17 Feb La lunga fuga: perché il Sud perde i suoi giovani
C’è un treno che ogni giorno lascia il Mezzogiorno. Non è fatto solo di vagoni, ma di desideri, competenze, futuri possibili. Parte carico e torna quasi sempre vuoto. Lo ricordano con lucidità i numeri dell’ultimo rapporto Censis–Confcooperative, significativamente intitolato “Sud, la grande fuga”: ogni anno 134.000 studenti meridionali lasciano la propria terra per studiare al Centro-Nord, mentre altri 36.000 laureati fanno le valigie in cerca di un lavoro che al Sud continua a rimanere miraggio. Una mobilità che non è solo scelta individuale, ma fenomeno strutturale, capace di ridisegnare l’economia e la demografia di un’intera area del Paese.
Un’emorragia da oltre 4 miliardi l’anno
Il rapporto fotografa una perdita economica enorme: 4,1 miliardi di euro. Una cifra che nasce da un dato semplice e per certi versi crudele: ogni laureato “costa” alla collettività circa 112.000 euro, tra asilo, scuola obbligatoria, università, servizi pubblici. E quando quel laureato parte, il Sud perde l’investimento, mentre altri territori – più ricchi, più connessi, più attrattivi – ne raccolgono i frutti. Solo negli ultimi anni:
- 23.000 laureati hanno lasciato il Sud per lavorare al Centro-Nord;
- 13.000 hanno scelto l’estero;
- le università meridionali hanno perso 157 milioni di euro di entrate;
- i grandi atenei del Centro-Nord hanno incassato 277 milioni grazie anche a rette più alte (2.066 euro contro 1.173 del Sud).
Questa, invece, la geografia delle scelte: le mete sono sempre le stesse e sempre più affollate. Roma è la prima destinazione con oltre 32.000 iscritti provenienti dal Sud. Seguono:
- Milano (19.090 studenti)
- Torino (16.840)
- Bologna (11.813)
- Pisa (6.381)
Città, queste, percepite come più dinamiche, con più opportunità e una reputazione universitaria che resta trainante. Esiste anche una cosiddetta “contro-migrazione”, ovvero gli studenti del centro-nord che scelgono il Sud, questa però (10.000 giovani) è un flusso troppo debole per compensare l’esodo massiccio.
Puglia: uno su tre studia altrove
Dentro questo quadro già complesso, la Puglia rappresenta uno dei casi più emblematici. Secondo gli open data del Ministero dell’Università e della Ricerca, nell’anno accademico 2023-2024:
- 118.798 studenti pugliesi risultano iscritti a un’università;
- 40.963 hanno scelto un ateneo di un’altra regione;
- significa un tasso di mobilità del 34%, pari a uno studente su tre.
Il dato scende al 27% se si considerano solo gli immatricolati, ma resta comunque un livello che gli atenei faticano a sostenere: si stima infatti che la fuga degli studenti costi alle università pugliesi circa 50 milioni di euro all’anno. Come sottolineato dal Rettore dell’Università di Bari, Roberto Bellotti «è un problema strutturale: i ragazzi vanno via anche perché è più facile trovare lavoro altrove. Serve un lavoro sinergico di Regione e Comuni: l’attrattività del territorio è un fattore decisivo».
Entriamo ancora più nel dettaglio. Questi i numeri legati alle Province pugliesi:
- Foggia: l’ateneo trattiene il 61% degli studenti della provincia; il resto continua a migrare verso altri poli.
- Bari: solo il 46,5% dei residenti nella provincia sceglie l’Università di Bari.
- Lecce: appena il 51% dei neodiplomati rimane in Puglia, e solo il 45% si iscrive all’UniSalento.
Percentuali che mostrano un dato culturale prima ancora che logistico: la formazione universitaria, per molti giovani pugliesi, è ormai sinonimo di mobilità.
L’effetto demografico: il Sud che si svuota
Il rapporto lo afferma con chiarezza: la fuga universitaria non è che la punta dell’iceberg.
Dietro c’è un Mezzogiorno che perde popolazione e che entro il 2050 potrebbe vedere un calo del 20%. Si genera, dunque, un circolo vizioso:
- meno giovani
- meno immatricolati
- minori entrate per gli atenei
- minore offerta formativa e minore attrattività
- ulteriore fuga.
Le discipline STEM, chiave dello sviluppo tecnologico, sono un altro tallone d’Achille: al Sud rappresentano appena il 22,4% dei laureati italiani, un dato inadeguato in un’economia sempre più basata su competenze tecnico-scientifiche. Anche l’innovazione arranca: solo il 28,3% delle startup innovative ha sede nel Mezzogiorno.
La mobilità all’estero: non solo “cervelli in fuga”, ma anche nuove generazioni globali
Secondo dati Istat diffusi nel 2025, nel solo 2024 93.000 giovani tra i 18 e i 39 anni hanno trasferito la residenza all’estero – il doppio rispetto al 2014. Tuttavia 22.000 sono rientrati, segno che la mobilità sta cambiando volto: più progettuale, più strategica, meno definitiva. La mancanza di lavoro non è più la prima causa di partenza (lo è solo per il 26,5%):
- 40,5% parte per fare un’esperienza diversa;
- 22,5% per cogliere una buona opportunità;
- 18,5% per arricchire il curriculum all’estero.
Due giovani su tre dichiarano che potrebbero tornare, a patto che trovino:
- salari adeguati (91,5%)
- valorizzazione del merito (78%)
- opportunità di crescita (71,2%)
- una cultura manageriale più moderna (42,9%)
Il Sud, dove queste condizioni sono spesso deboli o intermittenti, fa più fatica del resto d’Italia a trattenere o riportare indietro i propri talenti.
E allora come invertire la rotta?
Il presidente di Confcooperative, Maurizio Gardini, indica la direzione: «Investire in innovazione, formare in ambiti strategici, aprire finestre internazionali. Il sistema dell’istruzione e della ricerca è l’unica via per collocare il Mezzogiorno sulla frontiera tecnologica». A queste parole se ne potrebbero aggiungere altre, emerse negli ultimi anni da studiosi ed economisti:
- serve un ecosistema del lavoro che premi competenze e non solo relazioni;
- servono politiche abitative e di welfare universitario più forti;
- servono poli di ricerca collegati alle imprese;
- serve una narrazione nuova, capace di far percepire il Sud come luogo in cui tornare, non solo da cui partire.
Una generazione che parte, un Sud che cambia
Il Sud non è un deserto: è un territorio ricco di energie, punte di eccellenza, università che si rinnovano, imprese che faticosamente innovano. Ma è anche un territorio che rischia di perdere il proprio futuro se non riuscirà a trattenere – o almeno a recuperare – una parte di quella generazione mobile che oggi costruisce altrove la propria vita. Finché quel treno continuerà a partire, il Mezzogiorno resterà in bilico: tra ciò che è e ciò che potrebbe essere: tra il talento che forma e quello che perde, tra la cinica matematica dei numeri e la fragile geografia dei sentimenti.
Rapporto Svimez 2025: Sud in ripresa ma senza giovani, “cresce il lavoro, cresce l’esodo”
Un ulteriore elemento di approfondimento della situazione del Mezzogiorno giunge dal Rapporto Svimez, pubblicato a dicembre: ci dice che il Mezzogiorno vive una stagione di contrasti, perché tra il 2021 e il 2024 crea quasi 500mila posti di lavoro, trainato da PNRR e investimenti pubblici, ma perde 175mila giovani diretti al Centro-Nord e all’estero. La crescita economica è sostenuta: Pil +8,5% nel quadriennio, superiore al resto del Paese, e nel 2025-26 il Sud continuerà a correre più del Centro-Nord grazie ai cantieri del PNRR.
Ma il boom occupazionale non basta: i giovani trovano lavori poco qualificati e mal pagati, mentre i salari reali crollano (-10% al Sud). Aumentano i lavoratori poveri: 1,2 milioni solo nel Mezzogiorno. Sullo sfondo, un’emergenza abitativa crescente e un divario infrastrutturale ancora forte. Intanto il Sud forma talenti che poi se ne vanno: in 25 anni ha perso 132 miliardi di euro in capitale umano. Le università tornano più attraenti, ma la “trappola dei laureati” resta aperta. Il PNRR sta riducendo alcuni divari – più nidi, più mense, Comuni più rapidi nella progettazione – ma l’avanzata dell’autonomia differenziata rischia di contraddire proprio gli obiettivi del Piano.
Le leve per invertire la rotta? Infrastrutture sociali stabili, lavoro qualificato, partecipazione femminile, filiere industriali avanzate, Zes Unica come strategia e non solo incentivi e un uso del boom delle rinnovabili come nuovo vantaggio competitivo del Sud. Uno solo il messaggio: garantire ai giovani libertà di partire, ma prima di tutto il diritto di restare.
Progetto Policoro, una valida alternativa
In questo contesto il lavoro svolto dal Progetto Policoro da trent’anni sui territori è estremamente importante. Trent’anni, appena compiuti, di attenzione ai giovani, di formazione, di lavoro per questa iniziativa promossa dalla Chiesa italiana che ha accompagnato più di mille animatori e circa 3000 giovani occupati in imprese, cooperative, attività lavorative.
Nato dopo il Convegno ecclesiale di Palermo del 1995 dall’intuizione di don Mario Operti, prete torinese, capace di convogliare intorno all’iniziativa le migliori energie della Chiesa nel Sud Italia, il Progetto Policoro ha inizialmente coinvolto Diocesi appartenenti alla Puglia, alla Calabria e alla Basilicata. In seguito, il gruppo si è allargato anche al Nord Italia: attualmente sono 110 Diocesi che hanno attivato il Progetto, con 135 animatori di comunità in carica, con il supporto di alcune associazioni, dette filiere.
Come emerso a Bruxelles, nel convegno celebrativo del trentennale organizzato al Parlamento Europeo, da don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della CEI, il Progetto Policoro ha un valore consolidato sempre più nell’affiancamento dei giovani dal punto di vista lavorativo: secondo i dati UnionCamere nel 2022 il fatturato annuo delle imprese raggiungeva i 43 milioni di euro, mentre il capitale complessivo delle iniziative seguite dal Progetto Policoro si attesta circa sui 64 milioni di euro, per una serie di settori tra i più diversi: dalla valorizzazione dei beni artistico-culturali ai servizi alla persona, dalla produzione agricola al tessile, dall’artigianato alla grafica, dall’alimentare al turistico, dalla ristorazione al commercio, dall’arredamento all’inclusione sociale. Una valida rete, dunque, per provare a tenere i giovani radicati ai loro territori.
di Marilena Pastore
(cfr. Presenza Cristiana 1/2026)
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