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	<title>Notizie Archivi - Dehoniani Andria</title>
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	<description>Collegio Missionario Sacerdoti del Sacro Cuore</description>
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		<title>RIMETTERE AL MONDO: QUANDO LA SCUOLA DIVENTA GREMBO DI LUCE</title>
		<link>https://dehonianiandria.it/2026/08/29/rimettere-al-mondo-quando-la-scuola-diventa-grembo-di-luce/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[eliaercolino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Aug 2026 16:30:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ogni vita comincia più volte. Non soltanto nel giorno in cui ci viene consegnata la prima luce, ma in ogni transizione silenziosa che attraversiamo: il sonno che si scioglie nel mattino, il respiro che trova un ritmo nuovo, il gesto quotidiano che si apre a...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni vita comincia più volte. Non soltanto nel giorno in cui ci viene consegnata la prima luce, ma in ogni transizione silenziosa che attraversiamo: il sonno che si scioglie nel mattino, il respiro che trova un ritmo nuovo, il gesto quotidiano che si apre a una possibilità inattesa. Siamo creature di soglia, sospese tra ciò che eravamo e ciò che stiamo diventando.</p>
<p>L’educazione custodisce questo mistero. È il luogo in cui l’inizio non è mai esaurito, dove il seme continua a forzare la terra anche quando sembra inverno, dove la vita prende fiato e torna a chiedere spazio. La Scuola – quella vera, viva, non burocratica – è un territorio di metamorfosi: nidi che pro­teggono, ali che fremono, bagliori che aspettano il loro cielo.</p>
<p>Nelle aule scorrono correnti invisibili: bambini che si stirano come germogli alla prima luce, adole­scenti che tentano salti incerti, giovani che imparano a respirare con più coraggio di quanto immagi­nassero. Le metamorfosi non fanno rumore ma cambiano tutto: il modo di stare al mondo, di reggere lo sguardo, di sentire il proprio nome come una promessa.</p>
<p>A volte basta pochissimo: una parola posata con cura, un gesto non distratto, una presenza che non scappa. La vita che credevamo assopita, si rialza e torna a chiedere fiducia.</p>
<p>Ogni nascita è un’alba che non si vede, ma accade.</p>
<p>E noi adulti – se sappiamo restare svegli – possiamo sorprenderci davanti al filo d’oro che attraversa ogni crescita, al modo in cui la vita riesce sempre a rialzarsi dopo le sue notti più lunghe.</p>
<p><strong>Accogliere il reale, lasciar andare l’ideale</strong></p>
<p>Nulla fiorisce se chi educa non riconosce la sacralità del volto che ha davanti. Nessun cambiamento germoglia se continuiamo a misurare gli studenti con sagome inventate e inadatte alla loro verità. Ognuno porta con sé un disegno diverso: asimmetrico, fragile, sorprendente, eppure perfettamente suo.<br />
L’educazione comincia quando smettiamo di rincorrere il figlio/alunno ideale e ci consegniamo al figlio/alunno reale. Accogliere è un gesto silenzioso: un ascolto che non giudica, uno sguardo che non pesa, un’attesa senza pretese. È il momento in cui l’adulto smette di pretendere e comincia a vedere.<br />
Un ragazzo rinasce quando si sente visto.</p>
<p>Quando capisce che il suo valore non dipende dalla performance. Quando qualcuno lo autorizza semplicemente a essere, senza condizioni e senza la paura di deludere.</p>
<p>E allora accade l’invisibile: ciò che era chiuso si apre, ciò che era rigido si ammorbidisce, ciò che sembrava perduto ritrova un varco. La vita ricomincia a scorrere.</p>
<p><strong>L’orchestra delle differenze</strong></p>
<p>Ogni studente è uno strumento unico. Alcuni suonano con naturale brillantezza, altri sembrano emettere solo un timido tintinnio. Eppure, ogni orchestra ha bisogno di entrambi. C’è la voce che emerge e quella che sostiene, il flauto che illumina e il contrabbasso che dà profondità.<br />
La classe non è un plotone che marcia al passo: è un’orchestra che tenta la propria armonia. A volte la sinfonia è incerta, altre volte sorprende per la sua bellezza improvvisa. L’educatore non è un direttore autoritario, ma un artigiano del suono: ascolta ciò che non è ancora musica, protegge i tempi lenti, custodisce le voci deboli.</p>
<p>Quando l’insieme vibra, ogni nota trova il suo posto. Anche il piccolo triangolo – invisibile ai più – scopre di essere indispensabile. Così una classe diventa comunità: non isole, ma arcipelago; non monadi, ma un intreccio di presenze che si sostengono.</p>
<p><strong>L’unicità che diventa incontro</strong></p>
<p>Non esistono studenti “normali” e altri che non lo sono: esistono storie irripetibili. L’identità fiorisce quando non è compressa, ma ascoltata. Tuttavia, l’unicità diventa vera solo nel legame.</p>
<p>È nell’incontro che l’io trova il suo volto.</p>
<p>È nel tu che nasce un noi.</p>
<p>La scuola è una geografia di ponti, una palestra di cadute e rialzate, un esercizio quotidiano di umanità. Qui l’anonimato si scioglie e ogni volto trova il proprio nome, quello che nasce dall’incontro e non dal registro.</p>
<p>La relazione è il terreno dove germoglia la fiducia: senza relazione nulla avanza, con la relazione tutto diventa possibile.</p>
<p><strong>Grembo e grembiule</strong></p>
<p>La scuola mi appare come due immagini sorelle: il grembo e il grembiule.</p>
<p>Il grembo accoglie, custodisce, lascia crescere.</p>
<p>Ma il grembo, nella scuola, è molto più di una metafora: è uno spazio interiore, una postura dello sguardo, una scelta quotidiana. È il luogo silenzioso in cui un ragazzo può sostare senza doversi giustificare, dove nessuno gli chiede prestazioni, dove il tempo non è un nemico ma un alleato. Il grembo è la zona franca dell’apprendimento: un riparo dal rumore, un margine in cui la vita può tornare a sentirsi possibile.</p>
<p>Un grembo non spinge:&nbsp;<em>attende</em>. Non forza:&nbsp;<em>accoglie</em>. Non giudica:&nbsp;<em>crede</em>.</p>
<p>È un luogo che non pretende risultati immediati, che non ha fretta di fare ordine, che non teme il caos creativo di chi sta diventando. Nel grembo della scuola, l’allievo può fallire senza sentirsi fallimento, può tentare senza paura, può sbagliare senza essere etichettato.</p>
<p>Il grembo è anche memoria: la memoria di chi siamo stati quando qualcuno ci ha custoditi, quando un adulto ha creduto in noi prima che noi stessi potessimo farlo. Ogni educatore porta dentro di sé un frammento del grembo ricevuto, un’eredità di cura che si trasmette da generazione a generazione, come una torcia che passa di mano in mano senza mai spegnersi.</p>
<p>Un grembo è uno spazio di metamorfosi: non chiede di essere già completi, ma offre il diritto sacro dell’incompiutezza. È qui che un ragazzo impara il coraggio di nascere lentamente, di cambiare forma senza sentirsi sbagliato, di attraversare la propria crescita con stupore invece che con paura.</p>
<p><strong>Il grembiule serve, si china, si sporca.</strong></p>
<p>Senza grembo la scuola si inaridisce; senza grembiule si svuota. La scuola vera tiene insieme il mistero del nascere e il lavoro del prendersi cura. Rimettere al mondo significa dare credito a chi lo ha smarrito: aprire spiragli dove tutto sembra chiuso. Significa credere nella vita anche quando appare un filo consumato, un respiro breve, una promessa spezzata. È dire – più con i gesti che con le parole – puoi rinascere ancora. È ricordare che nessuno è mai definitivamente perduto.</p>
<p>Generare possibilità: forse il compito più umano e più politico della scuola. Un compito che chiede fermezza e delicatezza insieme: grembo che accoglie, grembiule che serve.</p>
<p><strong>Parole che liberano</strong></p>
<p>Ci sono parole che rimettono al mondo. A volte non sono pronunciate: vivono nei gesti. Mani che restano, occhi che non giudicano, presenze che non fuggono.</p>
<p>Sono parole che dicono: tu esisti, tu sei importante, tu sei più della tua ferita. Quando questa verità mette radici, il passo del ragazzo cambia: non perché si sente invincibile, ma perché finalmente si sente possibile. E quando una vita si sente possibile, tutto riprende a muoversi.</p>
<p><strong>Il mestiere dei varchi</strong><br />
Educare significa custodire le soglie. Proteggere l’alba quando intorno sembra notte. Sostenere il fragile splendore dei ricominciamenti. Ogni volta che sciogliamo un’etichetta, ogni volta che separiamo la persona dalla sua caduta, compiamo un atto generativo. Non rinasce solo lo studente: si raddrizza un frammento di mondo, e forse anche un frammento di noi. Questa è la scuola che desideriamo: una scuola che mette e rimette al mondo, senza stancarsi. Perché la vita non cessa di nascere. Il nostro mestiere è questo: aprire varchi alla nascita, ovunque la vita lo chieda. Essere guardiani dell’alba.</p>
<p>(cfr. P. Farina, <em>L&#8217;arte di insegnare ovvero d&#8217;essere felici,</em> Et et edizioni, Andria 2026)</p>
<p style="text-align: right;">di Paolo Farina</p>
<p style="text-align: right;">(cfr. Presenza Cristiana 2026/04)</p>
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		<title>“…RICORDATI: GUARDATI BENE DAL DIMENTICARE…”</title>
		<link>https://dehonianiandria.it/2026/08/29/ricordati-guardati-bene-dal-dimenticare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[eliaercolino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Aug 2026 16:19:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel Deuteronomio, 5° libro della Bibbia, riscontriamo degli imperativi ripetuti e scanditi con un acco­rato appello: Ricordati, Non dimenticare, Guardati bene dal dimenticare. C&#8217;è da chiedersi: &#8220;perché&#8217; nel Deuteronomio la memoria, con l’invito a “ricordare”, ha una funzione talmente rilevante da sem­brare essere una legge,...</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Nel Deuteronomio, 5° libro della Bibbia, riscontriamo degli imperativi ripetuti e scanditi con un acco­rato appello: <em>Ricordati, Non dimenticare, Guardati bene dal dimenticare</em>. C&#8217;è da chiedersi: &#8220;perché&#8217; nel Deuteronomio la memoria, con l’invito a “ricordare”, ha una funzione talmente rilevante da sem­brare essere una legge, addirittura superiore alla morale?</p>
<p><strong>Il senso di smarrimento,</strong> che può colpire l’individuo o una collettività di fronte a certe digressioni, può essere sopportato con rassegnata passività, ma può anche capovolgersi in una fuga nostalgica verso il passato, per trasformarsi in memoria alterata. &nbsp;La memoria non è una sorta di vagabondaggio nel tempo trascorso, per ricreare un mondo sottratto alle leggi del tempo, ma rimane decisamente ancorata alle ragioni del presente. Il passato è soltanto un campo di osservazione; visitarlo, costan­temente, significa ricercare quei segni che possono essere determinanti per il presente in cui si sta vivendo: significa intessere una relazione critica (dal greco <em>krino</em>: discernere, valutare, selezionare) e dialogante con il passato, per comprendere l&#8217;articolazione delle sue connessioni con il presente, affinché quelle storie diventino nostre. In questa prospettiva, la memoria può abbandonare certi tratti individualistici ed episodici, per diventare patrimonio della collettività. “Ricordare”, nel senso etimo­logico, significa “riportare al cuore”,</p>
<p><strong>«Un popolo senza memoria è un popolo senza futuro»</strong>: così lo scrittore cileno Luis Sepúlveda sottolineava lo stretto legame che esiste tra il passato, custodito dalla memoria, la comprensione del presente e la costruzione del futuro. In un mondo sempre più accelerato, con una memoria sempre più “a breve termine”, riscoprire questo principio risulta decisivo, affinché l’umanità del nostro tempo non sia condannata a ripetere i propri errori, ma a maturare per riconoscere il tesoro delle proprie conquiste.&nbsp;</p>
<p>In altre parole, non è più la persona solitaria che cerca, nella memoria, una possibile via di uscita dal pantano in cui si trova, ma è la collettività che sente il bisogno di “ricordare” per la propria so­pravvivenza e il proprio futuro cammino. Ricordava George Santayana: “Chi non si ricorda del pas­sato è condannato a ripeterlo”.</p>
<p><strong>La dimenticanza, colpevole e interessata</strong>, è la tentazione seria, a cui anche la nostra cultura occidentale è esposta.&nbsp;Si dimentica, perché è più comodo, soprattutto quando l’oblio riguarda qual­cosa di spiacevole del proprio passato, con cui si preferirebbe non dover fare i conti: una dimenti­canza deresponsabilizzante, alla fine, pretende di semplificare la vita e di risolvere i problemi, na­scondendoli alla vista. Ma senza una memoria, integra e luminosa, non si progredisce e non si cre­sce. Senza memoria non è possibile sapere da dove si proviene, verso dove si è diretti, e a che punto del cammino ci si trova. La perdita di memoria è, <em>sic et simpliciter</em>, perdita di identità! Fare memoria, quindi, ci fa bene; perché solo così possiamo tracciare la rotta senza cadere nella trappola di chi (come diceva Kierkegaard) la scambia con il menu del giorno.</p>
<p><strong>La memoria non mira a esorcizzare il male</strong>, ma, secondo il Deuteronomio, è una sorta di rifles­sione sulla fecondità del bene che, pur se collocato nel passato, è però soggetto di sviluppi nel presente. La grande originalità del discorso biblico sta nel leggere il passato come un “oggi”: la memoria ridesta il coraggio creativo per l’oggi e per il domani.</p>
<p>Presente e futuro sarebbero difficili da affrontare senza il sostegno della memoria: il presente, pieno di tensioni e di contraddizioni, sembra mortificare ogni possibile speranza, il futuro incombe miste­rioso e minaccioso, creando uno stato di tormentosa ansietà.</p>
<p>Il fondamento stabile, su cui la fede si appoggia, è la memoria di ciò che Dio ha già operato per il suo popolo. Si comprende, così, come la Bibbia racchiuda non tanto concetti astratti, massime sa­pienziali e affermazioni dogmatiche, ma un lungo elenco di eventi da ricordare. Qui, il fare memoria, quella storica, quella che ti costringe a fare i conti con un passato ormai remoto, non ti fa sconti, a meno che non la si faccia per pura retorica e per sentirsi in pace.</p>
<p><strong>Abraham Heschel</strong>, in proposito, rileva: “Gli Ebrei non hanno conservato gli antichi monumenti. La luce che si è accesa nella loro storia, non si è mai spenta. Con vigorosa vitalità, il passato continua a sopravvivere nei loro pensieri, nelle loro interiorità, nei loro riti… il ricordo è un atto sacro: noi santifichiamo il presente rammentando il passato”. Potremmo aggiungere: per la forza del passato noi ci apriamo un varco verso il futuro.</p>
<p><strong>La memoria, anche se costituisce un vaccino prezioso</strong>, sotto il peso di circostanze violenti, può diventare fragile, con il rischio di essere sconfitta dai nuovi barbari, che impongono, con ogni mezzo, la <em>“Damnatio memoriae”</em>, perché la memoria incarnata è sovversiva e irriverente … è una forza vitale e un “serbatoio di senso” che impedisce alla sopraffazione, con il suo carico di dolore, di costruire il suo futuro.</p>
<p style="text-align: right;">a cura di Elia Ercolino</p>
<p style="text-align: right;">(cfr. Presenza Cristiana 2026/04)</p>
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		<title>POPOLI IN FUGA</title>
		<link>https://dehonianiandria.it/2026/08/29/popoli-in-fuga/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[eliaercolino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Aug 2026 16:13:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Secondo il rapporto annuale dell’Alto commissariato ONU per i rifugiati, oltre due terzi degli sfollati restano nei Paesi limitrofi. Il Sudan, quale peggiore crisi umanitaria, supera la Siria per numero di profughi interni. Nel mondo, la fuga di tante persone da guerre e da violenze,...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Secondo il rapporto annuale dell’Alto commissariato ONU per i rifugiati, oltre due terzi degli sfollati restano nei Paesi limitrofi. Il Sudan, quale peggiore crisi umanitaria, supera la Siria per numero di profughi interni. Nel mondo, la fuga di tante persone da guerre e da violenze, sta vivendo un’esca­lation inarrestabile. In questi processi, si inseriscono anche i flussi migratori degli ultimi anni verso l’Europa. Essi hanno attirato l’attenzione dell’opinione pubblica e hanno generato un dibattito poco attento alla loro com­plessità e alle loro cause.</p>
<p>Lo scorso anno, le persone costrette alla fuga hanno raggiunto&nbsp;nuovi livelli storici, secondo quanto riportato nel&nbsp;<em>Radxpporto Global Trends</em>&nbsp;dell’UNHCR, l’Agenzia ONU per i Rifugiati.</p>
<p>Il numero complessivo di persone obbligate a fuggire con la forza, a causa di persecuzioni, conflitti, violazioni dei diritti umani ed eventi pericolosi per l&#8217;ordine pubblico, si aggira oltre i&nbsp;130 milioni. È un dato fortemente&nbsp;in crescita e riflette una situazione alimentata non solo dai nuovi conflitti, ma anche dalla persistenza di crisi irrisolte, dall’impatto crescente del cambiamento climatico e dal fallimento delle azioni di prevenzione e di risoluzione pacifica. Il numero della popolazione globale in fuga sarebbe pari a quello del dodicesimo o tredicesimo Paese al mondo e superiore alla popolazione del Giappone. Sono persone costrette ad abbandonare le proprie case, i propri affetti, il proprio lavoro per sopravvivere: un’emergenza che non risparmia nessun continente, Europa compresa<em>.</em></p>
<p><strong>I numeri non rendono giustizia</strong></p>
<p>Dietro le cifre e le statistiche, che fotografano un dramma globale, si celano storie personali e fami­liari di enorme sofferenza. Si tratta di vite spezzate e violate, con tracce dolorose che affondano le proprie radici in un passato lontano, ma c’è, poi, la sofferenza del presente e il dubbio di un futuro percepito come indecifrabile, che, a volte, si traduce nel nulla. Sono situazioni di persone costrette abbandonare tutto, a causa della cecità di chi sceglie la guerra come metodo per affrontare i pro­blemi. Infatti, è proprio la&nbsp;guerra, tornata prepotentemente alla ribalta del nostro mondo, che ridefi­nisce le&nbsp;migrazioni internazionali&nbsp;in un quadro più netto e sinistro.</p>
<p>Curdi di nazionalità turca e irachena, Afgani e Pakistani, Tamil e Algerini, Nigeriani ed Eritrei, Salva­doregni e Guatemaltechi, Bosniaci e Rom sfuggono alle categorizzazioni&nbsp;asettiche, in cui le scienze delle migrazioni vorrebbero costringerli. Nel Mediterraneo, davanti a Gibilterra, nei mari tropicali o nei deserti del sud-ovest degli Usa, non sono all’opera tanto i fattori demografici di attrazione e di espulsione, quanto le&nbsp;conseguenze della guerra. Intere popolazioni diventano ostaggi, moneta di scambio o vittime di ritorsioni, conseguenza, diretta o indiretta, dei conflitti in cui il mondo occidentale è coinvolto.</p>
<p>Fermarsi alla polemica sui singoli sbarchi, quindi, non è la prospettiva migliore per affrontare il tema dell’immigrazione. Governare il fenomeno richiede nuove politiche, con una ridefinizione delle basi economiche, nel rapporto Europa-Africa-Asia e nelle Americhe tra loro.</p>
<p><strong>La geografia dei popoli in fuga</strong></p>
<p>Oggi abbiamo l’occhio, giustamente, rivolto alla crisi ucraina e palestinese, con oltre 10 milioni di profughi, di cui almeno 8 milioni hanno dovuto lasciare il Paese. Tuttavia, questi costituiscono sol­tanto una parte del problema. Già, negli anni scorsi, si erano aggravate le situazioni in Etiopia, Mali, Burkina Faso, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Yemen, Afghanistan e Myanmar; ma, per chi si occupa di questi temi, anche in questo caso, si tratta, soprattutto, di varie instabilità in continua evoluzione drammatica. L’emergenza versante Siria, anche dopo la fuga dell&#8217;ex presidente Bashar al-Assad, sta riesplodendo. Le minacce turche di nuovi attacchi verso la frontiera settentrio­nale, per eliminare le aree curde, gli attentati, compiuti dall’esercito israeliano e quelli legati in qual­che modo agli jihadisti, sono causa di aumento nei tentativi di fuga, nonostante molte strade sia precluse. Anche i confini del nord Iraq, attaccati dall’esercito di Erdogan, stanno costringendo le popolazioni curde e yazide a spostarsi verso aree più sicure.</p>
<p>Che dire, poi, del conflitto armato nel Catatumbo che non mostra segni di tregua? Purtroppo, si tratta di una situazione di crisi che, verificandosi in un territorio situato al nord della Colombia, resta poco conosciuta agli organi di informazione.</p>
<p><strong>La regione del Catatumbo</strong></p>
<p>Qui, la vita vale sempre meno e la paura fa mettere i pochi beni, posseduti dalla gente, in valige di fortuna e scappare. Gli scontri continuano a causare vittime civili, costringendo gli abitanti di interi villaggi a fuggire. Si stima che più di 100.000 persone siano state sfollate dall’inizio dell’escalation. La causa del conflitto è l’occupazione del territorio da parte di alcuni gruppi armati colombiani illegali, come l’Eln (Esercito di liberazione nazionale), i dissidenti delle Farc (Forze armate rivoluzionarie) e le formazioni armate criminali, che mirano a controllare il narcotraffico, le colture di coca e i corridoi di confine verso il Venezuela.</p>
<p>Questa fetta di frontiera occupa una posizione strategica e, a causa di interessi legati al traffico degli immigrati e ad altre forme di commercio illecito, provoca, uno spostamento forzato di persone che tende a crescere. Immersa in una natura meravigliosa e bagnata dal fiume Catatumbo, la regione potrebbe essere un paradiso naturale, grazia alla fertilità del terreno; invece è travolta da una crisi umanitaria tra le più gravi del continente. L’instabilità politica, generata dall’arresto e dalla deporta­zione dell’ex leader venezuelano Nicolás Maduro da parte degli Usa, ha fatto ampliare la contesa tra le aree del narcotraffico, con la conseguenza della lotta armata e la fuga degli abitanti. La Co­lombia è uno dei cinque Paesi con il maggior numero di sfollati interni.</p>
<p><strong>Paesi accoglienti</strong></p>
<p>Il rapporto <em>Rapporto</em>&nbsp;<em>Global Trends</em> rileva che, contrariamente alla percezione diffusa nelle regioni più ricche, oltre della metà di questi profughi –&nbsp;si parla del 67%&nbsp;– rimane nei Paesi confinanti con i territori di crisi, dove divampano i conflitti e da cui sono in fuga. Tra le crisi umanitarie più gravi, spiccano quelle in&nbsp;Sudan&nbsp;(oltre 15 milioni di sfollati), Siria&nbsp;(14 milioni), Afghanistan&nbsp;(11 milioni) e&nbsp;Ucraina&nbsp;(10 milioni). Su tutte queste persone in fuga, grava l’incubo dei&nbsp;tagli agli aiuti umani­tari,&nbsp;che rischiano di provocare ulteriori movimenti ed esodi forzati, anche verso l’Europa. Altro dato emblematico offerto alla riflessione:&nbsp;il 75% dei rifugiati è ospitato in Paesi a basso o medio reddito, che insieme producono meno del 20% del reddito mondiale. I&nbsp;45 Paesi meno sviluppati,&nbsp;che insieme rappresentano meno dell’1,4% del prodotto interno lordo globale, ospitano&nbsp;oltre il 21%&nbsp;di tutti i rifu­giati a livello mondiale: ad esempio il Ciad, l’Etiopia, la Repubblica democratica del Congo e l’Uganda, dove si registrano presenze massicce di rifugiati.&nbsp;Nel <em>Rapporto Global Trends</em>, leggiamo anche che 6 persone, su 10&nbsp;sfollate, non oltrepassano mai i confini del proprio Stato. Sono i cosid­detti&nbsp;sfollati interni, saliti recentemente a oltre&nbsp;75 milioni. A questi si aggiungono gli oltre 43 milioni di rifugiati internazionali. Ma questi dati sono molto riduttivi, tali da falsificarne il problema, perché sono in tanti che, in continuo movimento, sfuggono a conteggi e catalogazioni.</p>
<p>La comunità internazionale deve fare di più per intervenire sulle cause che costringono le persone alla fuga, con azioni di pace, interventi di sviluppo e di stabilizzazione delle popolazioni nei Paesi di origine, con incrementi delle misure di protezione lungo le rotte di fuga percorse. Le soluzioni per i rifugiati nei Paesi di accoglienza sono complesse, ma ci sono. Sono numerose le buone pratiche per favorire l’inclusione nelle comunità ospitanti, come il “Piano Shirika”: si tratta di un &#8216;iniziativa importante del&nbsp;governo del Kenya,&nbsp;che prevede per i rifugiati nel Paese, per lo più somali e sud- sudanesi, progressive misure di integrazione nelle comunità in cui vivono.</p>
<p>In una delle sue dichiarazioni, Filippo Grandi, che ha svolto le cariche di vice rappresentante speciale delle Nazioni Unite per l&#8217;Afghanistan e commissario generale dell&#8217;Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l&#8217;occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente, ha detto che costoro – e le co­munità che li ospitano – hanno bisogno di solidarietà e di aiuto. Possono contribuire alla società e lo fanno, quando sono inclusi.&nbsp;Allo stesso modo, milioni di persone sono potute tornare a casa: questo rappresenta un importante barlume di speranza. Le soluzioni ci sono – abbiamo visto Paesi come il Kenya fare da apripista all’inclusione dei rifugiati – ma ci vuole un impegno concreto.</p>
<p><strong>Conclusione</strong></p>
<p>Quando le emergenze umanitarie ricevono risposte inadeguate, le conseguenze non si limitano ad aumentare le sofferenze umane, ma generano anche una maggiore instabilità. Tagliare gli aiuti ri­schia di spingere più persone alla disperazione, innescando ulteriori fughe &#8211; anche verso l’Europa e l’Italia &#8211; con il conseguente aggravarsi di ulteriori crisi che diventeranno ancor più difficili da affrontare in futuro.</p>
<p>In un futuro lontano, si potrebbe sognare un calo della popolazione quasi ovunque, nonostante la crescita attuale nei continenti del Sud della Terra. Forse in un futuro più prossimo, a portata di vite umane, non ci sarà né paura né rifiuto, nei confronti della gente straniera, e&nbsp;l’atteggiamento di diffi­denza nei confronti dei migranti potrà, perfino, essere rovesciato, rispetto a quello prevalente in questi anni: improbabile, ma chissà. Tanto più… In un domani non troppo remoto,&nbsp;servirà importare tecniche di lavoro, che alcuni paesi non conoscono, o perché&#8217; ritengono troppo costose. Forse la gente ricca finirà per&nbsp;disputarsi i migranti disponibili, il loro talento o anche il loro lavoro operaio o servile…chissà!</p>
<p style="text-align: right;">a cura della Redazione</p>
<p style="text-align: right;">(cfr. Presenza Cristiana 2026/04)</p>
<p>L'articolo <a href="https://dehonianiandria.it/2026/08/29/popoli-in-fuga/">POPOLI IN FUGA</a> proviene da <a href="https://dehonianiandria.it">Dehoniani Andria</a>.</p>
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