CRISTIANI A GAZA

CRISTIANI A GAZA

La Chiesa cattolica della Sacra Famiglia, a Gaza, è un’oasi di pace. Tra il campo profughi di Jabalia e quello di Ash-Shati, dove vivono in condizioni terribili centinaia di migliaia di persone, in alcuni casi fin dal 1948, c’è questa chiesa che, con le sue palme e i suoi affreschi interni, ha sempre rappresentato un luogo di riflessione, preghiera e studio, non solo per la comunità cristiana, ma, soprattutto, per tanti abitanti di Gaza.

I cristiani palestinesi rappresentano, oggi, circa l’1% della popolazione. Essi, da tempo, at­traverso scuole, ospedali e assistenza sociale hanno servito quasi il 40% dei palestinesi: motivo per cui la convivenza tra la comunità cristiana e quella musulmana nella Striscia, è sempre stata pacifica e senza problemi. I cristiani sono per Gaza indispensabili, anche se ora rischiano di trasformarsi in “ostaggi aggiuntivi”.

“Spade d’Acciaio”

In queste zone, tra le quali la chiesa, si vivono giorni drammatici, a causa dell’ennesima operazione militare dell’esercito israeliano sulla Striscia di Gaza. Sono più di 15mila le vit­time delle “Spade d’Acciaio”, così come i militari israeliani hanno chiamato la pioggia di fuoco che si è abbattuta sui 365 chilometri quadrati della Striscia: un vero inferno! Infatti, in questo piccolissimo spazio, definito una delle zone con la più alta densità abitativa al mondo, vivono più di due milioni di persone.

In questa “apocalisse” bellica, c’è la testimonianza vivente della chiesa cattolica della Sacra Famiglia, con la sua comunità e la sua costante apertura a tutti coloro che hanno bisogno: è il racconto vivente di una delle tante complessità di questa terra martoriata, troppo spesso raccontate frettolosamente e approssimativamente in “bianco e nero”.

Un conflitto tra ebrei e musulmani?

Questa sembra la madre di tutte le narrazioni sbagliate. Infatti, fa comodo, a tanti, dipingere la situazione in Palestina, semplificando questa lotta per la terra e le sue risorse, come uno scontro religioso tra ebrei e musulmani. Purtroppo, da questo tipo di narrazione, restano esclusi molti elementi, a cominciare dal problema, sia in Israele, sia in Palestina, della con­vivenza delle minoranze: soprattutto quella cristiana. Quest’ultima ha sempre condiviso le drammatiche condizioni umanitarie della Striscia, dove l’attuale assenza di acqua potabile, l’inquinamento, le macerie, le carenze sanitarie sono solo alcuni degli aspetti negativi, legati al blocco imposto da Israele a questo territorio. In proposito, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, già dal 2007, ha portato a definire questo lembo di mondo non adatto alla vita umana. Purtroppo, i recenti attacchi di Israele del 7 ottobre, come conseguenza delle efferate azioni terroristiche di Hamas, hanno precedenti storici in ulteriori e feroci operazioni militari, rivolte contro la Striscia di Gaza, nel 2009, nel 2012, nel 2014, nel 2021 e nel 2022.

In queste tristi occasioni, proprio nelle comunità cristiane di Gaza, come sempre, hanno trovato rifugio molti civili in fuga dai bombardamenti, senza che nessuno chiedesse loro quale dio pregassero: sono donne, bambini, anziani, che, come tutti i civili in tutte le guerre, non hanno alcuna colpa.

Alcuni recenti episodi drammatici

Il senso di sicurezza, goduto da quest’area, è andato in frantumi il 19 ottobre, in seguito al bombardamento, da parte di Israele, alla vicina chiesa cristiano-ortodossa di San Porfirio, la più antica di Gaza. L’esercito israeliano ha affermato, in un comunicato, che la chiesa non era l’obiettivo dell’attacco, ma è stato il risultato di una sorta di “effetto collaterale”: intanto le persone sono morte!!

Si ritiene che a Gaza vivano ancora solo tra 800 e 1.000 cristiani. Essi costituiscono la più antica comunità cristiana del mondo, risalente al 1° secolo. Nel 2007, quando Hamas ha preso il potere nella Striscia di Gaza, erano circa 3mila, ma molti hanno deciso di andarsene, temendo un atteggiamento ostile nei loro confronti.

In realtà, come ha raccontato Kamel Ayyad, portavoce della chiesa di San Porfirio, la mag­gioranza della popolazione è andata via a causa del blocco aereo, navale e terrestre, da parte degli Israeliani, preferendo emigrare in Cisgiordania, in America, in Canada o altrove nel mondo arabo, alla ricerca di una migliore condizione di vita tra istruzione e sanità. Ma, anche sotto l’autorità palestinese, la vita della comunità cristiana è e rimane critica. Non bisogna dimenticare che, proprio nel 2007, un episodio turbò molto l’animo di questa gente. Venne, infatti, assassinato Rami Ayyad, direttore di una libreria simbolo della comunità. Ha­mas promise giustizia, dicendo che nessuno avrebbe mai fatto del male alla comunità, ed è stato così, anche se i responsabili non vennero mai assicurati alla giustizia.

Un po’ di storia

Dopo la creazione dello Stato di Israele, 14 maggio 1948, oltre 700mila palestinesi, per­dendo terre e case, fuggirono nella Striscia di Gaza, dove esisteva già un’antica comunità cristiana. Attualmente, la maggior pare di costoro è di fede greco-ortodossa, mentre un nu­mero minore prega nella chiesa cattolica della Sacra Famiglia e nella chiesa battista. L’ere­dità cristiana di Gaza risale ai tempi in cui la fede era una setta perseguitata che prometteva la salvezza agli oppressi.

La tradizione locale, fa risalire la nascita della comunità cristiana di Gaza all’apostolo Filippo, che, stando agli Atti degli Apostoli, percorse la strada del deserto da Gerusalemme a Gaza per diffondere “la Parola”. Inoltre, testimone dell’antica origine di questa comunità cristiana, è la Chiesa di San Porfirio: la più antica dell’enclave, situata nel quartiere Zaytun della Città Vecchia di Gaza. Questa chiesa, ortodossa-cristiana, fu fondata nel V secolo, dopo la morte dell’omonimo vescovo, che convertì i pagani della città al cristianesimo, bruciando idoli e templi. Dopo la conquista persiana del VII secolo, la chiesa fu trasformata in mo­schea. Successivamente, nel XII secolo, fu ricostruita dai crociati.

“Pietre vive”

In tutta la Palestina, comprese Gerusalemme e la Cisgiordania, sono circa 50mila i cristiani che vengono, talvolta, definiti “Pietre vive”: una metafora evocata per la prima volta dall’a­postolo Pietro, l’ex pescatore chiamato a essere discepolo di Gesù, per descrivere il ruolo dei credenti nella costruzione della casa spirituale di Dio. Oggi il termine si riferisce al loro status speciale di custodi di una fede nata nella loro terra, ma finita male nella lotta tra lo stato d’Israele e i Palestinesi dei territori occupati. Kamel Ayyad, parlando dei cristiani di Gaza, ha ricordato alla stampa: “Siamo tutti Palestinesi. Viviamo nella stessa città, con la stessa sofferenza. Siamo tutti sotto assedio e siamo tutti uguali”.

La comunità cristiana ha sempre svolto un rilevante ruolo nella vita sociale palestinese, pro­ducendo luminari come Issa El-Issa, arabo cristiano , oppositore del sionismo e dell’ammi­nistrazione britannica, fondatore, nel 1911, dell’influente quotidiano Falastin, con sede a Giaffa: un motore chiave del nazionalismo arabo-palestinese, durante il mandato britannico, ed Edward Said, che, nel suo libro più importante, Orientalismo, ha messo a nudo il com­piacimento occidentale nei confronti dell’Oriente. I Cristiani sono molto attivi, anche nell’am­bito umanitario, con opere di solidarietà e a favore dell’ospedale Al-Ahli, gestito, tuttavia, da anglicani i quali sono anche proprietari. Purtroppo, questo stesso ospedale è stato devastato da un recente raid aereo israeliano, che ha ucciso centinaia di persone.

Una comunità in pericolo

Mai come in questo periodo, la comunità cristiana palestinese si sente in pericolo, fuori e dentro la Striscia di Gaza. Se, per la prima volta, questa terribile guerra rischia di veder fuggire gli ultimi cristiani da Gaza, segnando la fine di una presenza millenaria, anche in Cisgiordania, la presenza assillante del governo d’Israele e del movimento dei coloni è molto preoccupante. Già nel gennaio 2023 si erano registrate violenze.

Il 1° gennaio 2023, pochi giorni dopo il giuramento alla Knesset di Benjamin Netanyahu e dell’insediamento di un governo composto da una destra estremistica, mai verificatasi nella storia del Paese, due uomini non identificati hanno fatto irruzione nel cimitero protestante di Monte Sion a Gerusalemme profanando più di 30 tombe, distruggendo lapidi a forma di croce e frantumandole con pietre. A seguire, il 26 gennaio, un gruppo di coloni israeliani ha attaccato un bar armeno nel quartiere cristiano della Città Vecchia di Gerusalemme, gri­dando “Morte agli arabi… Morte ai cristiani”.

Numerosi altri episodi di violenza si sono registrati nei mesi precedenti l’attacco del 7 otto­bre, quando le attenzioni dei gruppi armati di coloni si sono concentrati sulla comunità arabo–israeliana e sui palestinesi della Cisgiordania. La recente “tempesta di fuoco” sulla Striscia di Gaza, sembra che abbia legittimato il violento accanimento contro gli inermi cit­tadini arabo-cristiani. Tuttora, nonostante i numerosi appelli internazionali, a Betlemme e altrove, la comunità cristiana palestinese non si sente al sicuro. Pertanto, non si finirà mai di ricordare a tutti che la pace non è solo assenza di guerra, ma creazione di un sistema che sia, anche e soprattutto, capace di tutelare le minoranze dai fanatici di ogni fede.

di Christian Elia

(cfr Presenza Cristiana 1/2024)

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