PADRE MICHELE BULMETTI A 25 ANNI DALLA SUA MORTE

PADRE MICHELE BULMETTI A 25 ANNI DALLA SUA MORTE

“La morte è per tutti, ma in ognuno vi è il desiderio di non morire dopo la morte”. La morte non cancella il significato profondo delle esperienze di amore, di gioia, di dolore. Morire, senza che scom­paiano le orme di una vita, è l’aspirazione di ogni uomo. Il ritorno ciclico degli anniversari è un invito a fermarsi per carpire il senso che le impronte ancora nascondono.

È trascorso un quarto di secolo dalla morte di padre Michele Bulmetti. Eppure anche se, impallidite dal tempo, le sue parole e le sue imprese memorabili sono presenti ancora nel ricordo di chi lo ha conosciuto. Anche se ci allontaniamo nel tempo, dal giorno del suo ritorno alla “casa del Padre”, la sua memoria ha lasciato dietro di noi una scia di bene e di speranza che ci invita a mantenere acceso il fuoco della sua passione umanitaria, nonostante i tempi cupi.

Le origini

La sua vita è racchiusa in poche date significative, che coprono l’arco di 59 anni. È nato in un paese Arbëreshe, Portocannone, in provincia di Campobasso, l’8 agosto 1940. Da ragazzo, nell’ottobre 1952, è entrato nel seminario dei Dehoniani. Ricordando quegli anni, raccontava: “Mi trovavo proprio bene e mi è rimasta vivamente impressa la visita dei Missionari dal Camerun e di p. Martelli dal Mozambico, che mi riempirono di entusiasmo e mi fecero sognare per il futuro”. Compiuti gli studi di filosofia e Teologia tra Foligno ed Assisi, il 7 luglio 1968 venne ordinato sacerdote. Dopo un paio d’anni vide realizzarsi il grande sogno: partire Missionario per il Mozambico. In quella terra, rimase circa 8 anni, senza risparmiarsi, ma, in seguito, dovette fuggire, perché l’intransigenza comunista locale del tempo aveva messo a repentaglio la sua vita. Dal Mozambico, passò al Madagascar, dove rimase solo tre anni per, poi, rientrare in Italia a causa di quella subdola e pesante malattia, contratta per i suoi numerosi atti di generosità e per la poca cura della propria salute: si tratta dell’asma che lo accompagnerà fino alla tomba.

Rientrato in Italia, lasciò segni indelebili del suo dinamismo Missionario. Ma, appena si aprirono le frontiere dell’Albania, forse con la nostalgia dei “vecchi albanesi”, approdò in quella terra da cui erano partiti i suoi avi. Qui, dal 1991 “giocò” la sua vita fino all’ultimo giorno, il 4 Maggio1999, quando, nel Convento dei Frati Francescani di Laç, l’asma lo spense.

In Albania

Egli trascorse gli ultimi otto anni della sua vita, donandosi, senza riserve, per la ricostruzione della Chiesa e della terra di Albania. Proprio qui, forse, ha vissuto i suoi anni più ricchi di passione. Sul finire del 1990, quando si verificò il crollo del brutale regime comunista, che aveva incatenato per quaranta anni il popolo albanese, nel cuore ardente del missionario, si accese, un fuoco per la terra dei suoi avi. Il Superiore provinciale invitò P. Michele a recarsi in quella nazione, per sondare le possibilità di creare una presenza missionaria dehoniana. Il Padre venne accolto con grande entu­siasmo e tornò in Italia con il cuore traboccante di progetti. Dirà: “La gente è al limite estremo delle forze fisiche e morali: ha bisogno di aiuti materiali e spirituali. La nazione è in ginocchio per la man­canza di ogni istituzione sociale e politica, il popolo è allo sbando, privo di ogni sostegno. La gerar­chia della Chiesa non esiste più, le chiese sono state abbattute o tramutate in palazzetti dello sport o di cultura; i fedeli sono come pecore smarrite e disperse”. Padre Bulmetti incontra con venerazione i preti che sono sopravvissuti alla prigionia e hanno conservato la fede, comprendendo subito di trovarsi dinanzi ad una immane tragedia storica. Mons. Ivan Dias è il Nunzio apostolico, inviato dal Papa Giovanni Paolo II per ricomporre i brandelli di una Chiesa lacerata. P. Michele lo incontra per conoscere il luogo dove impiantare la missione, e riceve la nomina di parroco di Gurëz. Più tardi, gli sarà chiesto di servire la Chiesa come vescovo, ma egli ringrazia e non accetta, desiderando stare accanto al popolo per la rinascita del Paese. In questo villaggio la violenza cieca della dittatura aveva colpito duramente, fucilando persone innocenti e condannando a morte un gigante della fede e della cultura, don Stefano Kurti, e infine distruggendo la chiesa, che, nella mente ossessionata dei capi, costituiva un fantasma minaccioso.

Accanto a sé chiama a collaborare le Suore Basiliane, che lo aiutano nel servizio della carità, nell’am­bulatorio, nell’animazione e nella formazione delle ragazze e dei ragazzi. Il pensiero principale era quello di ricostruire la chiesa, rasa al suolo dall’intransigenza cieca e odiosa del comunismo. Con enormi sacrifici, con tenacia e con l’aiuto dei padri dehoniani e dei benefattori italiani, la chiesa si innalza, mattone su mattone, verso l’alto. Purtroppo, la storia dell’Albania, dopo anni di oppressione, è desertificata. P. Michele soffre per queste rovine, ribellandosi per i disastri causati dall’assenza di valori morali e dal caos sociale. Ad un suo confratello confida con amarezza: “Senza l’amore per il popolo e la forza della fede, sarei fuggito dall’Albania”.

Nessuno ama più di chi dona la vita

Durante la crisi Kossovara, dal febbraio 1998 al giugno 1999, mentre l’emorragia silenziosa dei mi­granti non cessa, esplode l’esodo apocalittico degli albanesi dal Kosovo, che sconvolge la vita di due popoli. P. Michele non esita a chiamare i suoi amici italiani, sollecita con urgenza i soccorsi e mette a disposizione di questi perseguitati tutto se stesso e le sue risorse. Egli viaggia tra Scutari, Tirana e Durazzo, sulle strade disastrate e polverose dell’Albania, che definiva “l’Africa bianca”, per poter sdoganare i container e dare una speranza a chi ha perso tutto. In questo suo pellegrinare per amore dei fratelli, la sua salute cede all’improvviso e il 4 maggio 1999 si chiude la sua avventura sulla terra. Rispettando la sua volontà, è stato sepolto a Gurëz, nella terra dove sorgeva l’antica chiesa, distrutta dalla furia comunista. Deposto come seme nel luogo dell’altare, egli è segno della rinascita di un popolo che ha dato il sangue per la libertà. La vita e la morte di padre Michele sono un messaggio ancora attuale, che, seguendo le orme del “Maestro”, è venuto per servire e dare la vita. Il senso della sua esistenza viene compreso alla luce del Vangelo: il chicco di grano non porta la spiga se non muore.

Mons. Angelo Massafra, arcivescovo di Scutari, lo ha definito “Martire della Carità”.

Dall’omelia funebre del p. Mario Bosio

Tocca a me, caro padre Michele, tessere l’elogio della tua vita, prima di consegnare il tuo corpo alla terra. Lo faccio come un amico vero in un giorno che sapevo sarebbe arrivato, ma che speravo non arrivasse mai. Lo faccio alla presenza di questo grande popolo che ti appartiene per storia, tradizioni e origini: questo popolo che ti ha visto correre da una parte all’altra di questa terra, dove c’era una lacrima da tergere, una ferita da sanare, una speranza da riaccendere, a cui non hai mai fatto vedere che anche tu avevi le tue ferite, le tue lacrime, le tue solitudini, il tuo bisogno di affetto e di gratitudine.

Vedi, siamo tutti qui, non manca nessuno. So che quello che dirò, da qui in avanti non, ti farà piacere, schivo com’eri da ogni forma di protagonismo, ma lo devo fare per giustizia e per rendere gloria a Dio. Hai amato questa terra e questo popolo più di te stesso ed è giusto che io ne parli.

Hai costruito questa chiesa stupenda che non hai potuto consacrare, questo campanile che non hai potuto finire. Non possiamo neppure portarti dentro questa tua chiesa, perché ti accolga per l’ultima volta, in quanto l’hai riempita di aiuti umanitari da portare ai fratelli più bisognosi …. ma la chiesa più vera è qui fuori, dove tanti sono convenuti per dirti l’ultimo grazie. Sei stato capace di tessere pro­fonde relazioni umane, Conosco le tue lunghe notti d’ansia, d’insonnia e di crisi d’asma! Quando finalmente la tosse si acquietava, era già mattino e tu ripartivi, come se nulla fosse, sempre pronto a dire di sì, se c’era qualcuno che avesse bisogno.

Ricordo il giorno in cui mi hanno sparato (4 Febbraio 1998): quando tu hai appreso la notizia del mio ferimento, ti sei precipitato dai soldati spagnoli, accampati a Shëngjin per chiedere un lasciapassare per Scutari e, al loro rifiuto, perché le strade erano pericolose, hai chiesto un carro armato, acquie­tandoti solo alla conferma che mi ero salvato.

Uomo semplice, pulito e povero, hai conosciuto il male senza sporcarti. Hai manovrato soldi per gli altri e sei vissuto poverissimo, senza neanche un abito bello, per presentarti davanti a tutti nel giorno della tua morte.

Ti sarebbe stato possibile anche salire gradini più alti nelle gerarchie umane ed ecclesiastiche, ma la tua umiltà te lo ha impedito. Col tuo carattere focoso e irruento, a volte, sembravi che volessi perfino “mangiare” chi ti era difronte, invece ti sei lascialo mangiare, giorno dopo giorno, fino all’ul­timo, morendo sulla breccia. Hai avuto un cuore grande come le sofferenze del mondo, capace di correre in tutte le direzioni, dove c’era un bene da compiere ed un fratello da aiutare. Per un po’ rimarremo smarriti, ma poi riprenderemo il cammino che tu ci hai tracciato.

Caro Michele, ora consegni la tua anima a Dio, il tuo corpo alla terra e il tuo nome alla storia dei padri Dehoniani, affinché ne seguano le orme.

di Pasquale Nalli e Mario Bosio

(Cfr. Presenza Cristiana 3/2024)

Nessun Commento

Sorry, the comment form is closed at this time.