26 Apr Proposta di omelia per la 5a Domenica di Pasqua – anno A – (03 maggio 2026)
IL DESTINO DEL CRISTIANO
(At 6,1-7; 1Pt 2,4-9; Gv 14,1-12)
Gesù è la ragion d’essere della chiesa. Essa esiste per lui e intorno a lui non come una corte per ossequiare il suo principe, ma come un’accolta di amici e di fratelli che cercano di capire e di far proprio l’esempio che ha lasciato (13,15), la strada che prima di tutti ha percorso (14,6).
Gli apostoli sono coloro che attendono al «servizio delle mense» (At 6,2) che si occupano cioè non tanto di distribuire quanto di procurare la necessaria alimentazione ai poveri e alle vedove della città e solo in un secondo tempo si riservano di annunziare la parola. Tutti gli appellativi onorifici che la comunità riceve dall’autore 1Pt mettono in luce l’incombenza fondamentale che essa ha avuto da Cristo: realizzare una costruzione spirituale di cui ogni componente è tenuto a essere parte viva.
La chiesa non è fatta di pietre ma di persone che debbono sentirsi non contrapposte ma in coesione tra di loro per assicurare stabilità all’edificio. C’è solo la pietra angolare che ha una particolare funzione e questa non è che Cristo stesso (cfr. Ef 2,20); le altre sono tutte della medesima portata; debbono rimanere umilmente al loro posto.
Prima lettura: «Servizio delle mense, servizio della parola» (At 6,2.4)
La chiesa ideale che Luca tratteggia nel libro degli Atti (2,42-48; 4,32-35) mostra subito il suo volto reale. Erano di «un cuore solo e di un’anima sola», afferma l’autore poco avanti (4,32), ma subito dopo è costretto a registrare parzialità e malcontento. Il regime delle preferenze ha cercato di sostituirsi a quello della legalità o almeno dell’equità e, ciò che sembra sconcertare, anche tra i primi cristiani, pur con tutto il fervore e lo slancio da cui appaiono animati. Per di più ad aggravare la situazione vi è anche qualche venatura di razzismo poiché sono favoriti i connazionali e trascurati gli ellenisti.
La comunità cerca di ripartirsi le incombenze, ma la scelta delle persone che debbono ricoprirle è rilasciata ai «fratelli»; gli apostoli si accontentano di affidar loro l’incarico attraverso il gesto tradizionale dell’imposizione delle mani, che è una forma di delega e insieme un’invocazione dell’aiuto divino sull’eletto affinché esplichi saggiamente il suo mandato.
Il «sette» è il numero della perfezione. Anche le sporte dei pani avanzati dopo la moltiplicazione miracolosa sono sette (Mt 15,37), «sette» le chiese a cui scrive Giovanni nell’Apocalisse (1,11-12), «sette» egualmente i giorni della creazione (Gen 1,1-2,4).
Il termine «servizio» è nuovo nel linguaggio giuridico del tempo. Si era soliti parlare di «potere» (exousia), di «autorità» (archè, timè); se si vuole anche di «servizio» ma per i subalterni, i domestici. E tuttavia la designazione che Gesù preferisce per le mansioni che eventualmente avrebbero potuto affermarsi nella sua comunità (cfr. Mc 10,41-45). Solo che non sembra avere avuto molta fortuna nella storia del suo movimento.
Seconda lettura «Come pietre vive» (1Pt 2,5)
L’autore della 1Pt è un accorato pastore d’anime. Egli vorrebbe che i cristiani fossero più vicini al cielo che alla terra, più angeli che uomini, senza «malizia», «frode», «ipocrisia», «gelosia», «maldicenza», (2,1) nutriti solo di verità, amandosi «come fratelli», «sinceramente», «intensamente», «di vero cuore» (1,22-23).
Il pressante invito fa pensare che forse non erano ancora così perfetti, ma l’autore non desiste dalla sua esortazione e ha altri motivi per giustificarla. Accanto all’«ubbidienza alla verità» (1,22), alla «parola di Dio» (1,23), debbono ricordare la comunione con Cristo con il quale realizzano un unico «edificio spirituale» di cui lui è la «pietra di fondazione» e le «pietre di costruzione» (2,4-5). L’immagine indica lo stretto legame tra Cristo e i cristiani, uniti come parti di una stessa casa. Essi compongono uno stesso corpo, ha detto ripetutamente Paolo (cfr. 1Cor 10,17; 12,12,27); si ritrovano in uno stesso disegno ribadisce l’autore della lPt, per cui non può esservi disparità di funzioni e di comportamenti tra di loro.
Le immagini si sovrappongono. L’edificio spirituale non è da concepire statico, ma dinamico; è un «popolo», «una nazione santa», una «stirpe sacerdotale». Tutti appellativi onorifici ma rievocati per sollecitare un comportamento adeguato alla dignità ricoperta. La nobiltà è obbligo; tale è anche la condizione del cristiano. I sacerdoti erano tenuti per vocazione a testimoniare la santità di Dio (Lv 21,6,8): il compito che spetta attualmente ai cristiani. essi debbono essere il sale della terra, la luce del mondo, ha detto altrove Gesù (Mt 5,13-14).
E se l’esortazione non fosse sufficiente compare sullo sfondo la minaccia: la sorte d’Israele deve essere ammonitrice per il cristiano, tanto più sapendo da quale precedente condizione egli viene.
Vangelo «Io sono la via» (Gv 14,6) vedi Lectio
I «discorsi dopo la cena» sono le confidenze ultime di Gesù ai discepoli; in realtà raccolgono l’interpretazione che l’evangelista spirituale è riuscito a dare del Cristo e della sua opera.
La fede è il tentativo di superare la sfera del sensibile per congiungersi con l’inafferrabile e l’inesprimibile. Non può avvenire senza incertezza, rischi, e quindi turbamenti. Già la sorte di Cristo, la maniera ignominiosa con cui ha concluso la sua missione non era incoraggiante, solo che bisognava guardarla non come una fine, ma come un inizio: la premessa o il passaggio a un mondo nuovo vicino a Dio, addirittura di Dio.
La «casa» è una realtà cara all’uomo di questa terra, ma egli viene a sapere che ne ha pronta un’altra molto più spaziosa, più attraente nei cieli. Essa porta un appellativo che la rende ancor più suggestiva: «di Dio», a indicare quanto gli uomini chiamati ad abitarvi sono vicini a lui, condividono i suoi beni, la sua fortuna.
Gesù è ormai assente dalla comunità, ma agisce egualmente in suo favore perché è salito presso il Padre (20,10) e si trova impegnato a preparare la nuova dimora di tutti. Fuori metafora, il cielo è la partecipazione allo stato glorioso di Cristo. L’evangelista parla anche di un «luogo» ma è un’affermazione relativa alle condizioni esistenziali dell’uomo di quaggiù.
Il Cristo glorioso è la forma dell’uomo rigenerato secondo lo Spirito (3,5-5) ma per conseguirla occorre prima ripercorrere il cammino, ripetere l’esperienza del Cristo storico. In questo senso Gesù è la via per accedere al Padre, alla comune dimora dei figli di Dio. Egli non è una via qualunque ma quella «vera» perché non solo dà suggerimenti, indicazioni ma anche capacità e forza per raggiungere la mèta (cfr. 1,13; 3,3-7; 4,1; 7,37-39). Tuttavia non ci sono neanche qui automatismi, ma partecipazione coraggiosa e responsabile alle scelte di Cristo suggerite dal suo Spirito. Se è vero che il battesimo è una nuova nascita, la crescita della nuova vita ricevuta è rilasciata alla buona volontà del discepolo, fino alla pienezza consentita.
Gesù è il mediatore tra Dio e gli uomini (cfr. 1Tm 2,5); è quindi il passaggio d’obbligo per andare al Padre, per conoscere non tanto l’essere quanto il modo di operare di Dio, in fondo il suo grado di amore per l’uomo. Dio è dato capirlo soprattutto attraverso Gesù Cristo che è l’incarnazione della sua carità nella storia. È verosimilmente in questo senso che Gesù ricorda a Filippo che in lui egli può vedere il Padre. Non a caso Gesù stesso richiama l’attenzione dei suoi avversari sulle sue «opere» che rivelano il suo grado di comunione con Dio. Esse rivelano la sua vita nel Padre e quella del Padre in lui. Una simbiosi la quale più che un’identità di natura di cui non si fa nessuna menzione, rivela un’identità di intenti e di operazioni.
Le «opere» sono i prodigi, ma prima ancora i gesti di benevolenza che Gesù compie verso i fratelli (13,17). In questo senso egli non fa che imitare, riproporre l’amore del Padre, una prerogativa di famiglia, perché è il comportamento che debbono assumere indistintamente anche i credenti (15,9-10).
Conclusione
Il quarto evangelista non fa che richiamare al cristiano la sua vocazione terrestre e la sua destinazione celeste. Gesù è il salvatore perché si interpone come via di ritorno al Padre, non si tratta però di una via prefabbricata, ma che ognuno deve costruire attenendosi alle indicazioni da lui lasciate, quelle che lui ha seguito e dato in consegna ai suoi discepoli.
Il credente ha la fortuna di avere davanti, in Cristo, un tracciato che porta sicuramente alla mèta, ma non è per questo agevolato perché la sua fede e la sua carità sono chiamate costantemente in causa.
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