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	<title>Dehoniani Andria</title>
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	<description>Collegio Missionario Sacerdoti del Sacro Cuore</description>
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		<title>Proposta di omelia per la 19a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO &#8211; anno A &#8211; (09 agosto 2026)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[eliaercolino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Aug 2026 05:59:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Appuntamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Liturgia Domenicale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>LA PRESENZA DIVINA (1Re 19,9a.11-13a; Rm 9,1-5; Mt 14,22-33) L&#8217;annunzio centrale dell&#8217;Antico e del Nuovo Testamento è la presenza di Dio nella vita degli uomini e nelle vicende dei popo­li. Essa è mite e benefica come una brezza mattutina, ricorda Elia. Israele ne ha fatto...</p>
<p>L'articolo <a href="https://dehonianiandria.it/2026/08/02/proposta-di-omelia-per-la-19a-domenica-del-tempo-ordinario-anno-a-09-agosto-2026/">Proposta di omelia per la 19a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO &#8211; anno A &#8211; (09 agosto 2026)</a> proviene da <a href="https://dehonianiandria.it">Dehoniani Andria</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h1 style="text-align: center;">LA PRESENZA DIVINA</h1>
<h5 style="text-align: center;">(1Re 19,9a.11-13a; Rm 9,1-5; Mt 14,22-33)</h5>
<p><em>L&#8217;annunzio centrale dell&#8217;Antico e del Nuovo Testamento è la presenza di Dio nella vita degli uomini e nelle vicende dei popo­li. Essa è mite e benefica come una brezza mattutina, ricorda Elia. Israele ne ha fatto una singolare esperienza, ma il salmista supplica Dio che si faccia sentire ancora in mezzo al suo popolo. Il Nuovo Testamento ribadisce il messaggio e aggiunge che accanto a Jahvé lo stesso Gesù avanza con la comunità ecclesiale. La storia è più complessa di quanto appaia e sia dato control­lare. Essa ha protagonisti visibili e invisibili, ognuno ha un compito da svolgere; non bisogna dimenticarne nessuno per non perdere la visione della realtà totale.</em></p>
<h3 class="Corpodeltesto0" style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify; text-indent: 0cm; tab-stops: 14.2pt;"><b></b><strong>Prima lettura: «Non era il Signore» (1Re 19,11)</strong></h3>
<p>L&#8217;Horeb è il Sinai, il luogo dell&#8217;esperienza divina per eccellenza. Qui Mosè incontra Dio (Es 3,1-12), riceve la legge (Es 19-20), qui Jahvé stringe l&#8217;alleanza con il suo popolo (Es 24). Elia vi giunge come in pellegrinaggio, accom­pagnato ed assistito dall&#8217;angelo del Signore (1 Re 19,1-8).</p>
<p>L&#8217;incontro con Dio si ripete anche per lui, ma in un&#8217;altra cornice. Riappaiono ancora i vecchi simboli: l&#8217;uragano, il terremoto, il fuoco che avevano inquadrato la teofania mosaica (cfr. Es 19,16-19), ma non preannunziano più la presenza di Jahvé. Es­sa ora è segnalata da una soave brezza mattutina.</p>
<p>Invece di terrificare, conforta e rasserena. Anche Elia aveva creduto di dover impersonare la giustizia di Dio; in suo nome aveva fatto sgozzare quattrocento sacerdoti di Baal (1Re 18,38; cfr. 2Re 1-17), deve imparare a conoscere la vera natura del Dio che si sforza di servire. Egli è giustizia e amore, ma un attributo non cancella l&#8217;altro.</p>
<h3><strong>Seconda lettura «Da essi proviene Cristo» (Rm 9,5)</strong></h3>
<p>La salvezza è un evento in divenire, sicuro, garantito, si è sforzato di dimostrare Paolo (Rm 8), ma la storia, in pratica la de­fezione d&#8217;Israele, sembrava smentire questa affermazione. L&#8217;apostolo proverà a rispondere a quest&#8217;obiezione nei capitoli 9-11, intanto non può non riconoscere con afflizione e dolore l&#8217;obiettività del richiamo. Egli non tratta con indifferenza il ca­so dei suoi connazionali, dei suoi consanguinei secondo la carne; preferirebbe, se fosse possibile, essere lui separato (ana­tema) da Cristo che vedere loro lontani dalla verità.</p>
<p>Le prerogative dei Giudei sono varie e tutte sottolineano la predilezione divina nei loro confronti, predilezione che sembra es­ser venuta meno nonostante fosse stata annunziata come indipendente dalla risposta dell&#8217;uomo. Il vanto d&#8217;Israele è di essere popolo primogenito di Dio, custode della sua «dimora», suo alleato, mediatore della legge e delle promesse e sopra ogni al­tra cosa annovera tra i suoi discendenti Cristo stesso. L&#8217;appellativo (Dio) che Paolo attribuisce a Gesù è controverso. Sa­rebbe l&#8217;unico caso in tutto il suo epistolario, come sarebbe l&#8217;unico di una dossologia cristologica.</p>
<p>Il tema è quello della fedeltà di Dio che sembra avere avuto una solenne smentita nella storia d&#8217;Israele. Il soggetto nascosto del discorso paolino (cfr. 9,6; 11,36) è sempre Dio; per questo non sarebbe illogico supporre che davanti a un eventuale at­tacco alla sua sapienza e alla sua bontà, prima che la bestemmia affiori, Paolo esce in un’eulogia nei suoi confronti: «Colui che è sopra ogni cosa, Dio, sia benedetto nei secoli. Amen».</p>
<h3><strong>Vangelo «Coraggio, sono io» (Mt 14,27)</strong></h3>
<p>Il quadro di Mt 14,22-33 segue il racconto della moltiplicazione dei pani e riflette la situazione che si era creata dopo lo straordinario avvenimento (cfr. Gv 6,14-15). Gesù deve rompere l&#8217;incanto disperdendo la folla e prima di tutto facendo al­lontanare i discepoli che già accarezzavano sogni di grandezza dopo l&#8217;inaudito successo.</p>
<p>La fuga nel deserto è per un momento di riflessione e di confronto con il Padre. La preghiera è anche per Gesù un ricorso a Dio. Il cammino comincia ad apparire intricato, i nemici sono venuti allo scoperto (cfr. 12,14), solo il Padre può, se non li­berarlo dalla prova, garantirgli la sua assistenza e protezione. Quando l&#8217;evangelista scrive, Gesù è nella gloria del cielo, il ricordo del suo ritiro e del suo ricorso alla preghiera è un tacito invito ai suoi seguaci a fare altrettanto. Esso segnala in anti­cipo la ragione del loro prossimo smarrimento: non avevano pregato.</p>
<p>La «barca» è ormai il simbolo della chiesa (cfr. 8,24). In essa sono raccolti i discepoli di Gesù, sotto la guida di Pietro (cfr. 28). La «traversata» si rivela subito difficile, pericolosa, ma contrariamente a quanto nota Marco non è in vista nes­sun naufragio. La «notte» è anch&#8217;essa una annotazione simbolica. La comunità è sotto le raffiche (i venti avversi) delle persecuzioni e degli sballottamenti interni: la fede si è affievolita, gli animi sono divisi. Gesù è «molti stadi» lontano; ormai è uscito dalla storia, anche se non cessa di essere in mezzo a loro (cfr. Mt 28,20), solo che essi non lo sentono vi­cino, non pensano, non ricorrono a lui. E quando esce allo scoperto, vuole venire in loro soccorso, credono di essere assa­liti da un fantasma.</p>
<p>L&#8217;immagine di Gesù (risorto) che cammina (luminoso) nel cuore della notte è il momento culminante del quadro. Egli avanza nel mare della storia a fianco della piccola imbarcazione dov&#8217;è raccolta la sua comunità. Occorre però una profonda fede per accorgersi del suo passaggio o della sua presenza, per vederlo, invocarlo. Il dramma di Pietro è il dramma dell&#8217;intera Chiesa. Anche quando Gesù ha fatto sentire la sua voce egli stenta a credere, vuole subito una «prova». Il segno è un&#8217;esi­genza irrinunciabile della fede, ma il miracolo della risurrezione non ha garanzie più valide della parola stessa di Gesù: «Sono io». La prova è lui, solo che all&#8217;apostolo non sembra convincente.</p>
<p>Il semi-naufragio di Pietro è di maggior conforto al credente di un miracolo. Ma Gesù, nonostante la diffidenza e la scarsa disponibilità del suo interlocutore, rimane l&#8217;amico, il salvatore di tutti e tende ora la mano a Pietro, come prima l&#8217;aveva tesa al lebbroso (8,3). Una nuova scena che il pastore d&#8217;anime, Matteo, tenta di far imprimere nella mente dei suoi lettori. Gesù è pronto a ripetere un tal gesto verso chiunque ricorre a lui.</p>
<p>Gesù entra finalmente nella «barca-chiesa» tenendo per mano Pietro e con lui torna la calma, la tranquillità nel mare e più ancora negli animi. È la comunità che ha superato la crisi e riprende la traversata verso nuovi lidi (v. 34).</p>
<h3><strong>Conclusione</strong></h3>
<p>Il discorso è profetico più che narrativo. La fede non risparmia le prove, le difficoltà e le crisi, persino gravi, ma bisogna essere si­curi che «alla fine» (ma anche qui non è questione di successione cronologica) Gesù verrà, si farà vedere, farà cessare le contrarie­tà, i dissidi e le inimicizie.</p>
<p>Le «prove» che egli potrà offrire della sua presenza e assistenza sono soprattutto la sua parola; egli avanza con gli uomini al di sopra delle «acque» in cui essi navigano, ma lo possono vedere solo quelli che credono. Senza quest&#8217;anco­ra di salvezza il rischio di affondare è sempre vicino.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L’interiorità del docente: il cuore della speranza educativa</title>
		<link>https://dehonianiandria.it/2026/07/31/linteriorita-del-docente-il-cuore-della-speranza-educativa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[eliaercolino]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jul 2026 10:50:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel contributo precedente, dedicato alla scuola che spera e all’I care come grammatica essenziale della responsabilità educativa, abbiamo riconosciuto che l’educatore vive sulla soglia tra il presente e ciò che ancora può venire alla luce. La scuola, quando rimane fedele alla sua vocazione, non è...</p>
<p>L'articolo <a href="https://dehonianiandria.it/2026/07/31/linteriorita-del-docente-il-cuore-della-speranza-educativa/">L’interiorità del docente: il cuore della speranza educativa</a> proviene da <a href="https://dehonianiandria.it">Dehoniani Andria</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nel contributo precedente, dedicato alla scuola che spera e all’<em>I care</em> come grammatica essenziale della responsabilità educativa, abbiamo riconosciuto che l’educatore vive sulla soglia tra il presente e ciò che ancora può venire alla luce. La scuola, quando rimane fedele alla sua vocazione, non è solo un contenitore di attività, ma una frontiera in cui il possibile prende forma attraverso lo sguardo degli adulti che accompagnano il cammino dei ragazzi. L’educatore, in questa prospettiva, si fa ponte: tiene insieme la concretezza della fatica quotidiana e l’orizzonte più ampio della crescita.</p>
<p>Da quella riflessione scaturisce ora una domanda più radicale: dove attinge un docente l’energia per tenere accesa questa speranza? La risposta, per quanto controintuitiva, non risiede nelle metodologie né nelle riforme, ma in un territorio molto più discreto e potente: la sua interiorità, il luogo in cui ciascuno impara a fare pace con sé stesso e a dare forma al proprio modo di stare nel mondo.</p>
<p><strong>Interiorità e vocazione: il radicamento dell’amore, della fiducia e della speranza</strong></p>
<p>L’interiorità non è un rifugio privato né una nicchia emotiva riservata ai caratteri più introspettivi. È, piuttosto, il terreno sorgivo in cui si radica la vocazione a educare. È in questo spazio che maturano quelle fibre sottili che rendono un docente diverso da un semplice trasmettitore di contenuti: la capacità di vedere oltre l’apparenza, di intuire i moti interiori di un ragazzo, di scegliere con delicatezza la parola giusta quando tutto sembra sul punto di incrinarsi.</p>
<p>In tale orizzonte, tre parole antiche &#8211; amore, fiducia, speranza &#8211; diventano i cardini di un insegnare che non si limita alle procedure. L’amore è la disposizione a guardare ogni studente come irripetibile, nel suo slancio e nella sua fragilità. È una cura che trova forma nella presenza costante, nella capacità di custodire un clima, nel modo in cui si pronuncia un nome o si dà tempo a una risposta incerta. La fiducia è l’atto interiore che permette di sostenere un ragazzo proprio quando lui stesso non crede più di potercela fare; è l’energia che si sprigiona da uno sguardo che non giudica ma chiama.</p>
<p>La speranza è il respiro che impedisce di fissare l’identità di uno studente sul suo errore: consente di intravedere la possibilità anche dove sembra esserci solo stanchezza, di tenere aperta una porta quando tutto suggerirebbe di lasciarla chiudere. Non è ottimismo ingenuo, ma una scelta consapevole di credere che nessuna storia sia scritta “una volta per tutte”.</p>
<p>Questa triade – amore, fiducia, speranza – non nasce da sola. Ha bisogno di radici profonde, di una interiorità abitata, di un docente che sappia sostare, anche solo per qualche istante, davanti a ciò che accade dentro di sé. Senza questa disponibilità, l’educazione rischia di diventare meccanica; con essa, diventa una forma alta di vicinanza umana, una comunicazione silenziosa che incoraggia ogni ragazzo a diventare più vero e più libero.</p>
<p><strong>La cura di sé come responsabilità educativa</strong></p>
<p>La cura dell’interiorità non è un esercizio autoreferenziale. È un gesto di responsabilità verso la comunità scolastica. Ogni insegnante porta in aula molto più del proprio sapere: porta il modo in cui abita la vita. Le tensioni non elaborate diventano fretta, la stanchezza non riconosciuta diventa durezza, la frustrazione non attraversata diventa distanza.</p>
<p>L’autoregolazione – questa capacità di prendere contatto con ciò che si prova, di modulare la propria voce, di non cedere all’impulso, di respirare prima di parlare – non è una tecnica, ma una postura della mente. Permette di stare nella relazione con fermezza e con gentilezza insieme. La scuola ha bisogno di questa qualità silenziosa: un adulto che sa ascoltarsi diventa un adulto che sa ascoltare; un adulto che sa trattarsi con rispetto diventa capace di offrire rispetto. E quando questo accade, la classe cambia: non solo perché gli studenti si sentono più riconosciuti, ma perché imparano, quasi per osmosi, a trattare sé stessi e gli altri con maggiore misura.</p>
<p><strong>La crescita condivisa: sogni, fragilità e autenticità che generano futuro</strong></p>
<p>La scuola è un cantiere permanente di trasformazione, e in questo cantiere si cresce sempre in due direzioni: insegnanti e studenti. Il docente che accetta la propria imperfezione, che non ha paura di mostrare una crepa, diventa credibile proprio perché umano. Gli studenti non cercano eroi invulnerabili: hanno bisogno di adulti che conoscano la fatica, che sappiano ricominciare, che portino con sé un sogno che li muove.</p>
<p>Quando un docente coltiva un sogno per sé stesso – una crescita personale, una visione del proprio futuro – diventa naturalmente capace di custodire anche il sogno degli altri. La sua presenza rassicura perché non è rigida; è una presenza che accoglie e accompagna. È in questo scambio di autenticità che la relazione educativa diventa generativa: nell’atto di riconoscere le fragilità reciproche nasce una fiducia che non si può imporre, ma solo offrire.</p>
<p><strong>Tenere aperta la porta del possibile</strong></p>
<p>L’esito di questo percorso è una figura di docente che non si limita a essere competente, ma coltiva la propria umanità come primo strumento educativo. Insegnare non significa occupare un ruolo, ma incarnare una presenza capace di aprire possibilità. Ed è qui che l’interiorità mostra la sua forza più grande: diventa il motore silenzioso che permette di restare generativi anche quando le energie sembrano venire meno.</p>
<p>Una scuola che spera ha bisogno di insegnanti che sappiano sottrarsi al rischio del disincanto, che non scambino la complessità per impotenza, che non cedano alla tentazione di credere che nulla cambierà. Occorrono adulti capaci di sguardo lungo, che sappiano sostenere il processo anche quando il risultato tarda ad apparire, che riconoscano un germoglio dove altri vedono solo terra incolta.<br />
Questa capacità non nasce da un atto volontaristico, ma dal lavoro costante su sé stessi: più l’insegnante si conosce, più è libero; più è libero, più è capace di incontrare davvero; più incontra davvero, più diventa generativo. In questo senso il docente, ogni giorno, decide se essere barriera o soglia, limite o apertura, ostacolo o possibilità. Anche un solo istante in cui uno studente si sente riconosciuto vale più di molte lezioni ben riuscite, perché tocca il luogo in cui la persona fiorisce.<br />
È in questi istanti che la scuola ritrova la sua identità più alta: essere il luogo in cui la vita, pur tra le inevitabili difficoltà, trova ancora spazio per diventare se stessa.</p>
<p><strong>Un cammino continuo</strong></p>
<p>La cura dell’interiorità non si conclude mai. È un lavoro discreto ma fecondo, una fedeltà quotidiana che non cerca applausi ma produce frutti duraturi. Ogni giorno pone l’insegnante di fronte alla scelta di restare umano, di non indurirsi, di continuare a credere che l’educazione sia possibile.<br />
Forse il cuore più vero dell’essere docenti sta proprio in questo: nel custodire la porta del possibile, nel non rinunciare a vedere una promessa anche dove altri scorgono solo un limite. Il cammino continua perché continua la vita, e perché l’educazione – come la speranza – è una forma di resistenza gentile che apre sentieri anche quando il terreno sembra chiuso.</p>
<p style="text-align: right;">di Paolo Farina</p>
<p style="text-align: right;">(cfr. Presenza Cristiana 3/2026)</p>
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		<title>Povertà e salute mentale: il circolo che intrappola l’Italia fragile</title>
		<link>https://dehonianiandria.it/2026/07/31/poverta-e-salute-mentale-il-circolo-che-intrappola-litalia-fragile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[eliaercolino]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jul 2026 10:35:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è un dato che più di altri racconta la direzione in cui sta andando il Paese: in dieci anni i disturbi depressivi tra le persone seguite dalla Caritas Italiana sono aumentati del 154%. Non è solo una crescita statistica, ma il segnale di una trasformazione...</p>
<p>L'articolo <a href="https://dehonianiandria.it/2026/07/31/poverta-e-salute-mentale-il-circolo-che-intrappola-litalia-fragile/">Povertà e salute mentale: il circolo che intrappola l’Italia fragile</a> proviene da <a href="https://dehonianiandria.it">Dehoniani Andria</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>C’è un dato che più di altri racconta la direzione in cui sta andando il Paese: in dieci anni i disturbi depressivi tra le persone seguite dalla Caritas Italiana sono aumentati del 154%. Non è solo una crescita statistica, ma il segnale di una trasformazione profonda, in cui la sofferenza psichica e la povertà finiscono per alimentarsi a vicenda.</p>
<p>Nell’80% dei casi, infatti, il disagio mentale si accompagna a fragilità materiali, relazionali e sociali, con un intreccio che difficilmente può essere sciolto intervenendo su un solo piano.</p>
<p>Il rapporto <em>“Povertà e salute mentale: Relazione circolare e diritti negati”</em>, realizzato dalla Caritas insieme alla Conferenza Permanente per la Salute Mentale nel Mondo “Franco Basaglia”, restituisce un’immagine nitida: non siamo di fronte a un’emergenza temporanea, ma a una crisi strutturale che colpisce in modo particolare giovani, donne e persone con esperienza migratoria. Non basta più leggere la salute mentale come una questione clinica: è evidente che si tratta anche &#8211; e soprattutto &#8211; di una questione sociale. Lo sottolinea con chiarezza il cardinale Matteo Maria Zuppi: la sofferenza mentale non può essere compresa né curata se isolata dalle condizioni in cui nasce. L’individuo, ricorda, è sempre dentro una comunità, e solo nella relazione può ritrovare sé stesso. È un richiamo che va oltre la dimensione etica e investe direttamente le politiche pubbliche.</p>
<p><strong>Dalla rivoluzione di Basaglia all’involuzione dei servizi</strong></p>
<p>L’Italia ha rappresentato per decenni un modello internazionale grazie al percorso di deistituzionalizzazione avviato negli anni sessanta e sancito dalla legge 180 del 1978. La chiusura dei manicomi e la costruzione di una rete territoriale hanno segnato un passaggio storico: dalla custodia alla cura, dalla malattia alla persona.</p>
<p>Oggi, però, quel modello mostra crepe evidenti. Il rapporto parla apertamente di involuzione: servizi territoriali indeboliti, crescente ricorso a pratiche coercitive, ritorno a una visione più medicalizzata. I Centri di Salute Mentale funzionano sempre più come ambulatori, con orari ridotti e scarsa presenza sul territorio, mentre gli SPDC &#8211; i reparti ospedalieri &#8211; diventano luoghi sovraccarichi e spesso dediti alla “sorveglianza” del malato.</p>
<p>A tutto questo si aggiunge il nodo delle risorse. La spesa per la salute mentale resta ferma a circa il 2,9% del totale sanitario, e gli stanziamenti previsti risultano lontani dal fabbisogno stimato. Il risultato è una progressiva privatizzazione di fatto dell’assistenza e un aumento delle disuguaglianze territoriali.</p>
<p><strong>Il disagio diffuso: giovani e donne i più colpiti</strong></p>
<p>I numeri confermano che il fenomeno è ampio e in crescita. Ansia e depressione sono le condizioni più diffuse, con una netta prevalenza tra le donne. Ma è tra i giovani che si registra il peggioramento più marcato. L’indice di salute mentale mostra un calo significativo nella fascia 14-19 anni, soprattutto tra le ragazze. Le ricerche internazionali parlano di livelli elevati di stress, sintomi depressivi e disagio emotivo, mentre aumentano le richieste di aiuto, gli episodi di autolesionismo e i suicidi.</p>
<p>La pandemia ha fatto da detonatore, ma non è la causa originaria: ha reso visibile le fragilità già presenti, amplificando un malessere legato a precarietà, incertezza e mancanza di prospettive.</p>
<p><strong>Il legame bidirezionale tra povertà e sofferenza psichica</strong></p>
<p>Uno dei contributi più rilevanti del rapporto è la focalizzazione della relazione circolare tra povertà e salute mentale. Da un lato, le condizioni di svantaggio &#8211; lavoro precario, casa instabile, isolamento &#8211; aumentano il rischio di sviluppare disturbi psicologici. Dall’altro, il disagio mentale compromette la capacità di lavorare, mantenere relazioni, sostenere una vita autonoma, producendo nuova povertà.</p>
<p>È un meccanismo che gli studi internazionali confermano da decenni e che oggi trova nuove evidenze anche nel contesto italiano. La salute, in questo senso, segue un vero e proprio andamento sociale: a un basso livello di reddito, istruzione o posizione lavorativa corrisponde un peggioramento delle condizioni di benessere.</p>
<p>A incidere non sono solo i fattori economici, ma la qualità delle relazioni, le condizioni abitative, l’accesso all’istruzione e lo status migratorio. Le esperienze precoci &#8211; traumi, povertà infantile, instabilità familiare &#8211; hanno effetti che si protraggono nel tempo, spesso attraversando le generazioni.</p>
<p><strong>Le storie invisibili: la “povertà cumulata”</strong></p>
<p>Lo sguardo della Caritas consente di entrare nelle biografie concrete. Nel 2024 sono state oltre 277mila le persone incontrate, e tra queste più di 7.700 presentavano forme di sofferenza mentale. Un dato probabilmente sottostimato, a causa della difficoltà di intercettare il disagio. Ciò che emerge con forza è la “povertà cumulata”: quasi l’80% delle persone con problemi psicologici vive almeno tre ambiti di bisogno. Lavoro, casa, salute e relazioni familiari si intrecciano con delle fragilità che tendono a cronicizzarsi: circa il 40% è seguito da oltre cinque anni. Le storie raccontano di vite segnate da lutti, separazioni, migrazioni traumatiche, fallimenti scolastici e lavorativi. I profili sono diversi ma ricorrenti: persone senza dimora, padri separati impoveriti, donne vittime di violenza, giovani con ansia e forte depressione.</p>
<p>Particolarmente complessa è la condizione delle persone migranti, spesso sospese tra due mondi e attraversate da quello che gli operatori definiscono “stress transculturale”: una frattura identitaria che può tradursi in sofferenza psichica e in percorsi di cura difficili, anche per la mancanza di mediazione culturale adeguata.</p>
<p><strong>Servizi fragili, diritti diseguali</strong></p>
<p>Accanto alla fragilità delle persone emerge quella dei servizi. Tempi di attesa lunghi, carenza di personale e costi elevati per la psicoterapia privata. In questo scenario, l’accesso alla cura diventa diseguale: chi ha risorse può permettersi percorsi continuativi, chi non le ha rischia di restare escluso.<br />
La rete Caritas svolge così una funzione di ponte, intercettando situazioni invisibili e accompagnando le persone tra burocrazia e servizi. Ma questo ruolo supplente evidenzia una criticità strutturale del sistema pubblico, incapace di garantire risposte uniformi e tempestive.</p>
<p>Le richieste degli operatori sono chiare: rafforzare i servizi territoriali, aumentare il personale, integrare sanitario e sociale, sviluppare strumenti come il “budget di salute” e i progetti personalizzati. Le famiglie, dal canto loro, chiedono continuità e sostegno lungo tutto l’arco della vita, senza essere lasciate sole.</p>
<p><strong>Il racconto del disagio nell’era dei social</strong></p>
<p>Un capitolo del rapporto è dedicato a Instagram, oggi uno dei principali spazi di narrazione della salute mentale. Qui la sofferenza diventa linguaggio condiviso, identità collettiva, racconto pubblico. Questo processo ha un effetto ambivalente. Da un lato, contribuisce a rompere il silenzio e a ridurre lo stigma. Dall’altro, produce una gerarchia della sofferenza: i disturbi più “raccontabili” &#8211; come ansia e depressione &#8211; trovano spazio, mentre quelli più complessi restano ai margini.</p>
<p><strong>Ripensare le politiche: dalla frammentazione all’integrazione</strong></p>
<p>Sul piano istituzionale, l’Italia dispone di un quadro normativo che riconosce l’importanza dell’integrazione tra sociale e sanitario. Tuttavia, la sua applicazione resta frammentata e disomogenea: mancano risorse e sistemi di monitoraggio efficaci. Le indicazioni del rapporto puntano in una direzione precisa: rafforzare la governance, investire stabilmente nella salute mentale, promuovere la partecipazione delle comunità e costruire percorsi integrati lungo tutto l’arco della vita.</p>
<p><strong>Una questione di giustizia sociale</strong></p>
<p>La salute mentale, quindi, non è solo una questione sanitaria, ma un indicatore della qualità della democrazia e della giustizia sociale. Dove crescono le disuguaglianze, cresce anche la sofferenza psichica. Riconoscerla significa assumersi una responsabilità collettiva: non si tratta solo di curare, ma di creare le condizioni perché le persone possano vivere vite dignitose, costruire relazioni, immaginare il futuro.<br />
«Da questo rapporto emerge con estrema chiarezza che la vulnerabilità economica è fortemente connessa alla vulnerabilità sociale, cioè al potenziale impatto degli eventi su persone povere o su interi nuclei familiari, donne in gravidanza o in allattamento, persone con disabilità, bambini, anziani», commenta la&nbsp;dott.ssa Flora Brudaglio Psichiatra, Dirigente Medico&nbsp; ad alta specializzazione CSM Andria &#8211; DSM ASL BT e referente Dipartimentale Centro trattamento esordio psicotico ed alto rischio &#8211; DSM ASL BT.</p>
<p>«Affrontare le situazioni sociali dei disturbi mentali comuni e dei disturbi mentali sottosoglia dovrebbe diventare un’azione prioritaria dei servizi di cura. Strategie di tipo onnicomprensivo, a livello di popolazione, potrebbero migliorare la salute mentale della gente e ridurre le disuguaglianze, concentrandosi sul miglioramento delle condizioni in cui le persone nascono, vivono, lavorano e invecchiano.</p>
<p>Una revisione sistematica della letteratura sui disturbi mentali comuni e la povertà nei Paesi a basso e medio reddito ha mostrato che oltre il 70% dei 115 studi passati in rassegna riporta una forte correlazione tra vari indicatori di povertà e i disturbi mentali comuni; quindi, nel moderno approccio alle politiche sanitarie, anche per la salute mentale le risposte devono essere stratificate e multisettoriali».</p>
<p><strong>“Abitare il mondo: percorsi di salute mentale di comunità”</strong></p>
<p>È il progetto che la dott.ssa Brudaglio, insieme a tutta la sua équipe, ha promosso nella UOSVD CSM Andria &#8211; Prevenzione Psichiatrica DSM ASL BAT che prevede rapporti di prossimità, reattività e coinvolgimento delle parti interessate, con una visione d’insieme centrata sulla persona e basata sui diritti, attraverso un approccio multisettoriale e globale che includa salute, istruzione, ricerca, welfare, politiche per la casa e del mercato del lavoro. «La salute mentale di comunità – conclude la psichiatra &#8211; deve promuovere l’intervento precoce, il raccordo tra ambito educativo, scolastico e sociale nel territorio. Al centro di tutto c’è la consapevolezza che il cambiamento all&#8217;interno di una comunità possa essere raggiunto attraverso il coinvolgimento dei suoi membri che si impegnano per una convivenza sempre più inclusiva e vitale dove tutti trovano casa».</p>
<p style="text-align: right;">di Marilena Pastore</p>
<p style="text-align: right;">(cfr. Presenza Cristiana 3/2026)</p>
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		<title>Chi paga il prezzo devastante della guerra in Medio  Oriente?</title>
		<link>https://dehonianiandria.it/2026/07/31/chi-paga-il-prezzo-devastante-della-guerra-in-medio-oriente/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[eliaercolino]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jul 2026 10:29:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Iran, sotto l’attacco di Usa e Israele, ha risposto al fuoco. Il conflitto si è esteso al Libano, ai Paesi Arabi, all’Iraq… Il regime criminale di Teheran sembra resistere, destabilizzando l’intera regione. I Paesi europei si sono sfilati dall’azione di Washington e Tel Aviv, ma...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’Iran, sotto l’attacco di Usa e Israele, ha risposto al fuoco. Il conflitto si è esteso al Libano, ai Paesi Arabi, all’Iraq… Il regime criminale di Teheran sembra resistere, destabilizzando l’intera regione. I Paesi europei si sono sfilati dall’azione di Washington e Tel Aviv, ma si muovono a ranghi sparsi.</p>
<p>È una guerra cominciata, a prima vista, senza un piano ben combinato. Forse si sperava in una vittoria nel giro di pochi giorni… Ma, probabilmente, c’è stata una sottovalutazione della reazione iraniana. I vertici del regime sono stati colpiti, eppure la guerra è proseguita, portando con sé nume­rosi problemi collaterali.</p>
<p>Dal punto di vista politico e del diritto internazionale, si può affermare che questa non è la guerra dell’Europa: è stata avviata da due Stati, senza alcuna autorizzazione Onu e senza una minaccia imminente.</p>
<p>In seguito al raid Usa-Israele in Iran del 28 febbraio e alla morte della guida iraniana Ali Khamenei, Hezbollah, alleato di Teheran, ha reagito con lanci di razzi dal Libano meridionale verso Israele, che ha risposto con bombardamenti e ordini di evacuazione per decine di villaggi. Ma questo, come l’attacco all’Iran, forse, era già nei piani di Israele, nell’intento di ridisegnare la mappa geografica del Medio Oriente.</p>
<p><strong>Un copione già usato a Gaza</strong></p>
<p>Quello a cui stiamo assistendo, in Libano, è l’inequivocabile estensione di un copione già usato da Israele nella Striscia di Gaza: villaggi svuotati dai bombardamenti, punizioni collettive, sfollamenti for­zati, terrore contro la popolazione civile e una tensione sociale in aumento tra le comunità palestinesi, già traumatizzate.</p>
<p>Dall’inizio dell’escalation del conflitto in Medio Oriente, i bambini di tutta la regione stanno pagando un prezzo devastante. Mentre continuano gli attacchi in Libano, migliaia di famiglie sono costrette ad abbandonare, in preda alla paura, le loro case, cercano rifugio in centri sovraffollati. Secondo l’Unicef, in Libano più di un milione di persone è costretta a lasciare le abitazioni. Tra esse ci sono 350.000 bambini – quasi un terzo degli sfollati – mentre in tutto il Medio Oriente, circa 44,8 milioni di bambini vivevano già in contesti colpiti da conflitti prima di tale escalation: ci troviamo di fronte non una crisi di sfollati, ma una crisi dell’infanzia. Per molte famiglie, questa non è la prima volta in cui sono costrette a fuggire: è solo l’ennesimo episodio di un ciclo di sconvolgimenti che non accenna a interrompersi.</p>
<p>Il conflitto tra Israele e Hezbollah ha provocato, in Libano, un massiccio esodo dal sud del Paese, in particolare dalle aree di confine con Israele, verso Beirut e le regioni settentrionali, considerate più sicure. Bombardamenti e ordini di evacuazione stanno costringendo gli abitanti ad abbandonare decine di villaggi. Le persone lasciano il sud, la periferia sud di Beirut e la valle della Bekaa per spostarsi, soprattutto, verso il nord. Molti trovano riparo in scuole pubbliche, riconvertite in centri di accoglienza, con la conseguente sospensione delle attività didattiche. Parrocchie, conventi e istitu­zioni religiose accolgono numerosi sfollati, offrendo ospitalità e assistenza. Il sistema di accoglienza è ormai sotto pressione.</p>
<p>Anche in caso di cessate il fuoco, il ritorno degli sfollati appare incerto. Molte abitazioni sono state distrutte e il rischio è quello di una crisi sociale prolungata, con nuove tensioni e problemi di sicu­rezza. Nonostante tutto, emerge anche un segnale di speranza: le persone continuano a lavorare e a portare avanti la loro vita; i Libanesi non si fermano: questo dà la forza di guardare avanti, pur in una situazione così difficile.</p>
<p><strong>La sete come arma di guerra</strong></p>
<p>L’organizzazione non profit Oxfam denuncia un crescente rischio di collasso umanitario nel sud del Libano, dove le forze israeliane avrebbero intensificato gli attacchi contro infrastrutture idriche e igienico-sanitarie essenziali per la popolazione, replicando lo schema selvaggiamente già visto a Gaza. “In appena quattro giorni sono stati bombardati almeno otto impianti idrici, da cui dipendevano oltre 7.000 persone nella valle della Bekaa”, afferma Paolo Pezzati, portavoce per le crisi umanitarie di Oxfam Italia, ricordando che la privazione di beni primari come l’acqua è una tattica militare bru­tale&nbsp;vietata dalle Convenzioni di Ginevra e costituisce un crimine di guerra. Pezzati ricorda ancora come le violazioni riportate rischino di essere “ancora peggiori e più estese” rispetto al 2024, quando oltre 45 reti idriche in Libano furono danneggiate, con conseguenze gravi per centinaia di migliaia di persone. Secondo Oxfam, gli attacchi aerei nel sud del Libano hanno già costretto più di un milione di persone &#8211; circa il 19% della popolazione &#8211; a lasciare le proprie case, mentre molte comunità ri­mangono senza acqua potabile e servizi essenziali.</p>
<p><strong>Hezbollah: uno stato nello stato</strong></p>
<p>All’interno della popolazione libanese emergono grandi divisioni: c’è chi, vicino a Hezbollah, sceglie di restare per “resistere” e chi, invece, rifiuta la guerra, alimentando tensioni. Alla base della crisi, secondo mons. Hanna Rahmé, vescovo maronita di Baalbek-Deir El-Ahmar, c’è la debolezza dello Stato libanese. Hezbollah, fondato nel 1982, “ha costruito uno Stato nello Stato” con il sostegno iraniano, consolidando la propria influenza anche nelle istituzioni. “Non si accede agli apparati statali senza passare da Hezbollah o da Nabih Berri”, figura centrale della politica libanese. Tuttavia, non tutti gli sciiti sostengono l’islam politico; il rischio di uno scontro tra esercito e Hezbollah è reale e va evitato. Ma disarmare Hezbollah, riconosce il presule, sarà difficile: il movimento dispone di armi sofisticate e infrastrutture militari nascoste, mentre l’esercito libanese non ha le stesse capacità. Un segnale politico significativo arriva dalla recente decisione delle autorità libanesi di dichiarare “per­sona non grata” l’ambasciatore iraniano, a cui hanno intimato di lasciare il Paese. “È stato un atto coraggioso &#8211; commenta mons. Rahmé &#8211; tuttavia non ci sarà cambiamento in Libano senza un cam­biamento in Iran”. E avverte: “Se continueranno i bombardamenti israeliani e Hezbollah manterrà le sue armi, la guerra continuerà”.</p>
<p><strong>Il prezzo della guerra</strong></p>
<p>“Le élite&#8221; politiche e militari, che da un mese alimentano l’escalation di guerra in Medio Oriente, sembrano non comprendere che sono decine di milioni i civili a sopportare il peso di violenze, sfol­lamenti e distruzioni.</p>
<p>Secondo Jan Egeland, segretario generale del Norwegian Refugee Council, basterebbe una minima parte dei miliardi spesi finora in questa guerra per garantire assistenza vitale ai milioni di persone in difficoltà. In Libano soltanto, i bisogni umanitari, legati all’attuale escalation, potrebbero essere co­perti dall’equivalente di otto ore di spese di guerra.</p>
<p>La guerra, però, presenterà il suo conto da pagare, non con la tregua o la cessazione delle ostilità, ma nella ricerca di una guarigione del trauma che durerà per generazioni, richiedendo attenzione e ascolto<strong>.</strong></p>
<p>Fr. Roger Schutz, fondatore della comunità monastica di Taizé. diceva sempre: non c’è mai una nazione da incolpare. Ci sono leader che sfruttano una situazione, ma la loro colpa non può mai ricadere su una intera Nazione: i semi di violenza rischiano di perpetuarsi quando demonizziamo intere nazioni; non possiamo permettercelo. È giusto che in tempo di guerra, dobbiamo essere vicini a chi soffre di più. Ma quando arriverà la pace, dovremo essere pronti anche ad aiutare chi si trova dall’altra parte a superare il proprio trauma e il proprio senso di colpa.</p>
<p><strong>Il racconto dei media e dei social</strong></p>
<p>Il racconto dei media e dei social può anestetizzarci. Viene minimizzato quello che resta sotto le macerie: sangue, morti e feriti, drammi familiari, migrazioni forzate… ci si rende conto che sotto le bombe muoiono le persone, crollano case, ospedali e scuole, le sofferenze e le povertà crescono in maniera smisurata… Peraltro, ci sono espressioni religiose vicine ai poteri politici che sono ben lontane dal seminare parole e gesti di riconciliazione e di pace.</p>
<p>La denuncia del cardinale Blase Joseph Cupich, arcivescovo di Chicago, contro la narrazione della guerra come un videogioco apre una domanda: come raccontiamo oggi i conflitti? Tra analisi militari, strategie e pronostici, il rischio è smarrire il volto umano della guerra dimenticando morti, feriti e sfollati.</p>
<p>La guerra scatenata da Trump e Netanyahu in Medio Oriente non è un videogioco e la nostra unica preoccupazione ora non può essere il rincaro dei prezzi dei carburanti alle pompe di benzina. La narrazione quotidiana del conflitto, iniziato il 28 febbraio scorso, che parla prevalentemente di obiet­tivi colpiti o mancati, utilizzo di droni e armamenti, possibili dispiegamenti di truppe, strategie militari e mercantili…, rischia di veicolare una visione pericolosamente distorta di quanto sta accadendo. Una visione “disumana”, che il cardinale statunitense Cupich ha definito “trasformata in videogame”.</p>
<p>A suscitare l’intervento dell’arcivescovo di Chicago è stato un video, pubblicato sui canali social ufficiali della Casa Bianca, in cui alcune scene di popolari film d’azione vengono intervallate, a ri­prese reali, dagli attacchi contro l’Iran. “Una vera guerra, con vera morte e vera sofferenza, trattata come se fosse un videogioco – ha dichiarato Cupich in una nota – mentre uomini, donne e bambini muoiono dopo giorni di bombardamenti missilistici statunitensi e israeliani: tutto questo è disgustoso! Non dimentichiamolo: il lancio di un missile non è un punto sul tabellone… è una famiglia in lutto”.</p>
<p>Secondo un report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, tra Iran e Libano i morti sarebbero ormai oltre 2500, i feriti hanno superato di molto i ventimila, circa un milione gli sfollati. Ma questo per molti, oggi, sembra contare meno del carburante a due euro al litro o di una mancata vacanza a Dubai.</p>
<p style="text-align: right;">a cura della Redazione</p>
<p style="text-align: right;">(cfr. Presenza Cristiana 3/2026)</p>
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		<title>“Saremo capaci di rinunciare a vincere?”</title>
		<link>https://dehonianiandria.it/2026/07/31/saremo-capaci-di-rinunciare-a-vincere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[eliaercolino]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jul 2026 10:23:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le parole sulla guerra, del compianto card. Martini, illuminano il buio della politica presente, gestita da individui a cui si fa fatica attribuire il nome di “uomini”: la vera sfida non è chiedersi chi vincerà, ma se saremo capaci di rinunciare a vincere, cercando una...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Le parole sulla guerra, del compianto card. Martini, illuminano il buio della politica presente, gestita da individui a cui si fa fatica attribuire il nome di “uomini”: la vera sfida non è chiedersi chi vincerà, ma se saremo capaci di rinunciare a vincere, cercando una nuova integrazione che trasformi il con­flitto in una gara di mutuo servizio e di accoglienza tra culture diverse.</p>
<p><strong>Il nostro è un tempo segnato da incertezze profonde</strong>, in cui il diritto internazionale sembra arretrare di fronte alla legge del più forte, mentre l’Unione europea fatica a trovare la propria identità. Cinquant’anni dopo la nascita del Movimento Federalista Europeo, Martini intervenne in un conve­gno internazionale, dedicato al destino dell’Europa, ponendo al centro una domanda che ancora resta aperta: come trasformare i conflitti in convivenza, le identità in dialogo, le nazioni in una casa comune, fondata sul diritto, sulla responsabilità e sulla pace?</p>
<p><strong>Radicalmente distante,</strong>&nbsp;rispetto alle logiche di potenza e ai nazionalismi esasperati, Martini indicava, nella maturità morale dei popoli e nella centralità della “persona”, le condizioni per un futuro condi­viso, non solo per l’Europa, ma per l’intera comunità internazionale. Oggi, però, le relazioni interna­zionali mostrano il ritorno alla guerra, chiudendo il breve interludio seguito alla guerra fredda.</p>
<p><strong>L’aspirazione condivisa alla pace</strong>, dopo il 1945, sembrava essersi realizzata in Europa. Ma le guerre nei Balcani, l’invasione russa in Ucraina, l’esplosione del conflitto nella striscia di Gaza e l’attacco all’Iran hanno riabilitato la guerra come strumento di risoluzione delle controversie, recla­mando la morte dell’avversario per superare i conflitti. Stiamo vivendo l’era della forza, con la milita­rizzazione e la corsa agli armamenti. Questo &#8220;concetto&#8221;, sostiene&nbsp;mons. Giovanni Ricchiuti<strong>,</strong> presi­dente di Pax Christi, costituisce un furto di capitali sottratti ai “bisogni vitali non soddisfatti”. Le armi uccidono sempre: anche se inutilizzate. Con il loro alto costo, smantellano la cultura della solidarietà, privando i poveri, dei servizi sociali più essenziali, oltre a rendere i rapporti personali più duri, com­petitivi e aggressivi.</p>
<p>La pace è sempre meno un fine, anzi non lo è più. Chi, nel ’900, ha cercato la pace, spesso, è stato tacciato di debolezza, come accade anche oggi con l’Ucraina, Gaza, l’Iran, il Sudan&#8230; e nei nostri ambienti “caserecci”. Ma, per cambiare, occorre ascoltare le vittime! Purtroppo, queste ultime sono sempre delle realtà scomode.</p>
<p>Il clima conflittuale contagia le società e i comportamenti, generando una cultura dell’ostilità e dello scontro, a livello sociale e, soprattutto, relazionale. Lo storico Andrea Riccardi, fondatore della Co­munità di Sant’Egidio, nel suo volume <em>Il coraggio della pace,</em> interrogandosi sul “coraggio”, riconosce che, oggi, esso viene sempre più associato alla guerra, non alla pace. Bisogna, perciò, ritrovare e coltivare il coraggio della pace, cioè il “coraggio di essere” … non di nascondersi nel conformismo o nel senso di irrilevanza che genera impotenza. Il “coraggio di essere” porta a scegliere, non a rinun­ciare. La scelta, anche di uno solo, ha un peso e una forza. Bisogna avere il coraggio di scegliere la pace e agire a tutti i livelli. Diceva don Pino Puglisi, che resistette a mani nude contro le irruzioni della mafia: <em>“Se ognuno fa qualcosa, si può fare molto”, </em>evitando, in tal modo<em>, </em>che la pace sia una operazione di vertici che non interessa la gente.</p>
<p><strong>La pace ha prezzi altissimi</strong>: comporta dei costi, in termini di investimenti nella giustizia sociale, per evitare che la povertà generi nuovi conflitti. Nonostante i costi elevati, la pace è considerata il bene più prezioso dell&#8217;umanità e il suo prezzo è, comunque, inferiore a quello disumano e immorale della guerra, e i cristiani lo sanno benissimo: è istituita dal Cristo crocifisso, che l’ha pagata con la sua vita. Quindi, la pace non si ha mai a buon mercato! La storia ci insegna che i muri si possono abbat­tere, i confini si possono rivedere, gli insediamenti si possono spostare o indennizzare, la comunità internazionale, piuttosto che essere spettatrice, può svolgere un ruolo di garanzia e mediazione.</p>
<p><strong>La manifestazione</strong> <strong>del</strong> <strong>volto</strong> <strong>dell’altro </strong>emerge dopo aver fissato lo sguardo su Auschwitz: lì l’av­ventura mil­lenaria del pensiero umano ha subito il suo fallimento totale; lì tutte le luci si sono spente e non è rimasto neppure un faro lampeggiante a segnalarne la traccia; lì c’è stato un ritorno al caos, che occorre, oggi, penetrare con coraggio, se si ha la volontà di uscirne da Gaza, dal sud del Libano, dall’Iran… diversamente saranno sempre discorsi fittizi e autogiustificativi, senza alcuna presa sul reale.</p>
<p>In questi contesti, il senso di responsabilità ridefinisce l’identità della persona che depone la propria sovranità sull’altro e, riconoscendosi responsabile, si apre alla possibilità di intraprendere percorsi relazionali di pace. La pace non può, quindi, identificarsi con la fine dei combattimenti, che cessano per man­canza di combattenti, per la sconfitta degli uni e la vittoria degli altri, cioè con i cimiteri e il sorgere di nuovi imperi: la pace deve essere la mia pace, in una relazione che parte da un io e va verso il volto dell’altro. Soltanto allora, il<em> “Tu non ucciderai” </em>costituirà una responsabilità dell’uno per l’altro: l’impossibilità di lasciarlo solo di fronte al mistero della vita e della morte.</p>
<p style="text-align: right;">a cura di Elia Ercolino</p>
<p style="text-align: right;">(cfr. Presenza Cristiana 3/2026)</p>
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		<title>Agendina &#8220;ECCOMI 2027&#8221;</title>
		<link>https://dehonianiandria.it/2026/06/13/agendina-eccomi-2026/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[eliaercolino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Jun 2026 15:08:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Appuntamenti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Valorizzare le nostre giornate è un compito che sarà facilitato appuntando sull’Agenda i tempi degli incontri e degli impegni. Crediamo di farvi cosa gradita produrre l’Agenda &#8220;Eccomi&#8221; 2027. Potrete richiederla già a fine ottobre 2026 al Collegio Missionario, via Barletta 387, 76123 Andria (BT) Tel....</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h5>Valorizzare le nostre giornate è un compito che sarà facilitato appuntando sull’Agenda i tempi degli incontri e degli impegni. Crediamo di farvi cosa gradita produrre l’Agenda &#8220;Eccomi&#8221; 2027. Potrete richiederla già a fine ottobre 2026 al Collegio Missionario, via Barletta 387, 76123 Andria (BT) Tel. 0883.592345</h5>
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		<title>ESERCIZI SPIRITUALI</title>
		<link>https://dehonianiandria.it/2026/03/24/esercizi-spirituali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[eliaercolino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Mar 2026 10:14:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Appuntamenti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dal 07 all’11 settembre si terranno presso Casa Sacro Cuore a Briatico (VV) gli annuali esercizi spirituali per sacerdoti, religiosi e laici impegnati nelle attività parrocchiali. A guidarli sarà p. Davide Varasi della comunità di Bose. Tema: GESÙ UOMO DELL&#8217;INCONTRO.&#160;A partire dalla lettura di alcuni...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Dal 07 all’11 settembre si terranno presso Casa Sacro Cuore a Briatico (VV) gli annuali esercizi spirituali per sacerdoti, religiosi e laici impegnati nelle attività parrocchiali.</strong></p>
<p><strong>A guidarli sarà p. Davide Varasi della comunità di Bose.</strong></p>
<p>Tema: <strong>GESÙ UOMO DELL&#8217;INCONTRO.&nbsp;</strong>A partire dalla lettura di alcuni passi evangelici vedere come Gesù, grazie agli incontri che vive, si lascia trasformare e plasmare nella sua umanità: come impara a essere uomo e credente. Da qui aprire delle piste per stare nelle relazioni, anche difficili e complicate che si possono incontrare nel ministero o nel lavoro.</p>
<p><strong>Per informazioni ed eventuali prenotazioni chiedere del p. Massimo </strong></p>
<p><strong>tel. 0963/391192 &#8211; 391437</strong></p>
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		<title>ATTIVITA&#8217; LITURGICA</title>
		<link>https://dehonianiandria.it/2025/10/12/attivita-liturgica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[eliaercolino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Oct 2025 08:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Appuntamenti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>ORARIO ORDINARIO GIORNI FERIALI ore 07,15 Liturgia delle Lodi ore 07,30 Santa Messa ore 19,30 Adorazione e Vespri DOMENICA e FESTIVI ore 11,00 Santa Messa&#160;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h4><strong>ORARIO ORDINARIO</strong></h4>
<p><strong>GIORNI FERIALI</strong><br />
ore 07,15 Liturgia delle Lodi<br />
ore 07,30 Santa Messa<br />
ore 19,30 Adorazione e Vespri</p>
<p><strong>DOMENICA e FESTIVI</strong><br />
ore 11,00 Santa Messa&nbsp;</p>
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