LA FAMIGLIA: UN EQUILIBRIO POSSIBILE

LA FAMIGLIA: UN EQUILIBRIO POSSIBILE

Chiunque svolga un ruolo di ascolto, dagli psicologi, ai religiosi, ai tanti operatori sociali, si trova caricato di storie familiari, spesso storie di sofferenza, miste a richieste di speranza. Mariti, mogli, figli raccontano i fallimenti dei propri sogni, le sconfitte delle proprie battaglie, ma soprattutto la propria tristezza per un progetto di vita andato in fumo. E se raccontano, se hanno bisogno di confrontarsi con chi, a vario titolo, è capace di ascolto, hanno anche speranza che una dimensione di vita autentica possa essere recuperata.

Qualcuno potrà dire che tanti problemi raccontati, a proposito delle proprie famiglie, forse sono esagerati, forse sono favoriti dalle mode culturali del momento. Può darsi, ma se anche così fosse, le cose non cambierebbero di molto. Se delle persone stanno male, sia pure per un malessere di fantasia, ed esprimono una propria sofferenza, meritano una risposta, meritano almeno una spiegazione sulle possibili cause della loro sofferenza.

Il sistema famiglia

La famiglia, come la coppia, è un sistema e come tale, per la legge fondamentale dei sistemi, quella dell’omeostasi, tende a mantenere il proprio equilibrio raggiunto. Questo però è impossibile, perché l’uomo è un essere dinamico, e come tale cambia, si trasforma, cresce, muore. E così la famiglia. L’equilibrio raggiunto, a volte a fatica, è messo in crisi, soprattutto in alcuni momenti particolari, quando all’interno del sistema si verificano dei cambiamenti importanti. Nei testi di psicologia si parla dei “cicli vitali” della famiglia, che si rincorrono e si susseguono, partendo dall’incontro del partner, con la formazione della coppia, e poi la nascita dei figli, la pubertà dei figli, l’uscita dei figli dalla famiglia, l’ingresso dei genitori nella terza età.

Già sul nascere della coppia, viene messo in crisi l’equilibrio del singolo individuo, il quale deve rinunciare alla sua singolarità, rompendo l’equilibrio che aveva raggiunto con le vari parti di sé. L’innamoramento, finché dura, aiuta questo passaggio, facilitato dalla sessualità, dalla messa in campo dei progetti organizzativi, uno fra gli altri, la realizzazione della casa, dai momenti ludici.

Poi, quando tutto sembra bene avviato e si parte per un nuovo progetto, quello della genitorialità, è come se si rimescolassero le carte in tavola. La nascita dei figli, un’avventura, se desiderata e attesa, bellissima, che riempie la famiglia di gioia, necessariamente modifica gli assetti precedenti. Il figlio è un terzo elemento, che si è inserito nel sistema coppia e per quanto bello e meraviglioso possa essere, rimane un corpo estraneo che va assimilato. Occupa infatti uno spazio mentale notevole, che costringe a modificare i ritmi giornalieri, ormai dettati da poppate, cambio pannolino, ninne nanne, insieme al disbrigo di tutte le faccende domestiche. Anche qui la mente cerca una possibile compensazione, spesso l’idea del possesso del figlio, “il figlio è mio”, da parte di uno dei coniugi, appaga il sonno perduto, le fatiche affrontate. Ma a volte questo modo di sentire tende ad estraniare il partner, surroga il desiderio sessuale della mamma, e tutto ciò, se non ben gestito, annulla la funzione compensatoria e diventa, a sua volta, motivo di ulteriore conflitto.

Man mano che la famiglia cresce, crescono i bisogni, avanza la preoccupazione della capacità di sostentamento, riesce spesso difficile far andare di pari passo il lavoro con gli impegni quotidiani del nucleo familiare. Si cerca di compensare anche questo, se si è fortunati, col senso di realizzazione professionale, l’avanzamento di carriera, la crescita economica, ma certamente non senza difficoltà e contraccolpi.

E poi i figli crescono, e più crescono più diventano entità a sé stanti, e bisogna fare i conti con la loro diversità di linguaggio, le loro modalità di relazioni, le loro frequentazioni, i loro eventuali insuccessi scolastici o professionali. E quando tutto sembra essersi rasserenato, con nuove forme di equilibrio, i figli vanno via, costringendo ad un ulteriore aggiustamento. Si parla in quest’ultimo caso della sindrome del “nido vuoto”. Nella migliore delle ipotesi, se rimangono vicini e hanno dei bambini, si realizza per i genitori una possibile compensazione diventando nonni.

Spesso, con questo ultimo cambiamento, si incrocia un’altra novità, che è la fine dell’attività lavorativa, la pensione tanto attesa. Ma quando la pensione arriva, quando la mattina non si esce più per andare a lavoro, quando gli hobby, scelti anche questi come elementi compensativi, non sono condivisi col partner, gli equilibri del sistema ritornano in crisi e vanno ricostruiti.

Gestire i cambiamenti

La rottura di un equilibrio, all’interno della coppia come della famiglia, la costruzione necessaria di un nuovo equilibrio, a spese dell’equilibrio precedente, crea una instabilità emotiva, genera sensi di colpa, determinando a volte una grossa sofferenza. Questo senso di colpa dovrebbe essere allentato, condividendo le responsabilità e lavorando in comune per trovare soluzioni alle difficoltà. Purtroppo, e qui si incorre spesso in errore, la compensazione alla sofferenza viene cercata nella colpevolizzazione del partner, o degli altri membri della famiglia, figli compresi, in maniera reciproca, ritenendoli una causa, se non la causa diretta, del problema.

E come se ciò non bastasse, la crisi, la rottura, i sensi di colpa, tutto ciò genera paura, paura per un qualcosa di nuovo che non si sa ancora gestire. E la paura fa sorgere l’aggressività, perché spinge alla difesa, all’arroccamento sulle proprie posizioni, sulle proprie certezze, sulle proprie idee, perché così facendo si ha la sensazione che il proprio equilibrio permane invariato.

La mente arriva, in questi casi, a mettere in campo una ritualità dell’aggressività, che comincia a essere un gioco fra innamorati, come una prova della gestione dell’aggressività futura. Usa il silenzio come forma di provocazione; si camuffa con la triangolazione di parenti e amici, perfino dei figli; recita la rinuncia o il disinteresse all’intimità affettiva e sessuale, usa in abbondanza linguaggi comuni e stereotipati.

E siccome, il più delle volte, tutto questo non è coscientizzato, si cerca di affrontare e risolvere il disagio e la sofferenza, che attanaglia un po’ tutti i membri del sistema, sbagliando modalità di intervento. I continui tentativi di aggiustamento vengono impostati cercando di capire e di far capire agli altri i termini della questione, gli aspetti del problema, cercando cioè di riportare sul piano logico dinamiche che attengono alla sfera emotiva, determinando spesso un profondo senso di frustrazione.

Si sbaglia così proprio il bersaglio. Il ricorso alla dialettica, come antidoto, non risolve il problema; c’è bisogno di un momento di presa di coscienza reciproca, di individuazione dei fatti accaduti, ma soprattutto c’è bisogno di guardare i processi che stanno a monte; c’è bisogno della parola, ma di una parola terapeutica non esplicativa.

Imparare a parlare

Forse non è vero che si parla poco all’interno della famiglia, o forse anche sì, ma importante non è parlare poco o molto, ma fare attenzione a come si parla, cercare di parlare bene e non male. Parlare bene significa non tanto parlare di qualcosa, ma parlare per qualcosa. Parlare bene significa mettersi d’accordo su cosa costruire, cosa edificare, cosa risanare o ristrutturare. Più anni passano e più la famiglia dovrebbe trasformarsi in un centro operativo, in uno studio associato di architetti, in una impresa edile.

Bisogna imparare a usare la parola, deve essere un’opera di dialogo, uno strumento di costruzione, serve quindi non tanto per capire, quanto piuttosto per sostenere. È tossico, e di conseguenza dannoso, passare una notte a parlare, stringendo l’altro all’angolo per capire, cercando correlazioni fra il proprio dire e quello dell’altro, inventando le risposte dialetticamente orchestrate per evidenziare le responsabilità e gli errori dell’altro.

La parola non può essere solo lo strumento per riparare gli errori del progetto, ma deve essere parte integrante del progetto, un suo elemento costitutivo, inclusa dagli architetti come colonna portante fin dall’inizio. Va usata fin dall’inizio infatti e non solo nei momenti di crisi, va usata per costruire, per trovare accordi, visioni di insieme, mete comuni. Riuscire a fare parte di un progetto, infatti, significa mettere in comune i dati del progetto stesso. Significa cioè comunicare, facendo attenzione a usare più i segni che le parole, i gesti, i movimenti, e soprattutto i cambiamenti nei propri vissuti quotidiani. La crisi è sul piano delle emozioni non su quello logico. È su questo piano che bisogna agire e su questo piano ciò che muove di più sono i comportamenti, a partire da quelli del corpo. Uno sguardo, una mano tesa, vale più di cento parole. 

Ogni elemento della famiglia, ogni suo membro, dovrebbe scoprire la vocazione di Francesco di Assisi: essere ricostruttore di chiese. Non mi lamento se la mia famiglia, chiesa domestica, è diroccata, provo a ripararla.

di Antonio Gentile

(Cfr. Presenza Cristiana 2/2024)

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