PERDONARE È SENTIRSI LIBERI DA UNA FERITA

PERDONARE È SENTIRSI LIBERI DA UNA FERITA

Ho ascoltato di recente un’omelia che mi ha favorevolmente colpito. Confesso che mi succede sempre più di rado. Intendo: non che una omelia mi colpisca favorevolmente. Quel che mi succede sempre più di rado è proprio che riesca fisicamente ad ascoltarla. Colpa mia in buona misura, sicuramente. La mia mente è portata a seguire i suoi circuiti e si perde facilmente in meandri che mi assorbono. Colpa non solo mia, però, se proprio devo essere sincero.

Le omelie

Troppo spesso mi capita di ascoltare omelie con un mòno-tòno, apparentemente senz’anima, mero catalogo di erudizione, magari fatte con scienza, ma senza sapienza, senza guardare negli occhi gli uditori, e perciò sciapite e incapaci di raggiungere i cuori. A tanti predicatori, io penso, e sono sicuro di non essere il solo a pensarlo, toccherebbe seguire un vero corso di comunicazione prima, o dopo, quelli di esegesi biblica.

Vabbè, tutto questo può non interessarti, caro lettore, adorata lettrice, specie nella misura in cui, se non metti più piede in chiesa, magari ho sollecitato solo tuoi vecchi ricordi.

Se però te ne ho parlato è perché nell’omelia a cui ho fatto cenno in apertura ho trovato, nello spazio di pochi minuti, l’esposizione sobria ed efficace di una catena di concetti che a me pare di valore universale, cioè capace di parlare a tutti, senza steccati religiosi o ideologici.

“Perdono, giustizia, riconciliazione, memoria” 

Dunque, le parole che, mentre ascoltavo, mi sono appuntato in fila sono: perdono, giustizia, riconci­liazione, memoria. 

Mi rendo conto di addentrarmi in un terreno insidioso, ma non per motivi di religione. Insidioso per motivi di intolleranza: i perfezionisti, gli intransigenti, i totalitari, quale che sia il colore della loro bandiera, per definizione non credono nel perdono. Non ci credono, semplicemente, perché reputano di non avere nulla da farsi perdonare e per questo a nessuno perdonano, a tutti negano il perdono. E non ci credono neppure i vili e meschini, gli ignavi, gli affetti da micropsichia. Ma questo è un altro discorso.

Perdonare, invece, non è una gentile concessione né, si diceva in quella omelia, uno sforzo di volontà. È arrendersi all’evidenza: tutti abbiamo qualcosa da farci perdonare, a tutti conviene il perdono. Per­ché, aggiungo, chi non dà, non riceve, né può ancora ricevere chi non restituisce.

E la giustizia? Mi vengono in mente le scene di quegli pseudo-colleghi giornalisti che schiaffano un microfono sotto la bocca di una mamma o di un papà, a cui hanno appena ammazzato il figlio, e hanno il barbaro coraggio di chiedere: «Ha perdonato l’assassino?».

No, il perdono non ha nulla a che fare con l’assenza di giustizia, che peraltro in questo mondo è sempre parziale, perfettibile e incompleta. Il perdono è un atto interiore. La giustizia segue il suo percorso legale o morale che sia. Ci può essere, dunque, perdono senza giustizia o giustizia senza perdono. Oppure entrambe le cose insieme.

Analogo discorso potremmo fare per il binomio riconciliazione e perdono. Riconciliarsi, con se stessi, prima di tutto, e poi anche con chi mi ha fatto del male, non vuol dire dimenticare. Vuol dire scegliere di andare oltre, non farsi paralizzare dal rancore, non credere alla bugiarda promessa risarcitoria della vendetta, aprire l’animo e renderlo leggero. Godere della felicità altrui perché rende felice anche me.

E ancora una volta: così come ci può essere perdono senza giustizia, succede che si perdoni senza che ci sia riconciliazione, per il semplice fatto che magari è impossibile avvenga. Ci sono fatti e situazioni che impediscono di tornare indietro. Sono massi erratici. Sono lì. Si va avanti. Punto.

E succede di perdonare pur sapendo che è impossibile dimenticare. Perché anche chi perdona non dimentica: restano le cicatrici quando non è la stessa piaga a restare aperta. Ma anche in questi casi il perdono libera ed è liberante: per chi lo dà e per chi lo riceve.

Perdonare? È un atto di intelligenza

Ecco perché perdonare è atto di intelligenza. Comporta la capacità di intus-legere, di leggere e leg­gersi dentro. E di scegliere, se non la felicità, almeno la leggerezza. Quella di sentirsi liberi da una ferita, per quanto mortale.

Solo una bella omelia? Beh, intanto che si trattasse di un’omelia te lo avevo anticipato. Se poi è stata anche bella e sono riuscito sia ad ascoltarla che a riproportela, non mi pare un pessimo acquisto.

di Paolo Farina

(Cfr. Presenza Cristiana 2/2024)

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