Traccia di omelia della 10a Domenica del tempo ordinario – 09 giugno 2024

Traccia di omelia della 10a Domenica del tempo ordinario – 09 giugno 2024

LA VITTORIA SUL MALE

(Gen 3,9-15; 2Cor 4,13-5,1; Mc 3,20-35)

 

La storia dell’uomo sembra dominata da forze irrazionali. Esse l’accompa­gnano fin dalle sue origini, da sempre. L’uomo è peccatore dalla nascita. Si direbbe che i germi della ribellione facciano parte della sua natura, tanto sono congeniti. Un mistero senza soluzioni e senza schiarite.

L’uomo nuovo che ha fatto la sua apparizione in Gesù non ha visto eliminati tutti i residui della vecchia appartenenza. Gesù annunzia e realizza il regno di Dio, ma ha di fronte a sé un impero quasi invin­cibile, quello di Satana.

L’evangelizzazione non trova le porte aperte, le vie spianate; non solo gli estranei, «quelli di fuori», dirà Marco (4,11) ma gli stessi familiari di Gesù, si mostrano diffidenti. Occorre sempre molta fidu­cia e molto ottimismo per andare avanti e non arrendersi. L’impor­tante non è quello che gli uomini, gli stessi avversari, pensano o dico­no ma quello che Dio vuole che si dica e si faccia.

Paolo sposta la prospettiva dell’operaio evangelico, del credente; più che alla storia lo invita a guardare alla metastoria, invece che al momento pre­sente, a quello futuro, al mondo della risurrezione dove le lacune, le incon­gruenze del momento attuale sono destinate a scom­parire.

Prima lettura «Mi sono nascosto» (Gen 3,10)

Il quadro di Gen 3,9-15 si può definire parabolico. Quel che acca­de ai «pro­genitori» dell’umanità riguarda in un modo o nell’altro tutti gli uomini. La loro situazione è quella che si ritrova abitual­mente nei loro simili; la loro risposta è profeticamente la stessa. Essi debbono dimenarsi con forze av­verse, apparentemente più po­tenti di loro.

L’uomo è un essere creato, quindi subalterno ma non sembra disposto ad accettare la sua condizione di origine, il suo limite.

Dentro di sé si alternano il bene e il male, l’ubbidienza e la tra­sgressione e quando quest’ultima prende il sopravvento vuol dire che alla fiducia in Dio, all’accoglienza della sua parola è subentra­ta l’apatia, l’esaltazione, l’orgo­glio.

La lotta che l’autore descrive avviene nell’intimo di ogni es­sere. Il «ser­pente» riassume le aspirazioni indebite che salgono dall’intimo della crea­tura ragionevole. Per affermare se stesso l’uo­mo è disposto a rinnegare Dio e quando l’impresa fallisce cerca scuse, palliativi, capri espiatori che co­prano la vergogna della scon­fitta subita. Confessare il proprio inganno è sempre arduo, per que­sto l’uomo si appresta a scaricare la sua responsabi­lità su forze ir­raggiungibili, lontane, invece di colpire il male dov’è innan­zitutto annidato, nel proprio cuore prima che supporlo altrove. Diversa­mente si rischia di riconcorrere i fantasmi, di combattere contro i mulini a vento.

L’uomo è una creatura fragile ma non rilasciata alla mercé di una potenza nefasta che lo spinge inesorabilmente al male. La lot­ta tra il bene e il male ha momenti impari, coinvolge tutti i com­ponenti della famiglia umana, ma alla fine, nessuno tuttavia sa quan­do, questa si concluderà con la vittoria del bene. Il serpente insi­dierà la “donna”, simbolo dell’umanità, ma questa gli schiaccerà il capo, anche se rimarrà essa stessa ferita al calcagno. Il male non è destinato a scomparire; esso accompagnerà gli uomini in tutta la loro esistenza terrestre, ma non prevarrà sul bene.

Seconda lettura «Il peso della tribolazione» (2Cor 4,17)

La vita dell’apostolo è un ricalco della testimonianza e dell’e­sperienza di Cristo, segnata, nella sua fase terrestre, dalla croce e nel secolo futuro dalla gloria della risurrezione.

Paolo non si è presentato ai Corinti come un angelo del cielo, trasfigurato in virtù del messaggio che annunziava, come, forse, al­cuni (gli estatici) pre­tendevano, ma è venuto ad essi come un umi­le, perseguitato apostolo di Cristo, sapendo che attraverso quelle prove egli annunzia con i fatti e non con le parole il messaggio cen­trale del vangelo, quello della croce. Egli è stato un apostolo coe­rente, un continuatore delle sofferenze missionarie di Cristo, per rendere i fedeli, in questo caso i Corinti, partecipi della vita nuova scaturita dalla sua morte. Anche se poteva apparire tale, non era un fallito.

Il discorso che Paolo sta portando avanti può essere accetta­to, non dimo­strato; si tratta di un’adesione di fede, non di ragio­ne. Ma la parola che l’apostolo trasmette ai suoi ascoltatori non è una sua fantasia, bensì una proposta di Dio che egli ha ricevuto e a cui ha aderito e invita gli altri a far propria.

La fede dell’apostolo ha una dimensione ancora più vasta: è accettazione della vita presente spesa per il Vangelo, ma soprat­tutto è convinzione della conclusione che avrà nel secolo futuro con un sicuro accesso nel regno di Dio o mondo della risurrezione. Attualmente si è alla mercé dell’«uomo esteriore» (un’esistenza connotata dalla fragilità e dalla debolezza), ma su­bentrerà quello «interiore» (il nuovo modo di essere proprio del cristiano). At­tualmente si è soggetti alle tribolazioni, ma si va incontro alla glo­ria eterna; si vive nel mondo visibile, effimero, caduco, ma si aspetta di entrare in quello invisibile, intramontabile, eterno; si vive in una dimora terrestre si riceverà un’abitazione celeste.

Il credente vive di fatto un’esistenza quasi impropria, che non esprime, tiene anzi nascosta la sua realtà profonda. Attualmente è più un uomo di quaggiù, terrestre, legato alle vicissitudini di que­sto mondo, ma è destinato a diventare cittadino del cielo perché la sua realtà antropologica subirà una radicale trasformazione. Sa­rà come una seconda nascita in cui emergeranno i connotati del­l’uomo nuovo che ha preso avvio dal Cristo risorto.

Vangelo «È la sua fine» (Mc 3,26)

(Per l’approfondimento cfr. https://dehonianiandria.it/lectio/)

Le ombre si sono già addensate sulla persona di Gesù (3,6) ma non valgono ad arrestare la sua attività profetica, solo lo co­stringono ad allontanarsi da Cafarnao, portandosi «presso il ma­re» dove lo seguono folle provenienti dalla Palestina e dai territo­ri circonvicini (3,7-12). E il momento storico, secondo Marco, che costrinse Gesù a scegliersi dei collaboratori che stes­sero in conti­nuazione al suo fianco e attendessero con lui alla predicazione del­la parola (3,14).

La comitiva ritorna quindi «in casa», ma la folla è di nuovo attorno, quasi da impedire di prendere cibo. La cerchia degli am­miratori di Gesù si allarga, ma insieme aumentano anche i suoi oppositori. In primo luogo si fanno avanti dei non ben precisati «parenti» (hoi parautou). La fama del profeta, del taumaturgo era arrivata sino a loro, ma deformata. «Si diceva» che era un esaltato, se non proprio un paranoico. Certo i prodigi dovevano far pen­sare bene di lui, ma le parole di commento da cui venivano accompagnati (la pretesa di rimettere i peccati, di promulgare il regno di Dio, di poter violare scientemente il sabato, di poter mo­dificare la legge) facevano rite­nere le sue rivendicazioni dissenna­te. La nota di Gv 7,3 riferisce che i fra­telli non credevano in lui. Essi che l’avevano visto nascere e crescere in mezzo a loro, occu­pato in un’umile attività artigianale sono i primi, insieme ai Nazaretani, a dubitare di lui.

Gli oppositori più qualificati vengono da Gerusalemme e ap­partengono al gruppo degli scribi che insieme ai dottori sono gli esperti della legge e per­ciò in grado di discernere la volontà di Dio autorevolmente. Sarebbe toccato ad essi dare una spiegazione dei poteri di Gesù. La capitale del giudaismo è in partenza avversa a tutti i presunti profeti perché mette in pericolo il proprio prestigio.

L’opinione dei farisei gerosolimitani è che Gesù sia possedu­to dallo spirito del male, poiché opera prodigi in virtù del mali­gno, addirittura del principe dei demoni (Beelzebul). La controargomentazione di Gesù o dell’evange­lista parte dal principio oppo­sto: non si può essere nello stesso tempo alleati e nemici di Sata­na. Se uno caccia i demoni (opera ostile a Satana) non può farlo con il suo aiuto o con la semplice connivenza. La tradizione non co­nosce diavoli buoni!

La vittoria su Satana non può essere attribuita a un subalter­no ribelle, ma ad uno che è più forte di lui, che ha Dio dalla sua parte. Satana sarà un signore, un dominatore ma se qualcuno gli sottrae i sudditi vuol dire che questi è superiore a lui, è più forte. E un potere benefico, salutare non può venire che da Dio.

La cecità o durezza di cuore degli avversari di Gesù è inspie­gabile, per que­sto per l’evangelista è anche imperdonabile. Marco la chiama «peccato con­tro lo Spirito santo», che è principio di verità. Oppugnare la verità cono­sciuta è indice di un’ostinazione da cui è difficile recedere. È un atteggia­mento che si può riscon­trare ovunque, il dogmatismo o il legalismo pren­dono il posto della ragione.

Sulla linea degli scribi appaiono anche i familiari di Gesù, ma non sono ricordati né il padre, né le sorelle (3,35; 6,3). È detto che essi «sono fuori» ad aspettarlo. Può darsi che l’annotazione abbia solo un valore topografico, ma potrebbe anche indicare la loro di­stanza e il loro distacco dal gruppo di Cristo, così si spiega anche la pretesa con cui sono venuti a cercarlo: per riportarlo a casa.

La risposta di Gesù allarga le dimensioni della sua famiglia che nasce non dai vincoli di una reale parentela con lui, ma dal comune impegno di tutti i suoi componenti nell’eseguire la volon­tà di Dio.

CONCLUSIONE

La realtà è più grande di quanto l’uomo possa comprendere; c’è sempre qualcuno che si preoccupa di offrirne le più adeguate e opportune spiegazioni. Sono gli scribi dell’ora. Gesù ne ha smen­tito l’autorità riportando l’attenzione al mistero che si può, si de­ve accettare senza troppe spiegazioni o dissertazioni.

La comprensione del reale richiede più umiltà che acume in­tellettuale.

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