L’ALLUVIONE IN EMILIA-ROMAGNA: L’APPORTO DEL VOLONTARIATO

L’ALLUVIONE IN EMILIA-ROMAGNA: L’APPORTO DEL VOLONTARIATO

Hanno indossato gli stivali di gomma, imbracciato una pala e sono partiti. Anche questa volta, nell’Italia dell’emergenza, a fare la differenza sono stati i volontari. Giunti da ogni parte, con un continuo ricambio, hanno supportato e, spesso, sostituito la macchina statale dei soccorsi, durante l’alluvione che, nel mese di maggio, ha colpito l’Emilia-Romagna. Hanno rimosso il fango e l’acqua, aiutato anziani, messo in salvo animali, pulito cantine e seminterrati. Sempre con il sorriso sulle labbra. Nei servizi dei telegiornali, sono apparsi pieni di fango dalla testa ai piedi, ma con una parola di conforto sempre pronta, perché, oltre ai danni fisici, ci sono stati anche gli aspetti psicologici da curare. Ancora una volta, dopo il terremoto dell’Aquila e di Amatrice e le alluvioni da nord a sud dell’Italia, i volontari non si sono mai tirati indietro.

Il variegato mondo del volontariato

Le provenienze sono state molto varie: da quella cattolica, a quella dei circoli politici, dalla Croce Rossa alle Misericordie; ognuna, nel proprio settore specifico, ha provveduto a mettere in salvo persone e oggetti, offrendo, anche sostegno emotivo.

La Caritas Ambrosiana, per esempio, ha fatto arrivare materiale tecnico, come deumidificatori, idropulitrici, gruppi elettrogeni. Le Misericordie hanno procurato pulmini, letti da campo, tende e cucine mobili. E poi sono partite le raccolte-fondi con campagne spontanee dal basso o raccolte varie da parte di banche, coop, wwf e associazioni per la difesa dei bambini, come Save the Children.

Sono arrivati, perfino, gli studenti stranieri del progetto Erasmus che hanno voluto partecipare alla solidarietà nel Paese che li accoglie. E non sono mancati volontari d’eccezione, come i cantautori Nek e Cesare Cremonini.

In sostanza, una vera e propria macchina di intervento, coordinata ed efficace, dalle mille sfaccettature e specializzazioni, organizzata quasi militarmente! Ha lavorato secondo una routine precisa: al mattino la distribuzione di stivaloni, l’assegnazione di badili e via sulle alture o nelle golene dei fiumi. Giornate intere nella fatica e nel caos, a sera due chiacchiere un bicchiere di the e il giorno dopo tutto da capo… Complice anche la tecnologia da Telegram a Whatsapp a gestire coordinamento e informazioni.

Gli Aiuti dalla Conferenza Episcopale Italiana

Non è mancato l’intervento della Cei (la Conferenza Episcopale Italiana) che, attraverso la sua Presidenza, ha disposto uno stanziamento di un milione di euro dai fondi dell’8×1000. Lo stanziamento è stato erogato attraverso Caritas Italiana, che è in contatto continuo con le Caritas delle diocesi colpite. “Vogliamo esprimere, anche con questo gesto concreto, la prossimità della Chiesa in Italia alle tantissime persone che, a causa dell’alluvione e delle esondazioni, sono sfollate, avendo perso tutto o molto – ha affermato il cardinale Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della Cei – Continuiamo a farci prossimi e a pregare per quanti, in questo dramma, hanno perso anche la vita. Siamo grati alle diocesi, alle parrocchie, agli istituti religiosi che non hanno lasciato sole le comunità dell’Emilia-Romagna. Come dimensione e come numero di sfollati, questa tragedia non ha precedenti. È fondamentale che si lavori insieme e nella maniera migliore, in una logica di buon senso. Di fronte a problemi di queste dimensioni, bisogna mettere da parte qualunque lettura ideologizzata o piccinerie”.

La stima dei danni

8,8 miliardi di euro è stata la prima stima dei danni. Di questi, 1,8 miliardi riguardano gli interventi avvenuti nei primi giorni dell’emergenza. Quasi la metà dei danni ha riguardato fiumi, strade e infrastrutture pubbliche: oltre 4,3 miliardi di euro.

I danni provocati ai privati, secondo una prima stima, ammontavano a 2,1 miliardi: Per quanto riguarda le imprese, quelle potenzialmente danneggiate sono 14.200, per un totale di 1,2 miliardi di euro. Oltre 10mila il numero degli gli sfollati, ai quali occorrerà dare delle risposte.

Testimonianze

Tra i giovanissimi, che sono accorsi per dare il loro contributo, sono in tanti provenienti dalle parrocchie, dai gruppi scout e dalle scuole superiori.

Valentina, 18 anni, è partita da Milano come volontaria, su invito dell’insegnante di religione, insieme ad altri studenti maggiorenni della sua scuola. “L’alluvione mi aveva toccato fin dall’inizio, perché sono una persona sensibile alla questione dei cambiamenti climatici e dei conseguenti disastri ambientali. Quindi, quando ho saputo che c’era l’opportunità di andare ad aiutare le persone colpite, mi sono detta: è una bella esperienza, posso dare il mio piccolo contributo.

L’esperienza l’ha segnata soprattutto dal punto di vista emotivo e relazionale: “la cosa più bella è stato il legame creato tra tutti i volontari. Alla fine della giornata del sabato tutti i volontari, radunati in piazza, erano lì ancora tutti sporchi di fango a cantare. Ognuno raccontava agli altri il lavoro svolto durante quella giornata. È stato un bellissimo momento, perché eravamo lì, tutti insieme, provenienti da zone diverse dell’Italia; ognuno con motivazioni differenti; ognuno si era attivato in lavori diversi ma, nell’insieme si notava un grande effetto del lavoro fatto e dei legami amicali e solidali creati. Il volontariato ha fatto più bene a me che a tutti coloro che hanno ricevuto il mio piccolo servizio.”

Un aspetto, che ha catalizzato le attenzioni e le energie dei giovani intervenuti, è stato “l’ambiente naturale”. I fiumi in piena hanno portato con sé tonnellate di tronchi, detriti e rifiuti, che sono arrivati fino alle spiagge della riviera. A Rimini, i volontari hanno dovuto ripulire ben 68.000 metri quadri di lungomare e raccogliere rifiuti di ogni genere. Con lo slogan del Wwf: “Non è solo maltempo” essi hanno ribadito che fenomeni come quello che si è abbattuto sulla Romagna saranno sempre più frequenti e intensi se non facciamo presto dietrofront nei confronti del clima e della natura.”

E nel futuro?

L’alluvione è stata anche l’occasione per fare il punto sul ruolo del volontariato nel nostro Paese, all’indomani della pubblicazione del censimento Istat sulle istituzioni non profit, secondo la quale il numero di volontari sono diminuiti del 15,7% tra il 2015 e il 2021. La motivazione sarebbe da ricercarsi nella crescente istituzionalizzazione e professionalizzazione dei servizi civili, con la conseguente burocratizzazione che allontanerebbe chi ha voglia di un impegno più immediato.

Sembra, quindi, che gli Italiani abbiano perso il senso civico e la spinta altruistica! Oltre al calo del numero dei volontari, si registrano altri trend negativi: per la prima volta non è stato raggiunto il tetto del 5 per mille, mentre sono calate le domande di servizio civile.

Eppure gli eventi dell’Emilia-Romagna hanno dimostrato che, quando c’è un bisogno impellente, l’Italia corre. “In quei giorni – sostiene il Presidente di Terzjus Luigi Bobba – si è manifestata una grande capacità di prendersi cura delle persone e dei territori della Romagna devastati dall’alluvione, in modi e in forme che hanno destato qualche sorpresa, attingendo non solo alla forza delle reti associative organizzate, ma anche alla linfa del volontariato individuale e temporaneo. Lavoriamo per aprire una nuova stagione curando questi nuovi semi”.

Gli fa eco Paolo Venturi, professore di Economia dell’Università di Bologna che rileva, nell’impegno contro i cambiamenti climatici e a favore dell’ambiente, un forte interesse giovanile: “…il recente dibattito sulla realtà del volontariato è qualcosa che nasce nell’emergenza, però fa affiorare il senso e il cuore di tutti. Purtroppo il mondo del volontariato, con il suo operare, è stato codificato e incorporato dalle indagini Istat, nella sua dimensione formale, in organizzazioni e piattaforme, ma il vasto movimento di aiuto spontaneo accorso in Emilia-Romagna, in quelle ore e in quei giorni è, in parte, un’altra cosa. Sfugge, ovviamente, a tutte le categorie di classificazioni e catalogazioni, anche se, dopo la grande ondata di solidarietà che ha segnato le aree colpite, non sono mancati malumori e proteste. Ad innescarli, la decisione di Prefetti e Sindaci di fermare l’arrivo dei volontari nelle zone interessate dalle inondazioni. La ragione è facilmente intuibile: quando l’emergenza ha iniziato la sua fase calante, in loco sono subentrati, in maniera operativa, tecnici esperti con mezzi all’avanguardia, a cui bisognava lasciare spazio. Molti volontari, però, hanno protestato contro un approccio istituzionale, oltremodo burocratico, che avrebbe inspiegabilmente rallentato il lavoro dei cittadini di buona volontà, gli “angeli del fango”, impegnati a dare una mano proprio nel fango.

Ma quale previsione si può avanzare per il futuro in Italia? Purtroppo il cambiamento climatico sconvolge tutte le categorie di sicurezza accumulate in passato, per cui, dopo questa esperienza, nessuno si sente più sicuro. Commenta Venturi: “Il problema non riguarda più solo alzare ulteriormente o rifare gli argini, ma cambiare totalmente le logiche con cui si ripartiscono e si spendono le risorse. Considerato che il volontariato e il Terzo settore sono sostanzialmente un’azione imprescindibile, potente e pubblica, diventa indispensabile il loro coinvolgimento immediato nei processi di rigenerazione del dopo, altrimenti, per l’ennesima volta, il loro prezioso apporto è ridotto solo a quello di tappabuchi”.

Foto: Caritas italiana                                                                                                          di Livia Ermini

(cfr. Presenza Cristiana 5/2023)

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