18 Gen Proposta di omelia per la 3a Domenica del tempo ordinario anno A (25 gennaio 2026)
L’INIZIO DEL VANGELO
(Is 8,238-9,1-3; 1Cor 1,10-13.17; Mt 4,12-23)
Le «Letture» introducono il ministero profetico di Gesù, giustificano l’inatteso contesto geografico in cui ha avuto inizio, e ricordano la portata umanitaria (più che religiosa o politica) del suo messaggio e della sua attività.
La salvezza ha infranto con lui le frontiere o barriere del giudaismo; anzi, se il Cristo può permettersi delle preferenze, queste vanno ai gentili, ai peccatori, ai malati prima che ai «giusti». Si tratta di un’opera immane per la quale Gesù recluta fin dal suo primo apparire operai volenterosi. Essi sono umili pescatori, ma dotati di coraggio e, soprattutto, hanno fiducia in colui che li ha chiamati. Paolo con il suo richiamo — «Cristo mi ha mandato» — conferma che l’invito vale anche per quanti non hanno conosciuto direttamente Gesù.
La comunità che non è missionaria non può ritenersi veramente cristiana.
Prima lettura: «Una grande luce» (Is Is 9,1)
Isaia rievoca la fine del regno del nord (721) per agganciarvi un messaggio di salvezza escatologica. Sul paese è piombata la sventura (le «tenebre» richiamano lo sheol, il regno della morte), ma essa non sarà eterna, poiché proprio da qui, da dove sono partiti gli esuli per esser dispersi nel grande impero assiro, avrà inizio un giorno la rivincita.
La Galilea (i territori di Zàbulon e di Neftali), la prima ad essere occupata, sarà anche la prima a vedere la liberazione. La «luce» è il simbolo di Jahvé. Essa ha accompagnato gli Ebrei nell’uscita dall’Egitto e nel cammino verso la terra promessa. Ogni volta che appare è sempre di buon auspicio. La gioia sarà grande come per i coloni al momento del raccolto o per i soldati quando ricevono l’ordine di passare al saccheggio. I vinti di allora saranno gli attuali vincitori. Si ripeterà la vittoria di Gedeone sui Madianiti che infestavano anch’essi le regioni del nord (Gdc 7,16-25). Le ostilità finiranno per sempre; gli stessi strumenti di tortura, il gioco e il bastone, saranno infranti, le casacche militari saranno date alle fiamme.
Un’era nuova, di totale pace, si aprirà per Israele e per gli uomini (cfr. Is 2,4).
La ragione di questo cambiamento è la nascita di un discendente regale, l’apparizione di un bambino-prodigio che incarnerà prerogative insolite in un comune principe. Egli meraviglierà per la sua saggezza, più di Salomone; supererà la forza dei leggendari compagni di David (i ghibborim), avrà un regno di durata senza eguali e nonostante tutto sarà un principe pacifico, riporterà gli uomini alle condizioni ideali con cui ha avuto origine la loro storia (cfr. Is 11,6-10).
In base a Is 7,14 (l’oracolo dell’Emmanuele) e di Is 11,1-10 la tradizione ha letto questo annuncio in chiave messianica.
Seconda lettura: «Discordie fra voi» (1Cor 1,11)
La comunità di Corinto è la più irrequieta delle origini. Essa è stata fondata da Paolo, ma ha conosciuto anche altri missionari (Apollo e Pietro).
Se Paolo è un grande dottore, Apollo è un grande oratore, e Pietro è il testimone più qualificato di Cristo. I cristiani si dividono intorno alle loro persone, invece di arricchirsi dell’apporto dell’uno e dell’altro. Non è infatti la fede in Cristo che li contrappone, ricorda l’apostolo, perché non può essere che in tutti la stessa, ma la maniera di interpretarla. Lo sbaglio non era nelle preferenze che ognuno aveva e poteva avere verso un determinato interprete, ma nella contrapposizione che si instaurava tra gli appartenenti all’una o all’altra corrente, nel riconoscere cioè legittima la propria e condannare l’altra. Non era Cristo che divideva ma la pretesa di averne la comprensione più giusta. Bisognava rinunciare a questa presunzione per ritrovarsi uniti nell’unico Cristo in cui erano stati tutti battezzati e in cui tutti credevano, ma il pluralismo, sebbene si va già affermando nella stessa chiesa delle origini (dove convivono Giacomo e Paolo, Giovanni e Diotrefe: At 15;3 Gv) era forse prematuro in questa comunità dell’Acaia.
Vangelo: «Andava attorno insegnando, predicando, guarendo» (Mt 4,23) vedi Lectio
Gesù, presa coscienza della sua strada (nel battesimo e nel corso delle tentazioni), attende il momento propizio (che per Matteo è l’imprigionamento del Battista) per iniziare la sua missione. A tale scopo lascia Nazaret, un villaggio sulle montagne della Galilea, e si stabilisce a Cafarnao, un grande centro, abitato in massima parte da pagani, punto di incrocio tra la costa mediterranea (il mare) e l’entroterra mesopotamico.
Era una scelta inattesa. Doveva far scalpore che il messia fosse un galileo, un nazareno (cfr. Gv 1,46); se poi rivolge le sue preferenze ai pagani invece che ai connazionali, mette in pericolo la sua stessa credibilità.
Matteo, a modo suo, cerca di riparare lo scandalo appellandosi a un testo profetico che sembra dar ragione sia all’origine galilaica che alla scelta della città del lago. L’unica cosa vera in ciò era che anche i pagani erano chiamati alla salvezza (cfr. Gen 12,1-3; Is 19,18-25; Giona 4,11), anche se l’argomentazione dell’evangelista sembra accomodata.
Il messaggio di Gesù (v. 17) ricalca per il momento quello del Battista (3,2). Il «regno dei cieli» non annunzia l’instaurazione di una nuova teocrazia, ma l’inizio di un’era di pace, di santità quale si suppone esista nel mondo di Dio. Si conoscerà veramente chi è Dio e i reali rapporti che lo legano all’uomo. Non è che un’esplicitazione del concetto di alleanza. Insieme Dio e l’uomo realizzeranno un comune programma, ma per entrare in questa collaborazione l’uomo dovrà rinnovare il suo modo di pensare e soprattutto di vivere (conversione).
La «metanoia» dei sinottici è un capitolo parallelo alla nuova nascita di Giovanni (cfr. 3,3). «Vino nuovo in otri nuovi», dirà più avanti Matteo (9,17). Non si tratta di mutare gli abiti, ma le abitudini, il modo di agire.
Contrariamente al Battista Gesù sceglie di essere un profeta itinerante. Egli non starà ad aspettare la gente, ma si muoverà incontro ad essa (4,18-23). Le sue prime spedizioni missionarie avvengono lungo il lago di Galilea, dove è dato imbattersi con umili pescatori. L’incontro con i due gruppi di «fratelli» non è il primo nel tempo, ma nell’importanza. La «chiamata» raggiunge i quattro uomini nel pieno della loro attività, forse anche in precedenza Gesù si era trattenuto con loro, aveva colto le loro aspirazioni e le loro attese.
Matteo non fa la cronaca dell’avvenimento, ma ne offre una ricostruzione teologica per segnalare la genesi e il senso di una vocazione che nasce sempre da un invito tacito («vede») o esplicito («disse») di Gesù accolto immediatamente. I verbi sono al presente per indicare che esso vale ancora e sollecita nuove risposte. Non si tratta di iscriversi a una scuola, di imparare alcune massime, quanto di diventare collaboratori di un’opera destinata a ridare agli uomini l’amicizia con Dio e con i propri simili, la salute, la gioia, la prosperità, il bene (cfr. 4,23-25). «Pescatori di uomini» era un’immagine poco chiara. Si riferiva alla cattura dei prigionieri; Gesù l’intende in senso contrario; gli uomini dovevano essere piuttosto liberati dal peccato e dalle malattie (v. 23).
La risposta dei quattro fratelli è paradigmatica; illustra ciò che qualsiasi chiamato deve fare. Lasciare tutto (la famiglia, il mestiere e gli stessi attrezzi di lavoro) significa perdere tutto, qualsiasi appoggio, qualsiasi sicurezza; crearsi il vuoto attorno e avventurarsi verso l’ignoto.
Sulle rive del lago, in terra d’infedeli era nata la prima comunità dei discepoli di Cristo, la «chiesa» per il primo evangelista, alla quale si può aggiungere la qualifica «dei Gentili». Ora Matteo può riferire la prima sintesi dell’azione missionaria di Gesù (v. 23), caratterizzata da quattro verbi profondamente sintomatici. Il primo richiama i suoi continui spostamenti («percorreva»), gli altri il genere della sua attività che è catechetica (insegnava), kerygmatica (annunzio del regno), terapeutica (guaritrice).
Conclusione
La via su cui avanza il messaggio evangelico non è tanto il pulpito o la cattedra, quanto l’attenzione e la cura verso gli uomini più bisognosi.
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