15 Dic Riconoscimento del martirio del dehoniano p. Martino Capelli
Con grande gioia abbiamo ricevuto il 21 novembre scorso la notizia della promulgazione del Decreto di Martirio del Servo di Dio il dehoniano P. Martino Capelli. Rendiamo grazie a Dio per il riconoscimento da parte della Chiesa della sua generosa offerta di vita, nell’amore al Vangelo e a quanti avevano maggior bisogno di consolazione. Così si esprimeva il superiore generale dei Dehoniani, P. Carlos Luis Suárez.
Gli inizi
Nicola Capelli, ultimo di sei figli, nasce a Nembro in Val Seriana, nella Provincia e nella Diocesi di Bergamo, il 20 settembre 1912, da Martino Capelli e Teresa Bonomi: una famiglia molto povera.
Non brillava nel rendimento scolastico: era vivace e buono. A 12 anni entra nel seminario minore dei Dehoniani ad Albino. I Superiori si impegnano intensamente per cercare di plasmare il suo carattere un po’ ribelle e svagato, ma con una buona intelligenza; alla fine il ragazzo ha registrato ottimi progressi sia nel comportamento sia nello studio. Qui Martino frequentò l’intero ciclo ginnasiale. Da Albino passò ad Albisola Superiore nel noviziato Dehoniano presso il santuario mariano della Pace, emettendo la prima professione il 23 settembre 1930, e prendendo il nome religioso del papà defunto, cioè Martino Maria.
Anch’io martire
La formazione religiosa e scolastica proseguì nello Studentato delle Missioni di Bologna nelle tre classi di liceo. Dopo, Martino fu trasferito ad Albino. Qui assistette ad una conferenza del sacerdote Luigi Ziliani, fuggito dal Messico, sulle persecuzioni in quella nazione. Fu in quella circostanza che questo giovane religioso diede la propria disponibilità alla Vergine dei martiri messicani di essere un giorno anche lui martire: era il 12 dicembre 1931. Pochi giorni dopo morì sua madre ed egli scelse come sua nuova madre la Madonna Addolorata.
Intanto la sua vocazione si delinea sempre più chiaramente aumentando in lui il desiderio del martirio, sull’esempio dei martiri messicani, di cui ha sentito parlare. Ordinato sacerdote il 26 giugno 1938 sogna di partire missionario, possibilmente in Cina, ma riceve l’ordine, inaspettato di andare a Roma per continuare gli studi all’Istituto Biblico. Obbedisce mettendo tutto l’impegno possibile in questi nuovi studi inattesi e non desiderati, ottenendo risultati brillanti, prima al Biblico e, poi, all’Urbaniana, licenziandosi in teologia “cum laude”.
Il periodo bellico
Ormai ad un passo dalla laurea, nel 1943 viene richiamato dai Superiori a Bologna, ad insegnare Sacra Scrittura, con l’arrivo di una nuova delusione per il non possibile raggiungimento della Laurea: una obbedienza che gli pesa molto. In questo periodo la guerra inizia ormai a dilagare e si comincia a vivere nella paura dei bombardamenti. A causa di questo si rende necessario ed opportuno trasferire la scuola e, in questo modo, anche padre Martino deve spostarsi venendosi a trovare all’interno della “Linea Gotica” sull’Appennino tosco-emiliano, che era il centro delle operazioni belliche di quel momento storico. Si sente fortemente prete e missionario, ed in questa particolare situazione difficile e drammatica non desidera assolutamente vivere un ruolo da “imboscato” e sente fortemente l’urgenza pastorale in quel clima di assenza di fede e di abbandono della pratica religiosa, di sradicare l’odio e la diffidenza dai cuori.
Padre Martino decide di andare per i monti, a cercare i contadini nelle cascine ed i partigiani nei bivacchi, per evangelizzare, annunciare, confortare, perché continua a sentirsi profondamente missionario, non rinuncia ad andare a predicare ovunque lo chiamino. Perciò comincia ad essere guardato con molto sospetto dai Tedeschi, tanto che anche i Superiori se ne accorgono e decidono di trasferirlo. Questa volta, però, padre Martino disobbedisce, semplicemente per non lasciare senza assistenza religiosa tutte le persone con cui è venuto a contatto in quei mesi. Continua con coraggio a fare il prete, cosciente del rischio che corre.
L’amicizia di don Elia Comini
Nel luglio 1944 la Comunità si trasferisce a Burzanella, un paese a mille metri d’altezza, lontano dalle principali vie di comunicazione, dove in teoria la vita dovrebbe essere stata più tranquilla. Qui si viene a trovare, invece, al centro di rappresaglie e di rastrellamenti. Il 18 luglio i tedeschi accerchiarono il paese, bruciarono case e catturarono cinque persone. Egli assistette all’esecuzione dei due partigiani nella piazza della chiesa.
Pochi giorni dopo P. Martino si recò a Pioppe di Salvaro per aiutare Mons. Fidenzo Mellini, qui trovò un buon amico e fratello, Don Elia Comini, salesiano. Assieme vissero il triduo del loro martirio.
Il Calvario
Il venerdì 29 settembre si sparse la voce che reparti delle SS rastrellavano la zona. La canonica e la chiesa di Pioppe di Salvaro furono immediatamente gremite di gente terrorizzata. Primo pensiero dei due sacerdoti fu di porre in salvo gli uomini, esposti alle rappresaglie.
Celebrata la loro Messa, giunse un uomo trafelato avvisando che erano state uccise delle intere famiglie alla Creda. P. Capelli e Don Comini, resistendo alla dissuasione delle donne, decisero di andare da quella gente a portare l’aiuto e il conforto religioso. Ma giunti furono arrestati dalle SS e costretti a portare le munizioni tutto il giorno. Verso il tramonto furono condotti nella «scuderia» della Canapiera davanti alla chiesa di Pioppe.
Il sabato 30 settembre, verso mezzogiorno le SS e un ufficiale repubblichino, accompagnato da un partigiano traditore, montarono un sommario interrogatorio per ricevere le informazioni sui singoli rastrellati e smistare gli uomini adatti a lavorare in Germania. P. Capelli fu accusato di essere stato visto a S. Martino, presso don Marchioni, e questo bastò per farne un partigiano, come pure Don Comini. I due religiosi, rinchiusi nella piccola stanza di sicurezza, capirono che sorte ormai sarebbe
toccata loro. Qualcuno poté vederli dalla finestra: don Comini additò il cielo, P. Martino pregava.
Dopo due giorni di crudele prigionia, la domenica 1º ottobre la maestra di Pioppe di Salvaro, Dina Pescio, poté comunicare con i due sacerdoti. Don Elia cercò di confortarla, di rassicurare sua madre e poi la benedisse. P. Martino non aprì bocca, ma fece un segno di benedizione e continuò a pregare. In quel pomeriggio i reclusi furono condotti alla cosiddetta «botte», che regolava l’acqua per l’energia elettrica della canapiera, in quel momento piena di melma. A pochi metri furono piazzate le mitragliatrici. E 44 vittime furono immolate. P. Capelli si alzò in piedi, rivolse alcune parole e fece il segno di croce. Tracciando quest’ultima benedizione, cadde con le braccia in croce. Aveva 32 anni.
Nessuno ha potuto avvicinarsi per portare aiuto o per seppellire i morti che rimasero lì, finché rimessa l’acqua nel canale, tutti sono stati travolti dal Reno.
“in odium fidei”
Padre Martino era diventato un personaggio scomodo, ingombrante, che suscita diffidenza da una parte e dall’altra: lui, non facendo “differenze di persone”, aiuta ugualmente tutti, ed in questo modo si presta ad essere da entrambi le parti considerato come una spia.
Per quanto riguarda il martirio formale ex parte persecutoris, padre Martino venne ucciso per il suo zelo sacerdotale, che lo aveva indotto a recarsi nei luoghi delle violenze perpetrate a “Creda”. La sua uccisione fu dovuta principalmente al disprezzo delle truppe naziste verso il suo ministero sacerdotale, a testimonianza di come l’odium fidei sia stato un motivo prevalente della sua uccisione.
Gli Atti dimostrano come p. Martino, consapevole dei pericoli che correva, era tuttavia pronto a donare la sua vita per il prossimo, pur potendo rientrare presso i confratelli a Bologna; infatti decise di rimanere in quelle zone di scontri tra partigiani e nazisti per esercitare il suo ministero sacerdotale.
La cerimonia liturgica della beatificazione del dehoniano p. Martino Capelli avrà luogo il prossimo 27 settembre nella città di Bologna. Nella stessa celebrazione saranno beatificati anche i Venerabili Servi di Dio: il Rev. Ubaldo Marchioni e il salesiano Don Elia Comini.
a cura della Redazione di Messis
(cfr. Messis 1_2026)
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