Vivere “insieme” non solo “accanto”

Vivere “insieme” non solo “accanto”

A fronte delle tante patologie, sociali, economiche, ecologiche, è soltanto il cammino della fraternità e dell’amicizia sociale che può salvarci dall’ individualismo sempre pronto a corrodere il senso stesso della socialità. In questo orizzonte, è da porre in atto quel passaggio, dall’io al noi, che permette il processo di umanizzazione, indispensabile all’edificazione della persona e della collettività. Non si tratta di annullare la persona come singolarità, a favore di un noi, ma di far crescere ciò che siamo, in un noi sempre più ampio e corresponsabile, affinché nessuna dignità sia calpestata. Del resto, la fraternità è passare dall’io al noi, dove l’altro è qualcuno che mi riguarda. Autorevoli esperti leggono questa complessità dal punto di vista etico, civile e religioso, del bene comune, e, quindi, della cura della democrazia e di un’economia inclusiva, in vista di un discernimento necessario alla matura­zione personale e comunitaria. È in gioco l’apprendere ad abitare il mondo come unica “famiglia” umana, nella reciprocità e interdipendenza.

Il primato della relazione è un concetto del filosofo Umberto Galimberti che critica il narcisismo e l’individualismo moderni, sostenendo che l’amore e le relazioni sono fondamentali per la nostra esistenza sociale. Galimberti invita a riscoprire la relazione come un “lavoro d’arte”, basato sulla scoperta dell’altro, come individuo autonomo e non un oggetto da possedere in preda a una pas­sione momentanea e “revocabile”. 

Senza relazioni sane, ricche, sincere e soddisfacenti, nessuno di noi può vivere pienamente né la scoperta e la maturazione di sé, né l’entusiasmo nell’assistere alla fioritura di un futuro immediato e sereno.

La relazione è un’opera d’arte non un possesso (mio dipendente, mio consulente, “mia moglie”, “mio marito”…): è una scoperta continua dell’altro: un’opera d’arte che richiede curiosità, perché l’altro è sempre in continua evoluzione. Qui, si innesta il concetto di libertà, quale facoltà di compiere delle scelte e non di restringerla alla possibilità della sua “revocabilità”: sono incinta quindi abortisco, non amo più quest’uomo quindi divorzio…

Emilia Palladino nel suo volume “Io e noi: un incontro inevitabile”, edito da San Paolo, osserva che dal tempo del Covid, le relazioni sembrano cambiate: addirittura incattivite. Si percepisce un dete­rioramento, lento e inesorabile, della capacità di stare insieme; sembra che, all’impegno nella co­struzione dei legami, si preferisca l’illusione di vederli germogliare automaticamente e senza sforzo. Anche in ambito ecclesiale, pare che si soffra una generalizzata abitudine alla difesa, che logora le comunità: incapaci di capire, interpretare e abitare questo tempo difficile. Esse si arroccano intorno a norme, dottrine e ruoli da difendere strenuamente, senza più incontrare le persone vere, ma affi­dandosi ai “si dice”: questo nuoce alla diffusione del messaggio evangelico. Non è, certamente, un fenomeno presente ovunque: altrove esistono esempi virtuosi, ma questi non annullano le tante relazioni impostate sul binomio amico/nemico, noi/loro, che poi si deformano, prosegue la prof.ssa Palladino, in una sorta di battaglia “donchisciottesca” dell’io contro tutti. A questo si aggiunga, ulte­riormente, quell’ansia pervasiva di dire la propria su qualunque argomento, come se questa fosse l’elemento essenziale dell’esistere per imporsi. Dalla bocca, quindi, escono, con vanto, parole senza filtri, senza attenzione, senza riguardo: l’autenticità viene sostituita dal vomitare sentenze gratuite.

La grande paura proviene non della società in crisi (ogni società ha avuto le proprie crisi), ma si teme la crisi della civiltà che, “fabbricando” ed esaltando “gli eroi”, scarta i non eroi, producendo, in tal modo, infinite barbarie. Ma sarà sempre l’individuo fragile, cioè colui che avverte i propri limiti, a percepire il bisogno dell’altro e quindi a costruire relazioni.

Si denuncia l’eccesso di individualismo; si indica il narcisismo e la maniacalità come i pericoli maggiori, dal punto di vista relazionale, che conducono le persone verso una vera “guerra” come unica possibilità di affrontare le questioni: guerra con le parole, con i pensieri, con i sentimenti. Le contrapposizioni amico/nemico o noi/loro diventano, così, vere e proprie battaglie sul campo, che lasciano a terra morti fisiche e morti piscologiche e sociali.

E chi, invece, la guerra non la vuole? Non la sa fare? Non è adatto? Chi non riesce a credere che la via, per affrontare i problemi, sia quella della legge del più forte, che posto ha? E chi ritiene che ci sia ancora spazio per l’umano, per la pace, per la costruzione di legami nobili, nonostante la diffe­renza delle idee e delle posizioni, dove potrà esercitarsi come un artigiano alle prese con la sua arte? Urge affrontare gli interrogativi esistenziali. Papa Francesco, nel 2021, nel suo Discorso ai giovani del “Progetto Policoro”, invitava a spostare l’interrogativo, passando da un’autoreferenziale “Chi sono io?” a un più inclusivo e altruista “Per chi sono io?”. Questo passaggio tocca e guida le nostre azioni, perché l’identità personale si forma e si arricchisce non in isolamento, ma attraverso l’interazione con gli altri. Purtroppo, la mentalità corrente, intrisa di un individualismo sfrenato e di una tecnocrazia onnipervasiva, tende spesso a eclissare proprio il valore dei legami umani e dell’in­terdipendenza.

Educare alla differenza, in un tempo complesso come il nostro, non si hanno ricette facili da consegnare. I nostri ragazzi hanno bisogno di “adulti-fiaccola”, consapevoli che, per illuminare un cammino, devono necessariamente affiancarsi a coloro che vogliono accompagnare, devono saper rispettare il passo, devono accettare di mescolarsi con altri, che sono lungo quella stessa strada, devono accogliere anche le tenebre intorno. Con la certezza che un processo di ricerca della propria personalità e di rispetto delle differenze non può prescindere dal riconoscimento dell’altro e del “Noi”, inteso come rete di sostegno.

Se c’è una cosa che oggi urge, si chiama “de-centramento”; ossia capacità di aprirsi alla dimensione generativa del “Noi”, in cui si smette di alimentare nei nostri ragazzi la dimensione del “Super-io”. Il percorso per rimanere “umani”, quindi, parte dall’Io al Noi e dalla “lotta per l’esistenza” alla “Coope­razione” come fondamento di civiltà.

Occorrono animatori di comunità, capaci di risvegliare le coscienze collettive e, in questo pro­cesso, di agire come catalizzatori di un cambiamento profondo, di guidare il passaggio da un’esi­stenza individualistica e frammentata a una realtà arricchita dalle relazioni e dalla condivisione. Si potranno creare, allora, spazi di ascolto e dialogo e offrire, in tal modo, occasioni di riflessione, di empatia, di costruzione di legami basati su solidarietà e rispetto reciproco. Così, questi animatori di comunità potranno disegnare le trame di un tessuto sociale più coeso e armonico. Il loro impegno e servizio meritano la nostra gratitudine, perché, in questo processo di trasformazione e crescita col­lettiva, diventano i veri tessitori di una umanità solidale, idonei ad intrecciare le diverse storie, culture ed esperienze in un mosaico umano, che arricchisce e rafforza la società nel suo insieme.

a cura di Elia Ercolino

(cfr. Presenza Cristiana 1/2026)

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