Proposta di omelia per la 3a Domenica di Quaresima anno A (08 marzo2026)

Proposta di omelia per la 3a Domenica di Quaresima anno A (08 marzo2026)

UOMINI INCONTRO A DIO

(Es 17,3-7; Rm 5,1-2.5-8; Gv 4,5-42)

 

La quaresima è tempo di conversione. I penitenti del passato si fanno incontro, nelle «Letture», a quelli del presente per aiutarli a ritrovare la strada del regno di Dio.

Israele è il popolo che Jahvé ha sottratto dalla servitù egiziana «con braccio teso e con mano potente» (Dt 5, 15), quasi trasportato su «alidi aquila» (Es 19,4) ma ciò nonostante non ha fiducia nel suo liberatore fino a ribellarsi a lui. È quanto si ripete nella storia di ogni uomo.

L’anonima donna di Samaria che Gesù incontra presso il pozzo di Giacobbe non cerca di capire il suo interlocutore, meno ancora il suo messaggio, piuttosto tenta di prendersi gioco di lui. Solo la pazienza e la tattica pastorale del Salvatore riescono a portarla alla resipiscenza e all’ascolto.

Tutto questo, commenta Paolo, perché l’uomo è sempre un peccatore, più incline alla trasgressione che all’ubbidienza.

Prima lettura: «Soffriva per la sete» (Es 17,3)

La libertà ha un prezzo per essere conquistata e, una volta raggiunta, ha un grande costo per essere mantenuta. L’uomo libero ha più rischi da affrontare e superare dello schiavo che ha sempre sopra uno che pensa e decide per lui. Israele nel deserto incontra privazioni sino ad allora sconosciute; deve imparare a far da sé, a mettere in gioco le sue capacità e le sue forze per assicurarsi la sopravvivenza, ma è una scuola che non dà subito buoni risultati. Occorre che Dio faccia ancora mostra di pazienza e di longanimità perché il dialogo non si interrompa. È il messaggio che l’autore sacro propugna: la fedeltà incondizionata di Jahvé.

Il miracolo dell’acqua nel deserto è un prodigio e un segno. Il popolo si conferma nella potenza e bontà del Dio che l’ha chiamato e lo guida verso la terra dei padri e intravvede la profusione dei beni di cui sarà un giorno ricolmo. L’acqua è sempre una benedizione, un pegno e un segno di favori divini sempre più grandi. Non per nulla le tradizioni posteriori affermeranno che la «roccia» da cui l’acqua è scaturita ha accompagnato gli Israeliti in tutto il loro pellegri­naggio fino alla terra promessa. La «roccia» era Cristo, dirà Paolo (1Cor 10,4).

Seconda lettura: «In pace con Dio» (Rm 5,1)

La gioia, aspirazione irrinunciabile dell’uomo, è per Paolo il frutto immediato della ricuperata amicizia divina (giustifica­zione). Il peccato è il primo avversario della creatura ragionevole, la causa delle sue inquietudini, ansietà, angosce perché toglie l’intesa con l’essere ultimo e pone allo sbaraglio di forze che nonostante l’apparenza sono sempre ostili e perturba­trici. «Non c’è pace per l’empio», ricorda opportunamente il profeta (Is 48,22).

L’amicizia con Dio nasce dalla conversione e dal battesimo, ma si mostrerà in tutta la sua risonanza quando il credente a seguito di Cristo entrerà nello stato di gloria a cui è destinato.

Il cristiano non vive di sogni o di chimere ma del confronto e soprattutto delle comunicazioni dello Spirito Santo presente e operante in lui. Dio ha cominciato un’operazione che non lascerà incompiuta. La vita nuova accordata tramite Cristo è un suo dono («grazia»); l’uomo non ne aveva alcun diritto perché peccatore. Ora che è suo amico non l’abban­donerà certamente. La salvezza finale si può ritenere perciò come assicurata. È vero che l’uomo può sempre compromet­tere tutto, anche la sua sorte eterna, ma Dio fa del proprio meglio per impedirglielo.

Vangelo: «L’acqua viva» (Gv 4,10) vedi Lectio 

La «Samaritana», come Giuditta o Ester, è soprattutto una figura simbolica. Riassume le infedeltà della sua gente, le titubanze ma anche la pronta conversione a Cristo e al Vangelo di cui diventano subito testimoni e apostoli.

Gesù ha celebrato le «nozze messianiche» con i buoni corregionali della Galilea (a Cana) e ha aperto ufficialmente la propria missione a Gerusalemme in occasione della prima pasqua (2,13-23), ma ha avuto scarsi successi (2,23-25). Solo un «fariseo» si è fatto avanti, però di notte e scompare senza alcun pronuncia­ mento.

La necessità («doveva») di attraversare la Samaria è missionaria più che strategica. Anche il nuovo protagonista (la donna) è rappresentativo di un’altra fascia della popolazione palestinese, quella eterodossa. Gli Assiri (721) avevano deportato nell’ex regno del nord popolazioni di altre parti dell’impero che si erano com-mescolate con quelle originarie dando una risultanza etnica e religiosa ibrida. I nuovi Samaritani non erano né pagani e nemmeno Israeliti, ma Gesù è inviato anche ad essi che nono­stante tutto si richiamano a Giacobbe, ai «padri» (tra cui Mosè di cui accettano il Pen­tateuco). Quindi si reputano anch’essi credenti.

Gesù e dietro di lui la predicazione cristiana cerca di agganciarsi su questi precedenti per lanciare la nuova proposta; una tattica pastorale sempre valida. L’acqua del pozzo di Giacobbe disseta il corpo ma non elimina le ulteriori esigenze che sal­gono dal profondo dell’animo. Occorre un’altra acqua capace di trasformare interiormente l’essere umano (v. 16) accordan­dogli una nuova esistenza scevra da insoddisfazioni e inquietudini.

La sete spirituale è più forte e più urgente di quella materiale, ma i Samaritani non sembrano capirla, occorre richiamarli alla loro vera condizione religiosa, alla loro deviazione dalla retta fede jahvistica per farli riflettere. Essi si sono persi dietro varie divinità (i «sette mariti»), hanno abbandonato il vero sposo d’Israele e ancora non l’hanno ritrovato (quello che hanno non è il vero). Bisogna che facciano un’abiura, che rinuncino persino al loro monte (il Garizim) e al culto che vi si esplica, come i Giudei debbono fare altrettanto con il Monte Sion. Al suo posto bisogna dare acco­glienza allo Spirito, destinato a portare l’uomo in ogni verità, fino alla scoperta e all’incontro con l’atteso salvatore. Egli è già venuto; è in mezzo a loro e sta rivol­gendo ad essi il suo messaggio di salvezza; occorre ascoltarlo e soprattutto fargli accoglienza.

L’evangelizzazione dei Samaritani ha trovato riluttanze anche all’interno della chiesa (i discepoli che si meravigliano di vedere Gesù parlare con una donna samaritana), ma quando l’evangelista scrive avanza decisamente. È questa la «fame» che tormenta il Cristo e che i suoi sembrano non capire. La «messe» che essi hanno davanti sono le città, gli uomini che le popolano e che attendono la parola. Il seme è stato gettato e dà i suoi primi frutti.

Le prime conversioni «in massa» al Vangelo avvengono per Giovanni, appunto, in Samaria, la primizia delle nazioni, dove secondo At 8,6 «le folle» sono in ascolto dei predicatori cristiani.

Conclusione

Gv 4,4-42 è una pagina profetica più che storica. I «giusti» di Gerusalemme hanno rifiutato il Vangelo; i peccatori o almeno reputati tali di Samaria l’accolgono con entusiasmo. In senso ana­ logo Gesù dirà che le meretrici e i Gentili hanno la precedenza nel regno di Dio (Mt 21,31). Non perché i peccatori vi accedono più facilmente, ma, perché tali, vi frappongono meno remore.

L’uomo è schiavo delle sue passioni, ma anche delle sue credenze religiose, che si presentano come assoluti indero­gabili.

Le parole di Gesù alla Samaritana non possono non lasciare riflettere. Iddio non si adora su un monte o su un altro, in determinati luoghi più che in altri, ma nel cuore dell’uomo, nell’incontro e nella risposta leale alle pressioni del suo Spirito. Solo questo è il vero modo di onorarlo. L’uomo sarà sempre insoddisfatto (avrà sete) finché non scoprirà Cristo, la via unica per accedere alla felicità e alla salvezza.

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