RIFUGIATI CLIMATICI

RIFUGIATI CLIMATICI

Da qualche tempo, su vari media italiani e internazionali, si è iniziato a scrivere di “rifugiati climatici”. La definizione sembra semplice: persone che sono costrette a lasciare i loro territori d’origini, perché, a causa della crisi climatica, non riescono più a garantirsi i mezzi di sussistenza. Ma questa defini­zione ha, oggi, un quadro legale di riferimento?

La Convenzione delle Nazioni Unite del 1951

Sullo status di rifugiato, il testo di riferimento resta la Convenzione delle Nazioni Unite del 1951. Ovviamente, gli estensori avevano chiari i bisogni del loro tempo: i rifugiati politici, in gran parte in fuga dal blocco socialista, verso l’Europa occidentale e gli Stati Uniti d’America. Il testo definisce rifugiato una persona che “nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua reli­gione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dallo Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o non vuole, per tale timore, domandare la protezione di detto Stato”. Se ci sono queste condizioni, la nazione ospitante è tenuta a dare protezione: non è una scelta, né un’operazione di solidarietà o carità.

La definizione di rifugiato si basa sul concetto di dislocamento forzato, con un’attenzione particolare alla paura delle persecuzioni, vista come causa della fuga.

Il cambiamento climatico

Tuttavia, la definizione delle Nazioni Unite del ’51, come si concilia con il cambiamento climatico, che non conosce confini? In alcune situazioni, come è possibile stabilire quale sia la causa gene­rante del degrado ambientale, che spinge le persone a fuggire?

La definizione di rifugiato *climatico* è legata a un compito piuttosto complesso: individuare la ra­gione iniziale del degrado ecologico che ne causa il suo spostamento fisico.

Purtroppo si constata, ad esempio, che un cittadino siriano può essere in fuga a causa della siccità che attanaglia il Paese, ma anche perché la guerra devastando l’ambiente, ha bloccato qualsiasi possibilità di un intervento statale, che avrebbe potuto porre rimedio alla stessa siccità. Allora: quale condizione determina lo status di rifugiato?

L’Unhcr, l’agenzia Onu che si occupa dei rifugiati, si è interessata al tema. L’Alto Commissario Filippo Grandi, che guida l’agenzia, ha ribadito come, al momento, la convenzione non copra queste per­sone. Ha anche evidenziato come “l’immagine … di persone fuggite dalle loro abitazioni, a causa dell’emergenza climatica, abbia, giustamente, catturato l’attenzione dell’opinione pubblica”.

Qualche esempio: uragani, inondazioni e tempeste hanno aumentato la frequenza e l’intensità di disastri improvvisi, che insieme a siccità e carestie costringono, alla fuga, milioni di persone.

Qualche dato

Secondo il rapporto “Groundswell” della World Bank (2021), entro il 2050, almeno 216 milioni di persone saranno costrette a migrare, a causa delle conseguenze del cambiamento climatico. Il nu­mero più alto riguarderà l’Africa sub-sahariana: 86 milioni di persone, pari al 4,2% della popolazione totale; 49 milioni in Asia orientale e nell’area del Pacifico, 40 milioni in Asia meridionale. In Africa settentrionale si prevede che ci sarà la più alta percentuale di migranti climatici, 19 milioni di persone, pari al 9% della sua popolazione, a causa, principalmente, della riduzione delle risorse idriche.

Solo l’anno scorso, secondo l’Internal Displacement Monitoring Centre, 17,2 milioni di persone sono state costrette a fuggire a causa di fenomeni distruttivi e di rischi meteorologici. Si tratta di enormi movimenti di uomini e di donne, all’interno del loro stesso Paese o in quelli confinanti, come, molto spesso, è capitato in questi anni in Africa e in Sud America.

Secondo l’Unhcr, “le regioni in via di sviluppo, che sono tra le più vulnerabili dal punto di vista clima­tico, ospitano l’84% dei rifugiati del mondo. Gli eventi meteorologici estremi e i pericoli, in queste regioni ospitanti stanno esacerbando i bisogni umanitari dei profughi, perfino costringendoli a fuggire di nuovo”.

Questo dimostra che i territori più esposti dal punto di vista climatico, sono anche quegli stessi dove, molto spesso scoppiano conflitti e dove la persecuzione razziale, culturale, politica, è più frequente. È sulla base di questa constatazione, che la comunità internazionale deve agire, indipendentemente dall’identificazione di un rapporto di causa-effetto tra clima e guerre.

Quale diritto di protezione?

Se la crisi climatica produce, direttamente o indirettamente, centinaia di migliaia di sfollati, questi devono essere protetti e assistiti, secondo standard internazionali e linee guida generali di “Internal displaced people”, come è accaduto, recentemente, nel caso della Somalia, del Sud Sudan e del Sahel. Infatti, le persone, in fuga oltre confine e che non possono tornare a casa, hanno il diritto di chiedere forme complementari di protezione internazionale. Dunque, non rifugiati in senso stretto, ma persone che hanno, comunque, diritto a protezione, assistenza e supporto. Gli Stati, che si op­pongono all’accoglienza dei rifugiati, rifiutano una lettura estesa della Convezione delle Nazioni Unite del 1951.

L’apporto dell’Europa

In un contesto ancora segnato dal negazionismo climatico e dall’ostilità nei confronti dei migranti, le politiche del cambiamento climatico e della migrazione, interconnesse tra loro, sono sempre più cariche di tensione. Purtroppo in Europa, c’è un certo clima generale, in cui la retorica anti-asilo e anti-immigrazione mette in discussione anche i diritti di chi fugge dalla guerra e dalle persecuzioni. Proprio per questo, e per i numeri imponenti che si possiedono, occorre migliorare la resilienza delle comunità vulnerabili, l’attività sul campo per la prevenzione e la garanzia di risposte sostenibili a favore degli sfollati, con un supporto tecnico e legale atto a sviluppare nuove leggi nazionali; infatti, la grave situazione della crisi climatica, sempre più evidente, necessita una struttura legale attenta.

Attualmente, il sistema di asilo dell’Unione Europea (UE) non è equipaggiato per accogliere tale categoria di rifugiati. Un recente studio rileva il fallimento dell’UE nel modificare la propria normativa concernente l’accoglienza dei rifugiati climatici. Sembra che, invece, questa sia molto più concen­trata nel prevenire le migrazioni dai Paesi di origine e nell’incrementare le proprie misure di sicurezza nello “sbarrare” e militarizzare i confini. L’approccio non è cambiato nemmeno in occasione del Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo. Ciò non significa che nulla sia stato fatto ad oggi. Nell’ambito del Piano d’Azione per l’Integrazione e l’Inclusione 2021-2027, la Commissione Europea ha dato il via al progetto Climate Change Induced Migration (CLICIM), il cui obiettivo è quello di evidenziare il ruolo dei cambiamenti climatici nelle dinamiche strutturali di migrazione in Africa. Il CLICIM, nel di­cembre 2021, ha emesso un report, su cui Bruxelles baserà le future policy di mobilità e migrazioni, legate alla crisi climatica. Tuttavia, queste iniziative non introducono obbligazioni di protezione vin­colanti per gli Stati. Dunque, il gap normativo ancora persiste e, tuttavia, il cambiamento climatico sta già mietendo le sue vittime.

Difendere e tutelare le vittime di tale cambiamento dovrà essere l’obiettivo del nostro secolo per tutti gli Stati. Ridefinire l’equilibrio, tra la sopravvivenza dell’uomo e le risorse della Terra, deve divenire, invece, la prerogativa principale.

di Christian Elia

(cfr. Presenza Cristiana 3/2024)

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