IL DIALOGO: TERAPIA IN OGNI CONTESTAZIONE

IL DIALOGO: TERAPIA IN OGNI CONTESTAZIONE

Tra chat, email, Facebook, Instagram, Twitter, WhatsApp, siamo, virtualmente e freneticamente, sempre più social! Eppure nel mondo reale è diventato difficile riuscire ad avere un buon dialogo con qualcuno. Talvolta, addirittura, incontrare davvero gli altri ci fa sentire a disagio: non siamo più abituati!

Guardandoci attorno, notiamo che tante persone prevaricano, fraintendono, giudicano, si “nascon­dono”, non ascoltano, o, al contrario, diversi non sono ascoltati: il risultato è un grande fallimento. In tutto questo, si sa, non è solo questione di cosa si dice, ma di come la si dice. È proprio qui il problema, perché nel dialogare non c’è solo l’incontro di due pensieri, ma, soprattutto, di due per­sone. Non è solo lo scambio tra due intelligenze, ma, anche tra due anime e tra due cuori.

Nella storia millenaria dell’umanità, fino ai nostri giorni, è possibile rintracciare numerosi e terribili esempi di fallimento e di negazione del dialogo. Ogni qualvolta che è scoppiata una guerra, dai tempi di Caino e Abele, ogni qualvolta si è torturato, discriminato e oppresso, ogni qualvolta sono prevalse la sopraffazione e la violenza si è, costantemente, verificato il fallimento del dialogo e l’ac­cantonamento della politica, per dar voce agli con atti di forza, quale espressione degli uomini, e, con essi, alla dimostrazione della politica intesa come gestione personalistica della cosa pubblica e del potere.

Fatti ed eventi del nostro tempo si snodano, nella nostra memoria, a dimostrazione che ogni relazione umana e sociale, si trasforma in violenza e guerra, quale prova dell’incapacità di dialogare anche da parte dell’umanità del XXI secolo. In Iran, è dal 2007 che il dialogo fra cattolici e musulmani è sospeso e, nei casi di apostasia, si può ricorrere alla sharia ed essere condannati a morte. Fra Ucraina e Russia è in corso un conflitto che vede coinvolti indirettamente numerosi Stati, come in una “guerra per procura”. In Palestina, sembra che, tra Israeliani e Palestinesi, la sordità regni so­vrana. Il Corno d’Africa è nel caos e la guerra civile è degenerata in massacri e pulizie etniche. La tragedia del popolo afghano, abbandonato a se stesso, è sotto gli occhi di tutti…e i grani di un penoso “rosario” potrebbero continuare all’infinito.

Rimane, però, la convinzione che la fermezza su posizioni granitiche, a difesa di convinzioni rite­nute infallibili, stia facendo naufragare l’abitudine e la voglia di dialogare. Purtroppo, non accettare il dialogo e irrigidirsi sulle proprie posizioni, illude i leaders, al punto di farli sentire al centro del mondo, preparati e infallibili. Ma si tratta di una pura allucinazione, perché nel nostro mondo globa­lizzato, che si fa ogni giorno più piccolo, la questione del dialogo assume un’importanza notevole: è un crocevia di umanizzazione, oltre ad essere un tema culturale e politico, religioso e teologico, antropologico e sociale, che invita a scoprire dimensioni di fraternità ancora sconosciute, almeno nella nostra civiltà occidentale. Queste affermazioni non hanno un significato e un intento morali­stico, ma riscoprono quella dimensione umana e relazionale in grado di promuovere e dare futuro al mondo.

L’etimologia del termine “dialogo”, deriva da “dia-logos”, cioè discorso a due, scambio o incontro d’intelligenze: fa riferimento a un atto comunicativo, attraverso il quale raggiungere una nuova co­noscenza, scoprire insieme qualcosa in più di quello che si può da soli. 

La verità non la si definisce, non è l’esattezza scientifica, ma la si scopre abbandonando quelle modalità di comunicazioni che assomigliano ad un dibattito, in cui ciascuno è principalmente impe­gnato a difendere il proprio punto di vista, in favore di un vero e proprio scambio, il cui potere consiste nel trasformare la qualità delle conversazioni e di modellarne i pensieri che ne sono alla base. Quindi, l’invito non solo a sospendere lo scambio di idee in ottica difensiva, ma, soprattutto, indagare intorno alle ragioni che portano alle diverse posizioni.

Il dialogo non è la trasmissione di un contenuto, né tantomeno la definizione sempre più spe­cialistica di termini che informano su qualcosa; ma è la qualità della nostra relazione con l’altro e, quindi, del nostro essere nel mondo: noi, esseri viventi, esistiamo perché coesistiamo… perché dia­loghiamo. Il dialogo è una vera azione di fede, perché richiede un “salto” di natura intellettuale e sentimentale; chiede il coraggio e il rischio dell’incontro con l’altro, esponendo se stessi alla forza e al rigore del ragionamento, dove l’obiettivo non è vincere facendo perdere l’altro, ma vincere insieme: una vera azione di persone nobili di cui, oggi, siamo carenti.

Ma, oggi, più che mai, diventa tassativo l’invito: “dialogare o perire”, perché il dialogo è una grande terapia all’interno di ogni contestazione.

Foto di Beth Macdonald su Unsplash                                                                                a cura di Elia Ercolino

(cfr Presenza Cristiana 1/2024)

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