Proposta di omelia per la 5a Domenica del tempo ordinario anno A (8 febbraio 2026)

Proposta di omelia per la 5a Domenica del tempo ordinario anno A (8 febbraio 2026)

LA MISSIONE DEL CRISTIANO

(Is 58,7-10; 1Cor 2, 1-5; Mt 5, 13-16)

 

Il cristiano vive nel mondo, ma anche per il mondo, cioè per i propri simili più che per se stesso. Egli non può rimanere chiuso nella propria casa, ma deve porsi in vista degli altri, affinché trasfonda su di loro la verità di cui è in possesso. La luce più penetrante è quella che proviene dalle «opere buone» che non sono tanto gli atti di «pie­tà», «di culto» quanto le azioni benefiche, ovvero caritative.

Il nesso tra le «Letture» si può imperniare sul tema della luce (Is 5,8,10; Sai 111,4; Mt 5,14-16), ma rimangono fuori i contenuti più importanti, soprattutto il messaggio sociale di Isaia che è un preludio alle beatitudini evangeliche.

 

Prima lettura: «Se toglierai di mezzo a te l’oppressione» (Is 58,9)

Il testo di Is 58,7-10 rispecchia la situazione socio-politica, soprattutto religiosa dell’immediato post-esilio. La dura esperien­za non era servita a cambiare gli animi, a creare la comunità ideale sognata dal profeta (capp. 40-55).

Continuavano le sopraffazioni, le ingiustizie, il disinteresse per le categorie più bisognose. I riti, le celebrazioni sacre invece avevano ripreso il loro abituale corso. Per bocca del suo fiduciario Jahvé risponde al popolo che lamenta l’inattuazione delle promes­se: «Perché digiunare se tu non vedi, perché far penitenza se tu non lo sai?» (58,3)

II digiuno è una pratica penitenziale istituita nei tempi antichi per sventare le calamità pubbliche. Dopo la distruzione del tempio, si compiva con una certa regolarità per ricordare, nella cenere e nella polvere, il luttuoso avvenimento e per far presenti a Jahvé le promes­se e forzarne l’attuazione. Ma c’è un equivoco che il profeta si preoc­cupa subito di far notare. Un tal digiuno non fa avvicinare il giorno della salvezza perché non è quello che piace a Jahvé, che non ha bisogno di vedere il popolo macerarsi per piegarsi alle sue richieste.

Il digiuno gradito a Dio, le privazioni che gli sono accette sono quelle che ridondano a vantaggio degli altri. Egli non ha bisogno di nulla ma desidera coinvolgere gli uomini nella sua opera creativa e salvifica. Occorre rinunciare al cibo, ma per nutrire chi è affamato, ossia digiuna forzatamente e ingiustamente. Occorre vestirsi di sacchi per offrire le proprie vesti a chi ne è sprovvisto; ritirarsi dalla vita pubblica (come era consuetudine dei «penitenti»), ma per passare il proprio tempo con gli emarginati.

La lista di Is 58,7 è solo indicativa. Essa ritorna anche altrove (cfr. Ez 18, 7-16; Gb 31.16-23; Mt 24,35-46 e i testi sapienziali dell’Antico Egitto). Nella tradizione cristiana saranno designate come le «opere di misericordia».

La restaurazione è il risultato di un intervento gratuito di Jahvé, ma subordinato a prestazioni analoghe da parte di chi la riceve. Invocare Dio, chiedere aiuto a lui suppone la piena disponibilità ad accordarlo e soprattutto a porre fine alle prevaricazioni e alle sopraffazioni. La «luce» (simbolo della salvezza messianica: Is 9,1) non può brillare su quanti vivono nelle «tenebre» cioè nell’ingiustizia. Solo quando ognuno diventerà portatore di luce la notte si trasformerà in «giorno».

Seconda lettura: «…e questi crocifisso» (1Cor 2,2)

Il testo di 1Cor 2,1-5 è autobiografico e apologetico. I cristiani di Corinto, almeno una fazione di essi, hanno preteso una predi­cazione rispondente alle loro esigenze, ai dettami della filosofia greca, quindi più razionale, più convincente. Paolo può capire le loro aspirazioni, ma non può sconvolgere le leggi della salvezza, basata sulla logica di Dio che per gli uni è stoltezza per gli altri pietra d’inciampo, mentre per coloro che credono è virtù salvifica (1,23-24). Essa è incentrata sulla croce e non sulle parole persuasive della sapienza umana.

L’apostolo non ha fatto ricorso a una tecnica omiletica non intonata con il messaggio che doveva comunicare. Quest’ultimo ha una sua forza intima che non ha bisogno di puntelli umani per farsi valere.

La missione di Paolo a Corinto non è ispirata da motivi di personale interesse (riscuotere il plauso dei cittadini da cui la necessità di far spicco di doti oratorie), ma dalla convinzione di portare un messaggio dirompente che avanzava con maggior sicurezza in proporzione della incapacità o debolezza dei suoi portatori (cfr. 1Cor 1,29; 2Cor 12,9).

Il «mistero di Dio» è il piano della salvezza incentrato sulla morte e risurrezione di Cristo, che nessuna riflessione umana varrà mai a rendere più comprensibile e più accettevole. Non si tratta tanto di capire ma di credere. La «sapienza del mondo» o meglio greca, come egli aveva sperimentato ad Atene (At 17,32) e sperimenterà più tardi davanti ad Agrippa e a Pesto (At 26;24), è di per sé incapace a portar luce sul mistero di Cristo, perché ne contraddice i postulati fondamentali. Essa fa leva sulla forza e sulla saggezza, mentre Cristo si è affermato attraverso un dispiegamento di debolezza e di «insipienza» (insita nella rinuncia e nella croce). Gesù ha speso la sua vita per la salvezza di tutti, massimamente dei più deboli, degli oppressi, degli emarginati, persino dei nemici. Paolo si rifiuta di vedere la logica in questo comportamento, come ha evitato di cercarne una nella kenosi che ha caratterizzato la vita e la fine ignominiosa del salvatore. Chiede solo che venga accettato e creduto.

Egli era venuto a Corinto con il proposito preciso di annunziare il Cristo crocifisso senza passare attraverso la trafila del «Dio ignoto» che aveva riscosso tanto insuccesso presso i filosofi del1’Areopago (At 17,23). Non è stata una risoluzione facile annun­ziare ai Greci la salvezza attraverso un condannato a morte, ma sofferta e temuta. Per questo ha dovuto porre da parte spavalderia e baldanza, ma anche ogni dialettica umana, solo cercando di sottolineare, meglio di dar spazio a una testimonianza fondata sull’azione dello Spirito e della potenza (di Dio).

Lo Spirito è l’unico garante del messaggio cristiano (2,10-15), occorre possederlo per accogliere l’annunzio della croce, altrimenti tutto tornerà ad apparire una stoltezza (2,14).

 

Vangelo: «Sale della terra, luce del mondo» (Mt 5,13-14) vedi Lectio 

Il passo di Mt 5,13-16 si inquadra nel discorso della Montagna e segnala la missione del discepolo di Cristo «nel mondo». Direttamente si riallaccia al tema delle «beatitudini» (5,3-12). I destinatari non sono una categoria particolare di fedeli, ma i discepoli segnalati all’inizio del capitolo (5,1) e interpellati direttamente nei vv. 11,12, quindi la comunità cristiana in quanto tale, richiamata ai suoi impegni missionari. Essa è «il sale della terra».

Per sua vocazione è tenuta a svolgere nei confronti degli altri uomini la funzione che il sale ha per i cibi (li preserva dalla corruzione, l’integra rendendoli commestibili). Senza sale non esiste alimentazione, senza il cristiano la società manca di una forza spirituale e morale capace di premunirla dai mali che la investono. La presenza cristiana non è perciò insignificante o indifferente. Al pari del sale anch’essa non ha sostituzioni. Nessuno può subentrare al suo posto se essa viene meno.

L’evangelista è un pastore d’anime e intravvede anche questa possibilità (la fatuità, ossia l’insipienza del cristiano) e si preoccupa di metterne in guardia i suoi lettori con un richiamo minaccioso. Il sale diventato insipido non è buono a nulla se non ad essere gettato via. La menzione della fornace ardente o del giudizio è almeno vagamente sottintesa (dr. 5, 22,29; 13,30).

L’immagine della luce (vv. 14-15) è biblica. L’autore dell’Esodo presenta la gloria di Jahvé «come fiamma abbagliante» (Es 3,2). In Is 60,19 è chiamata «luce sempiterna».

Il messia è chiamato astro di Giacobbe (Nm 24,17), e luce delle genti (ls 42,6); la Gerusalemme messianica è invitata anch’essa a rivestirsi di luce (ls 60,1). Giovanni (8,12) attribuisce a Gesù la funzione che Matteo rivendica ai discepoli. Le tenebre, la notte nel Vecchio come nel Nuovo Testamento sono il simbolo delle forze del male (cfr. Mt 8,12; Lc 22,53). Il discepolo di Cristo partecipa della luminosità di Dio, come Mosè che scendeva dal monte portando il riverbero della sua maestà (Es 34,35). Matteo parla altrove della limpidezza dell’occhio che dà splendore a tutta la persona (6,22-23). Il cristiano non passa inosservato e nessuno può rimanere estraneo al fascino spirituale che irradia dalla sua persona. Al pari della luce esso penetra nei più profondi e nascosti ricettacoli del cuore umano e mette a nudo le lacune che vi si riscontrano.

L’annunzio viene esplicitato con due immagini (v. 15). La «città sul monte» può contenere un’allusione alla Gerusalemme messianica, faro d’attrazione per tutti i popoli (Is 2,2-5; 60,1-2,19-20). La comunità dei discepoli si inserisce nella storia come una sorgente di luce da cui tutti possono ricevere conforto e orientamento. La «città sul monte» annunziala visibilità, il punto di riferimento che la chiesa di Cristo è per tutti gli uomini.

Tale è anche il senso che ridonda dalla lampada sul candelabro. La stanza dove sono raccolti familiari e amici è vivificata dal suo chiarore. Le preoccupazioni pastorali dell’evangelista riaffiorano nuovamente. Il cristiano è una lucerna collocata sul can­delabro ma può verificarsi il caso, di per sé paradossale, che egli invece di rimanere al suo posto elevato vada a nascondersi «sotto il moggio». Il messaggio è chiaro. Il vero discepolo di Cristo, deve rimanere allo scoperto e non rifugiarsi nella propria quiete o bearsi per proprio conforto della luce che possiede. Per vocazione egli deve parteciparla agli altri.

Ma la luce che conta non è quella delle parole, forse nemmeno quella della verità teorica, ma delle «buone opere» (kala erga). Matteo non pensa evidentemente alle opere di pietà o di culto di cui non ha mai parlato e da cui inviterà a mettersi in guardia (7,21-23), ma alle operazioni di bene di cui Gesù ha dato prova (4,23-25) e a cui ha fatto (5,3-11) e farà riferimento (7,23; 25,31-46) nei suoi discorsi. È solo la benevolenza, la bontà, l’amore, lo spirito di servizio che può diventare luce per quanti la sperimentano o ne vengono semplicemente a conoscenza.

L’evangelista lancia indirettamente un richiamo a coloro che si credevano discepoli di Cristo perché ascoltavano la sua parola, ripetevano il suo nome, predicavano il suo messaggio. Ciò che conta è «fare» la volontà di Dio (7,21-23).

Nella nota finale «e glorifichino il Padre vostro» si affaccia il teologo cristiano che rivela un’impostazione mentale giudaica. Certamente nessuno ha diritto di appropriarsi dei doni di Dio o di gloriarsene come di un bene proprio (cfr. Gc 1,17: «Padre di ogni luce»), ma la frase può dare l’impressione che Dio ab­ bia ordinato l’operato umano alla sua esaltazione, mentre va a beneficio dei suoi «figli» «prediletti» che sono gli uomini (cfr. Mt 5,44-48).

 

Conclusione

L’azione del sale è subordinata alla sua «liquefazione» o amalgamazione con i cibi. Il cristiano è il sale della terra, perché è chiamato a confondersi con gli altri vari componenti della famiglia umana, dando ad essi l’aiuto di cui possono aver bisogno. L’immagine combatte ogni spirito di separatismo (farisaico) e richiama il lievi­ to la cui efficacia è subordinata alla sua capacità di confondersi con la massa (13,23). Il cristiano non è solo l’uomo degli altri, ma è chiamato a vivere anche con gli altri, sulla linea di Cristo che è stato l’amico di peccatori e dei pubblicani (11,19), e con ognuno si trovava a suo agio.

La «luce» che Gesù esige (il verbo è all’imperativo) dai suoi seguaci è quella che emerge dal loro tenore di vita, trasparente, lineare. Essa condiziona l’esistenza umana. Se manca tutto rimpiomba nelle tenebre e nel caos (cfr. Gen 1,1). La responsabilità del cristiano è per questo imponderabile. Se il male non recede

è perché la luce che deve fugarlo è debole o peggio ancora spenta.                                                                                                                                      

Dio dispone fortunatamente anche di propri canali per cui l’umanità non rimane mai priva delle sue illustrazioni, ma tale intervento (segreto) non attenua la responsabilità dei suoi collaboratori ordinari. Nelle loro mani ha rilasciato la realizzazione del suo disegno. Egli è il proprietario della vigna (Mt 20,1-16), il signore che dispone di somme di talenti (25,14-30), ma né il campo, né il danaro fruttificano se non intervengono i vignaioli e i rispettivi «servitori».

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