IN ITALIA LA POVERTA’ È ORMAI STRUTTURALE. ZUPPI: “I NUMERI DEVONO SCANDALIZZARCI”

IN ITALIA LA POVERTA’ È ORMAI STRUTTURALE. ZUPPI: “I NUMERI DEVONO SCANDALIZZARCI”

L’Italia è un Paese sempre più povero: ad oggi sono quasi sei milioni gli italiani che vivono in povertà. quasi 5,6 milioni di persone nel 2022 hanno vissuto in condizioni di povertà assoluta. Nel 2021 erano 5,3 milioni.

In percentuale, in 12 mesi siamo passati dal 9,1% al 9,7% della popolazione. Significa che in Italia quasi una persona su 10 vive in condizioni di povertà assoluta; invece, rispetto ai nuclei familiari, sono 2,18 milioni quelle che secondo i criteri Istat vivono in uno stato di povertà assoluta. Nel 2022 erano poi 1,27 milioni i minori in povertà assoluta, cioè il 13,4% del totale. Nel 2021 erano il 12,6%.

Per quanto riguarda i minori, nel 2022 la povertà assoluta in Italia interessa quasi 1 milione 269 mila minori (13,4%, rispetto al 9,7% degli individui a livello nazionale). L’incidenza varia dall’11,5% del Centro al 15,9% del Mezzogiorno. Si colgono segnali di peggioramento per i bambini da 4 a 6 anni del Centro, per i quali l’incidenza arriva al 14,2% dal 9,3%, ma anche per quelli dai 7 ai 13 anni del Mezzogiorno, per i quali si arriva al 16,8% dal 13,8% osservato nell’anno precedente.

Gli stranieri in povertà assoluta sono invece oltre un milione e 700mila, con un’incidenza pari al 34,0%, più di quattro volte e mezzo superiore a quella degli italiani (7,4%).

Nel 2022 il 17,6% delle famiglie residenti in Italia paga un affitto; il 73,2% possiede un’abitazione di proprietà. Le elaborazioni dei dati Istat hanno annotato che l’incidenza di povertà assoluta varia anche a seconda del titolo di godimento dell’abitazione in cui si vive. Il 45% di tutte le famiglie povere sono in affitto, contro il 4,8% di quelle che vivono in abitazioni di proprietà. Entrambi i valori sono in crescita rispetto al 2021

Un dato che non bisognerebbe trascurare è che a livello nazionale la crescita dell’incidenza della povertà si registra soprattutto per le famiglie in cui la persona di riferimento (intestataria della scheda anagrafica) ha un’età tra i 35-44 anni, oltre che per le famiglie con minori e per le famiglie con stranieri. È solo la conferma di un allarme che già da tempo viene sollevato da più voci: questa Italia non si prende cura dei giovani, ha lasciato un’intera generazione in balìa del precariato e se ne è lavata le mani etichettandola come “generazione perduta” e ora sta facendo la stessa cosa con i Millennials, salvo chiedere a più riprese che si facciano i figli, quando spesso non si è nelle condizioni nemmeno per soddisfare il diritto abitativo.

RAPPORTO ISTAT – RAPPORTO CARITAS: DATI SPECULARI

Sono dati drammatici quelli che l’Istat ha diffuso, di fronte ai quali «dobbiamo scandalizzarci», come ha ricordato il Cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, che già a fine settembre, nella sua introduzione al Consiglio permanente dei vescovi italiani, aveva affrontato questa piaga ricordando che appena 15 anni fa riguardava solo il 3% della popolazione. L’arcivescovo di Bologna ha anche sottolineato il fondamentale ruolo di prossimità che svolgono la Chiesa locale ed i Comuni nel raccogliere il peso e la sofferenza diretta da chi vive in queste condizioni. Tanto è vero nella misura in cui il rapporto Istat è stato confermato e ancor meglio descritto e circostanziato dal “Rapporto Caritas 2023”, dal quale emerge che la povertà in Italia è un fenomeno da considerarsi ormai strutturale e non più residuale. Il Rapporto su povertà ed esclusione sociale in Italia “Tutto da perdere” fotografa un quadro drammatico: oltre 5 milioni 674 mila poveri assoluti, pari al 9,7% della popolazione. A trent’anni dal primo rapporto che la Caritas ha elaborato sulla povertà in Italia, quello che emerge nel 2023 è un Paese profondamente stravolto, nei numeri e nei profili sociali, secondo cui un residente su dieci oggi non ha accesso a un livello di vita dignitoso.

I PROFILI DELLA POVERTA’ SECONDO CARITAS ITALIANA: IL WORKING POOR

Nel 2022, i centri di ascolto e i servizi Caritas hanno supportato durante l’anno l’11,7% delle famiglie in povertà assoluta, laddove invece il peso degli stranieri tra i beneficiari si attesta al 59,6%. L’età media è 53 anni per gli italiani e 40 anni per gli stranieri. L’approfondimento del Rapporto è dedicato al “fenomeno dei ’working poor’, ossia di quelle situazioni di povertà personali e familiari, in cui non manca il lavoro, ma il reddito non è sufficiente a una vita dignitosa.

Si tratta di lavoratori e famiglie – nelle quali il capofamiglia solitamente è l’unico a lavorare – che vivono nel sommerso, nel grigio, a volte e troppo spesso nel lavoro “nero”, e che hanno contratti con condizioni salariali inadeguate e tali da non consentire una vita dignitosa, e per i quali “sopravvivere” è la parola più citata. Si legge nel Rapporto: “sono lavoratori che vivono consapevoli di non avere aspettative con un presente che si dilata senza tempo, impossibile da cambiare in modo significativo, nonostante l’impegno personale”.

Si pensi alla nuova emergenza “energetica”: nel 2022 degli oltre 86mila sussidi economici erogati dalla rete Caritas il 45% è stato destinato al pagamento delle bollette. Nella configurazione del “nuovo povero” interviene anche lo status civile: se gli stranieri che chiedono aiuto sono prevalentemente coniugati o comunque con una famiglia alle spalle, gli italiani si dividono tra coniugati, single, separati/divorziati, laddove lo stato di povertà appare molto correlato a forme di fragilità familiari, determinate nella maggior parte dei casi dai così detti “eventi svolta”, come diventare genitori o perdere una famiglia, cioè eventi che possono segnare i corsi di vita e le storie individuali contribuendo allo scivolamento verso una condizione di vulnerabilità sociale: si pensi ai padri separati, nuova povertà sociale che nel loro insieme pesano per il 45,3% del totale, ma la parte restante è rappresentata dalle cosiddette povertà croniche, cioè condizioni di disagio seguite da anni.  

Un fattore che accomuna la gran parte degli utenti, secondo il Rapporto, è il basso livello di istruzione e la fragilità occupazionale, divisa tra disoccupazione (48%) e di ’lavoro povero’ (22,8%)”.

CONSIDERAZIONI

Il report “Tutto da perdere”, presentato a pochi giorni dalla Giornata mondiale dei Poveri, calendarizzata per domenica 19 novembre, ci obbliga ad una serie di riflessioni. Intanto, la persistenza, e in molti casi il peggioramento, di tante situazioni di deprivazione e di esclusione sociale appare inaccettabile, o come ha sottolineato il Presidente della CEI, deve scandalizzarci. Devono indurci a pensare, e a constatare che si tratta di una pesante sconfitta non solo per chi quella situazione la vive ma anche per la società nella sua interezza. Essa deve infatti fare i conti con la perdita di capitale umano, sociale, relazionale che produce gravi e visibili impatti anche sul piano economico. Difficile non pensare, come scrive la Caritas nel suo report, che “di fronte a 1,2 milioni di minori in condizione di indigenza, costretti a rinunciare a tante opportunità di crescita, di salute, di integrazione sociale, e il cui futuro sarà indubbiamente compromesso, dobbiamo sentirci vinti”. E non è tutto. Emerge con prepotenza da questa indagine sociale sperimentale, innovativa nel modo con cui essa è stata condotta, che “chi nasce povero lo rimarrà anche da adulto”. Una sorta di trasmissione intergenerazionale di una condizione umana e sociale che è di per sé stessa la negazione del principio di uguaglianza richiamata dalla nostra Carta Costituzionale.
occorre pertanto agire con soluzioni strutturali, guardando al problema “povertà” con uno sguardo d’insieme, rispetto per esempio al calo demografico, all’invecchiamento progressivo della popolazione, la conciliazione vita lavoro per le donne e l’accesso delle donne al mercato del lavoro (parità di genere considerata dal Parlamento Europeo nella risoluzione del 5 luglio 2022 quale strumento per eliminare la povertà di genere).

L’Italia, dunque, ha un lungo e complesso lavoro da fare per conseguire una uguaglianza inclusiva che non veda più ostacoli nell’accesso ai servizi all’assistenza o all’infanzia, che sono alcune delle conseguenze più immediate della povertà, se è vero, com’è vero, che il Trattato dell’Unione Europea pone la lotta alla povertà e all’esclusione sociale tra gli obiettivi specifici da raggiungere sia dell’Unione sia degli Stati membri.

Torna così la centralità del ruolo dei Comuni e di tutti gli enti di prossimità alle persone: fondamentale il ruolo dei servizi sociali che studino una tipologia di intervento integrato che abbracci le politiche sanitarie, quelle formative, lavorative ed anche abitative, anche attraverso una collaborazione pubblico-privata. Ma qui ci scontriamo con un’altra realtà con cui fare sempre più i conti: la ristrettezza delle economie degli enti locali, sempre più alle prese con problemi di cassa e pochi introiti, trovandosi spesso nella necessità improcrastinabile di delegare i servizi alla persona ad enti caritatevoli e volontari del territorio.

Serve un cambio di paradigma che sia in grado di attivare una nuova idea di responsabilità sociale di cittadini, istituzioni, imprese e terzo settore in grado – insieme – di contrastare più efficacemente la povertà e ridurre le politiche assistenzialistiche.

Foto Caritas italiana                                                                                                              di Clara Papìska

(Cfr Presenza Cristiana 1/2024)

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