29 Ago POPOLI IN FUGA
Secondo il rapporto annuale dell’Alto commissariato ONU per i rifugiati, oltre due terzi degli sfollati restano nei Paesi limitrofi. Il Sudan, quale peggiore crisi umanitaria, supera la Siria per numero di profughi interni. Nel mondo, la fuga di tante persone da guerre e da violenze, sta vivendo un’escalation inarrestabile. In questi processi, si inseriscono anche i flussi migratori degli ultimi anni verso l’Europa. Essi hanno attirato l’attenzione dell’opinione pubblica e hanno generato un dibattito poco attento alla loro complessità e alle loro cause.
Lo scorso anno, le persone costrette alla fuga hanno raggiunto nuovi livelli storici, secondo quanto riportato nel Radxpporto Global Trends dell’UNHCR, l’Agenzia ONU per i Rifugiati.
Il numero complessivo di persone obbligate a fuggire con la forza, a causa di persecuzioni, conflitti, violazioni dei diritti umani ed eventi pericolosi per l’ordine pubblico, si aggira oltre i 130 milioni. È un dato fortemente in crescita e riflette una situazione alimentata non solo dai nuovi conflitti, ma anche dalla persistenza di crisi irrisolte, dall’impatto crescente del cambiamento climatico e dal fallimento delle azioni di prevenzione e di risoluzione pacifica. Il numero della popolazione globale in fuga sarebbe pari a quello del dodicesimo o tredicesimo Paese al mondo e superiore alla popolazione del Giappone. Sono persone costrette ad abbandonare le proprie case, i propri affetti, il proprio lavoro per sopravvivere: un’emergenza che non risparmia nessun continente, Europa compresa.
I numeri non rendono giustizia
Dietro le cifre e le statistiche, che fotografano un dramma globale, si celano storie personali e familiari di enorme sofferenza. Si tratta di vite spezzate e violate, con tracce dolorose che affondano le proprie radici in un passato lontano, ma c’è, poi, la sofferenza del presente e il dubbio di un futuro percepito come indecifrabile, che, a volte, si traduce nel nulla. Sono situazioni di persone costrette abbandonare tutto, a causa della cecità di chi sceglie la guerra come metodo per affrontare i problemi. Infatti, è proprio la guerra, tornata prepotentemente alla ribalta del nostro mondo, che ridefinisce le migrazioni internazionali in un quadro più netto e sinistro.
Curdi di nazionalità turca e irachena, Afgani e Pakistani, Tamil e Algerini, Nigeriani ed Eritrei, Salvadoregni e Guatemaltechi, Bosniaci e Rom sfuggono alle categorizzazioni asettiche, in cui le scienze delle migrazioni vorrebbero costringerli. Nel Mediterraneo, davanti a Gibilterra, nei mari tropicali o nei deserti del sud-ovest degli Usa, non sono all’opera tanto i fattori demografici di attrazione e di espulsione, quanto le conseguenze della guerra. Intere popolazioni diventano ostaggi, moneta di scambio o vittime di ritorsioni, conseguenza, diretta o indiretta, dei conflitti in cui il mondo occidentale è coinvolto.
Fermarsi alla polemica sui singoli sbarchi, quindi, non è la prospettiva migliore per affrontare il tema dell’immigrazione. Governare il fenomeno richiede nuove politiche, con una ridefinizione delle basi economiche, nel rapporto Europa-Africa-Asia e nelle Americhe tra loro.
La geografia dei popoli in fuga
Oggi abbiamo l’occhio, giustamente, rivolto alla crisi ucraina e palestinese, con oltre 10 milioni di profughi, di cui almeno 8 milioni hanno dovuto lasciare il Paese. Tuttavia, questi costituiscono soltanto una parte del problema. Già, negli anni scorsi, si erano aggravate le situazioni in Etiopia, Mali, Burkina Faso, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Yemen, Afghanistan e Myanmar; ma, per chi si occupa di questi temi, anche in questo caso, si tratta, soprattutto, di varie instabilità in continua evoluzione drammatica. L’emergenza versante Siria, anche dopo la fuga dell’ex presidente Bashar al-Assad, sta riesplodendo. Le minacce turche di nuovi attacchi verso la frontiera settentrionale, per eliminare le aree curde, gli attentati, compiuti dall’esercito israeliano e quelli legati in qualche modo agli jihadisti, sono causa di aumento nei tentativi di fuga, nonostante molte strade sia precluse. Anche i confini del nord Iraq, attaccati dall’esercito di Erdogan, stanno costringendo le popolazioni curde e yazide a spostarsi verso aree più sicure.
Che dire, poi, del conflitto armato nel Catatumbo che non mostra segni di tregua? Purtroppo, si tratta di una situazione di crisi che, verificandosi in un territorio situato al nord della Colombia, resta poco conosciuta agli organi di informazione.
La regione del Catatumbo
Qui, la vita vale sempre meno e la paura fa mettere i pochi beni, posseduti dalla gente, in valige di fortuna e scappare. Gli scontri continuano a causare vittime civili, costringendo gli abitanti di interi villaggi a fuggire. Si stima che più di 100.000 persone siano state sfollate dall’inizio dell’escalation. La causa del conflitto è l’occupazione del territorio da parte di alcuni gruppi armati colombiani illegali, come l’Eln (Esercito di liberazione nazionale), i dissidenti delle Farc (Forze armate rivoluzionarie) e le formazioni armate criminali, che mirano a controllare il narcotraffico, le colture di coca e i corridoi di confine verso il Venezuela.
Questa fetta di frontiera occupa una posizione strategica e, a causa di interessi legati al traffico degli immigrati e ad altre forme di commercio illecito, provoca, uno spostamento forzato di persone che tende a crescere. Immersa in una natura meravigliosa e bagnata dal fiume Catatumbo, la regione potrebbe essere un paradiso naturale, grazia alla fertilità del terreno; invece è travolta da una crisi umanitaria tra le più gravi del continente. L’instabilità politica, generata dall’arresto e dalla deportazione dell’ex leader venezuelano Nicolás Maduro da parte degli Usa, ha fatto ampliare la contesa tra le aree del narcotraffico, con la conseguenza della lotta armata e la fuga degli abitanti. La Colombia è uno dei cinque Paesi con il maggior numero di sfollati interni.
Paesi accoglienti
Il rapporto Rapporto Global Trends rileva che, contrariamente alla percezione diffusa nelle regioni più ricche, oltre della metà di questi profughi – si parla del 67% – rimane nei Paesi confinanti con i territori di crisi, dove divampano i conflitti e da cui sono in fuga. Tra le crisi umanitarie più gravi, spiccano quelle in Sudan (oltre 15 milioni di sfollati), Siria (14 milioni), Afghanistan (11 milioni) e Ucraina (10 milioni). Su tutte queste persone in fuga, grava l’incubo dei tagli agli aiuti umanitari, che rischiano di provocare ulteriori movimenti ed esodi forzati, anche verso l’Europa. Altro dato emblematico offerto alla riflessione: il 75% dei rifugiati è ospitato in Paesi a basso o medio reddito, che insieme producono meno del 20% del reddito mondiale. I 45 Paesi meno sviluppati, che insieme rappresentano meno dell’1,4% del prodotto interno lordo globale, ospitano oltre il 21% di tutti i rifugiati a livello mondiale: ad esempio il Ciad, l’Etiopia, la Repubblica democratica del Congo e l’Uganda, dove si registrano presenze massicce di rifugiati. Nel Rapporto Global Trends, leggiamo anche che 6 persone, su 10 sfollate, non oltrepassano mai i confini del proprio Stato. Sono i cosiddetti sfollati interni, saliti recentemente a oltre 75 milioni. A questi si aggiungono gli oltre 43 milioni di rifugiati internazionali. Ma questi dati sono molto riduttivi, tali da falsificarne il problema, perché sono in tanti che, in continuo movimento, sfuggono a conteggi e catalogazioni.
La comunità internazionale deve fare di più per intervenire sulle cause che costringono le persone alla fuga, con azioni di pace, interventi di sviluppo e di stabilizzazione delle popolazioni nei Paesi di origine, con incrementi delle misure di protezione lungo le rotte di fuga percorse. Le soluzioni per i rifugiati nei Paesi di accoglienza sono complesse, ma ci sono. Sono numerose le buone pratiche per favorire l’inclusione nelle comunità ospitanti, come il “Piano Shirika”: si tratta di un ‘iniziativa importante del governo del Kenya, che prevede per i rifugiati nel Paese, per lo più somali e sud- sudanesi, progressive misure di integrazione nelle comunità in cui vivono.
In una delle sue dichiarazioni, Filippo Grandi, che ha svolto le cariche di vice rappresentante speciale delle Nazioni Unite per l’Afghanistan e commissario generale dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente, ha detto che costoro – e le comunità che li ospitano – hanno bisogno di solidarietà e di aiuto. Possono contribuire alla società e lo fanno, quando sono inclusi. Allo stesso modo, milioni di persone sono potute tornare a casa: questo rappresenta un importante barlume di speranza. Le soluzioni ci sono – abbiamo visto Paesi come il Kenya fare da apripista all’inclusione dei rifugiati – ma ci vuole un impegno concreto.
Conclusione
Quando le emergenze umanitarie ricevono risposte inadeguate, le conseguenze non si limitano ad aumentare le sofferenze umane, ma generano anche una maggiore instabilità. Tagliare gli aiuti rischia di spingere più persone alla disperazione, innescando ulteriori fughe – anche verso l’Europa e l’Italia – con il conseguente aggravarsi di ulteriori crisi che diventeranno ancor più difficili da affrontare in futuro.
In un futuro lontano, si potrebbe sognare un calo della popolazione quasi ovunque, nonostante la crescita attuale nei continenti del Sud della Terra. Forse in un futuro più prossimo, a portata di vite umane, non ci sarà né paura né rifiuto, nei confronti della gente straniera, e l’atteggiamento di diffidenza nei confronti dei migranti potrà, perfino, essere rovesciato, rispetto a quello prevalente in questi anni: improbabile, ma chissà. Tanto più… In un domani non troppo remoto, servirà importare tecniche di lavoro, che alcuni paesi non conoscono, o perché’ ritengono troppo costose. Forse la gente ricca finirà per disputarsi i migranti disponibili, il loro talento o anche il loro lavoro operaio o servile…chissà!
a cura della Redazione
(cfr. Presenza Cristiana 2026/04)
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