso presso i filosofi dell’Areopago (At 17,23). Non è stata una risoluzione facile annun­ziare ai Greci la salvezza attraverso un condannato a morte, ma sofferta e temuta. Per questo ha dovuto porre da parte spavalde­ria e baldanza, ma anche ogni dialettica umana, solo cercando di sottolineare, meglio di dar spazio a una testimonianza fondata sul­l’azione dello Spirito e della potenza (di Dio).

Lo Spirito è l’unico garante del messaggio cristiano (2,10-15), occorre possederlo per accogliere l’annunzio della croce, altrimen­ti tutto tornerà ad apparire una stoltezza (2,14).

Vangelo «Sale della terra, luce del mondo» (Mt 5,13-14)

vedi anche https://dehonianiandria.it/lectio/

Il passo di Mt 5,13-16 si inquadra nel discorso della Monta­gna e segnala la missione del discepolo di Cristo «nel mondo». Direttamente si riallaccia al tema delle «beatitudini» (5,3-12). I destinatari non sono una categoria particolare di fedeli, ma i di­scepoli segnalati all’inizio del capitolo (5,1) e interpellati direttamente nei vv. 11,12, quindi la comunità cristiana in quanto tale, richiamata ai suoi impegni missionari. Essa è «il sale della terra».

Per sua vocazione è tenuta a svolgere nei confronti degli altri uo­mini la funzione che il sale ha per i cibi (li preserva dalla corruzio­ne, l’integra rendendoli commestibili). Senza sale non esiste ali­mentazione, senza il cristiano la società manca di una forza spiri­tuale e morale capace di premunirla dai mali che la investono. La presenza cristiana non è perciò insignificante o indifferente. Al pari del sale anch’essa non ha sostituzioni. Nessuno può subentrare al suo posto se essa viene meno.

L’evangelista è un pastore d’anime e intravvede anche que­sta possibilità (la fatuità ossia l’insipienza del cristiano) e si preoc­cupa di metterne in guardia i suoi lettori con un richiamo minac­cioso. Il sale diventato insipido non è buono a nulla se non ad es­sere gettato via. La menzione della fornace ardente o del giudizio è almeno vagamente sottintesa (cfr. 5, 22,29; 13,30).

L’immagine della luce (vv. 14-15) è biblica. L’autore dell’Esodo presenta la gloria di Jahve «come fiamma abbagliante» (Es 3,2). In Is 60,19 è chiamata «luce sempiterna».

Il messia è chiamato astro di Giacobbe (Nm 24,17), e luce delle genti (Is 42,6); la Gerusalemme messianica è invitata anch’essa a rivestirsi di luce (Is 60,1). Giovanni (8,12) attribuisce a Gesù la funzione che Matteo rivendica ai discepoli. Le tenebre, la notte nel Vecchio come nel Nuovo Testamento sono il simbolo delle forze del male (cfr. Mt 8,12; Lc 22,53). Il discepolo di Cristo partecipa della luminosità di Dio, come Mose che scendeva dal monte por­tando il riverbero della sua maestà (Es 34,35). Matteo parla altro­ve della limpidezza dell’occhio che dà splendore a tutta la persona (6,22-23). Il cristiano non passa inosservato e nessuno può rima­nere estraneo al fascino spirituale che irradia dalla sua persona. Al pari della luce esso penetra nei più profondi e nascosti ricetta­coli del cuore umano e mette a nudo le lacune che vi si riscontra­no.

L’annunzio viene esplicitato con due immagini (v. 15). La «cit­tà sul monte» può contenere un’allusione alla Gerusalemme mes­sianica, faro d’attrazione per tutti i popoli (Is 2,2-5; 60,1-2,19-20). La comunità dei discepoli si inserisce nella storia come una sor­gente di luce da cui tutti possono ricevere conforto e orientazio­ne. La «città sul monte» annunzia la visibilità, il punto di riferi­mento che la chiesa di Cristo è per tutti gli uomini.

Tale è anche il senso che ridonda dalla lampada sul candela­bro. La stanza dove sono raccolti familiari e amici è vivificata dal suo chiarore. Le preoccupazioni pastorali dell’evangelista riaffio­rano nuovamente. Il cristiano è una lucerna collocata sul candela­bro ma può verificarsi il caso, di per sé paradossale, che egli inve­ce di rimanere al suo posto elevato vada a nascondersi «sotto il moggio». Il messaggio è chiaro. Il vero discepolo di Cristo, deve rimanere allo scoperto e non rifugiarsi nella propria quiete o bear­si per proprio conforto della luce che possiede. Per vocazione egli deve parteciparla agli altri.

Ma la luce che conta non è quella delle parole, forse nemme­no quella della verità teorica, ma delle «buone opere» (kala er­ga). Matteo non pensa evidentemente alle opere di pietà o di cul­to di cui non ha mai parlato e da cui inviterà a mettersi in guardia (7,21-23), ma alle operazioni di bene di cui Gesù ha dato prova (4,23-25) e a cui ha fatto (5,3-11) e farà riferimento (7,23; 25,31-46) nei suoi discorsi. E solo la benevolenza, la bontà, l’amore, lo spiri­to di servizio che può diventare luce per quanti la sperimentano o ne vengono semplicemente a conoscenza.

L’evangelista lancia indirettamente un richiamo a coloro che si credevano discepoli di Cristo perché ascoltavano la sua parola, ripetevano il suo nome, predicavano il suo messaggio. Ciò che conta è «fare» la volontà di Dio (7,21-23).

Nella nota finale «e glorifichino il Padre vostro» si affac­cia il teologo cristiano che rivela un’impostazione mentale giu­daica. Certamente nessuno ha diritto di appropriarsi i doni di Dio o di gloriarsene come di un bene proprio (cfr. Gc 1,17: «Pa­dre di ogni luce»), ma la frase può dare l’impressione che Dio ab­bia ordinato l’operato umano alla sua esaltazione, mentre va a be­neficio dei suoi «figli prediletti» che sono gli uomini (cfr. Mt 5,44-48).

CONCLUSIONE

L’azione del sale è subordinata alla sua «liquefazione» o amalgamazione con i cibi. Il cristiano è il sale della terra, perché è chia­mato a confondersi con gli altri vari componenti della famiglia uma­na, dando ad essi l’aiuto di cui possono aver bisogno. L’immagine combatte ogni spirito di separatismo (farisaico) e richiama il lievi­to la cui efficacia è subordinata alla sua capacità di confondersi con la massa (13,23). Il cristiano non è solo l’uomo degli altri, ma è chiamato a vivere anche con gli altri, sulla linea di Cristo che è stato l’amico di peccatori e dei pubblicani (11,19), e con ognuno si trovava a suo agio.

La «luce» che Gesù esige (il verbo è all’imperativo) dai suoi seguaci è quella che emerge dal loro tenore di vita, trasparente, lineare. Essa condiziona l’esistenza umana. Se manca tutto rimpiomba nelle tenebre e nel caos (cfr. Gen 1,1). La responsabilità del cristiano è per questo imponderabile. Se il male non recede è perché la luce che deve fugarlo è debole o peggio ancora spenta. Dio dispone fortunatamente anche di propri canali per cui l’uma­nità non rimane mai priva delle sue illustrazioni, ma tale interven­to (segreto) non attenua la responsabilità dei suoi collaboratori or­dinari. Nelle loro mani ha rilasciato la realizzazione del suo dise­gno. Egli è il proprietario della vigna (Mt 20,1-16), il signore che dispone di somme di talenti (25,14-30), ma né il campo, né il da­naro fruttificano se non intervengono i vignaioli e i rispettivi «ser­vitori».

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