29 Mar 3 QUANDO “LA RESURREZIONE” ACQUISTA I FASCINI DELL’UTOPIA
Come parlare di Resurrezione in un contesto di violenza, dove tanta gente vive un perenne Venerdì Santo? La liturgica “lavanda dei piedi” è, molto spesso, una cerimonia ristretta al Giovedì Santo, anche se le stesse lacrime, versate lungo la via della croce, rivelano di essere appena un saggio di quelle versate lungo la storia umana, attraversata da numerosi incroci di vite in croce.
Dove trovare il sorriso dei testimoni del Risorto? C’è un grande bisogno ed un desiderio di resurrezione. Finora, si è troppo cercato nella depressione economica la ragione dei nostri mali. Ma la povertà è cambiata; infatti, non riguarda solo chi non dispone di risorse economiche, quanto, soprattutto, povero è colui che è “insignificante”. E si può essere persone insignificanti per ragioni economiche, culturali, razziali… per vari motivi. Molte volte, poi, tutti questi aspetti, o soltanto alcuni di essi, si concentrano in una sola persona. Così, una enorme pietra cala all’imboccatura dell’anima, non lasciando filtrare l’ossigeno, opprimendo in una morsa di gelo, bloccando ogni lama di luce e impedendo la comunicazione con l’altro. È il macigno della solitudine, della miseria, della malattia, dell’odio, della disperazione. Sembra che si sia esaltato troppo il trionfo della passione del Venerdì Santo. Ma il Risorto non si fa vedere. Dostoevskij, concludendo la parabola del Grande Inquisitore, risponde: “è in cammino, ancora e sempre, per le misteriose vie della città”.
Purtroppo avremo sempre delle aurore senza mattino se la costruzione del “domani” nelle nostre città, non sarà organizzata dagli amici del cambiamento, dagli appassionati della rivolta della fraternità, dai poveri che si ribellano, dai condannati alle piccole croci quotidiane, da chi rimane schiacciato sotto pesi ed etichette senza senso, da chi è ingiustamente spogliato di tutto, come Cristo, da chi viene abbeverato con l’aceto e il fiele di una vita insostenibile.
Esiste ancora un interrogativo nell’essere umano che tormenta il nostro animo e sul quale la resurrezione del Crocifisso proietta un raggio di luce? La risposta c’è e viene fornita dal filosofo francese Edgar Morin nella domanda/titolo di un suo libro “La fraternità, perché?”, dove lo stesso filosofo risponde: «per resistere alla crudeltà del mondo». È questo il barbaro e amaro conto del vocabolario relazionale, che la cosiddetta globalizzazione ci va presentando, giorno dopo giorno, con un cinismo che tende a rendere sempre più marginale o a caricare di sterile utopismo la parola “Fraternità”.
La parola “fraternità” deriva da frater, che, a sua volta, proviene da un’antica radice indoeuropea, bhtar, con il significato di “sostenitore” o “protettore”. Sicché fratello è letteralmente chi sostiene, chi protegge, chi custodisce. Si capisce, allora, il carattere drammatico del dialogo tra Caino e Dio che gli chiede: «Dov’è Abele, tuo fratello?», Caino risponde: «Non lo so. Sono forse io il guardiano di mio fratello?» (Gen 4,9).
La resurrezione appartiene alla realtà della vita: è il miracolo del coraggio di una fraternità, per cui la resurrezione avviene molto prima della morte; comincia oggi, guarendo, ovunque, le ferite dell’animo e del corpo; rendendo luminosa ogni diversità offesa; accarezzando la guancia colpita e ridonando bellezza a ogni dignità tradita. Qui la vita deve tornare a risplendere negli sguardi smarriti di donne e uomini inermi, con le mani vuote, perché private del lavoro e quindi incapaci di dare pane, ma, nei loro silenzi, chiedono un futuro.
Sono la paura e l’angoscia che, purtroppo, devastano la nostra esistenza e ci eliminano molto tempo prima che arrivi la morte e questo, spesso, non a causa della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli “onesti”! Gli arrivisti, coloro che detengono il monopolio del “carrozzone politico”, non possono definire il quadro finale della vita di una persona o di un popolo, e neppure il senso ultimo dei fatti.
A fare la differenza sono i gesti umanitari concreti e non la conflittualità esasperata di chi ricerca lo scontro per dimostrare la propria onnipotenza.
In Gesù di Nazareth, la carica vitale è stata talmente forte, che le persone vissute al suo fianco hanno recuperato dinamismo; uscite dai loro sepolcri, si sono riaffacciate alla vita: avevano scoperto che la loro piccola esistenza aveva il significato dell’eternità. Chi ascoltava il Nazzareno aveva cominciato a sentirsi grande, di una dignità che arrivava fino alle stelle, pur restando nella propria piccolezza. Questa non è da ritenersi soltanto la storia di Gesù di Nazareth, ma è la realtà di tutti i visionari che forzano il presente e lo costringono al cambiamento.
È questa la vita eterna: un attimo di felicità in cui il cielo si apre, mentre noi stiamo ancora sulla terra. In questo contesto, le tombe non sono più tombe, ma ponti gettati verso l’infinito: sono luoghi per riiniziare un dialogo.
Parafrasando David Maria Turoldo, occorre imparare che la croce, di cui farci carico, è quella ci porta ad essere sempre in “tensione con il nostro presente”, nella fatica di chi si interroga e vive una volontà non guidata dalla hybris del proprio ego.
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