08 Feb Proposta di omelia per la 6a Domenica del tempo ordinario anno A (15 febbraio 2026)
UN TENTATIVO DI INTERPRETAZIONE DELLA VOLONTÀ DI DIO
(Sir 15,15-20; 1Cor 2,6-10; Mt 5,17-37)
Le «Letture» pongono l’uomo di fronte alla legge; per conseguenza di fronte a Dio e a Cristo. La legge è un richiamo che sale dall’interno dell’essere umano (la coscienza) e che bisogna ascoltare con attenzione, ma c’è anche un codice, scritto sotto l’ispirazione di Dio (il decalogo) che bisogna osservare. Qualsiasi scusa per sfuggire a questa responsabilità è futile. La Torah proviene da Dio ma è scritta dall’uomo, rivela perciò anche i limiti, le imperfezioni, gli abbagli di chi l’ha elaborata. Gesù ha aiutato i suoi contemporanei a compiere una rilettura aggiornata della legislazione mosaica. Quel che fu detto non era tutto, non era detto tutto bene, non era tutto vero.
Occorreva provare a tentarne una nuova versione. Quella appunto che egli si apprestava a dare con la sua predicazione e più ancora con la sua testimonianza di vita. Paolo segna un passo avanti in questa successione: al di sopra della legge vi è la sapienza di Dio, trasmessa ai credenti tramite il suo Spirito.
Prima lettura: «Il permesso di peccare» (Sir 15,20)
«Se tu vuoi, puoi osservare i comandamenti; dipenderà dal tuo buon volere» (Sir 15,15). E ancora: E il Signore che «da principio ha creato l’uomo e l’ha lasciato al suo arbitrio» (Sir 15,14). L’uomo è debole, fragile, fallibile, ma se vuole può ottemperare alle prescrizioni della legge di Dio. Tutto dipende dal suo senso di responsabilità, della sua libera orientazione, dalla sua buona volontà. Il bene e il male sono due realtà totalmente contrapposte tra di loro, come il fuoco e l’acqua, la vita e la morte; non si possono avere insieme.
Bisogna scegliere o l’una o l’altra, e non ci si può permettere di sbagliare come non ci si può lamentare poi delle conseguenze che ne derivano. La prospettiva delle due «vie» non è esclusiva del sapiente biblico e non appare solo in questo testo. Essa è alla base di tutta la predicazione deuteronomistica. «Oggi vi do da scegliere tra la benedizione e la maledizione: benedizione se voi ascoltate… maledizione se non ascoltate» (Dt 11,26-28). «Io ti propongo oggi di scegliere: il bene e la felicità o la morte e la disgrazia» (Dt 30,15). L’insipienza dell’uomo può arrivare al punto da attribuire a Dio i suoi errori, ma l’autore risponde categorica mente: «Egli non ha comandato a nessuno di essere empio». Dio non è un uomo che si può ingannare, a lui nulla può sfuggire, conviene perciò comportarsi saggiamente e averlo dalla propria parte, scegliendo ciò che egli comanda e rinunciando a ciò che egli sconsiglia o disapprova.
Seconda lettura: «Sapienza non di questo mondo» (1Cor 2,6)
I Corinti credevano di avere una superiore conoscenza del disegno di Dio (mistero) perché parlavano delle verità della fede con un linguaggio elevato, insolito, sconosciuto alla moltitudine, e noto solo ad alcuni iniziati. L’apostolo vuol fare loro comprendere che si tratta di un abbaglio. La visione che il cristiano ha della realtà (sapienza) non è il risultato di una ricerca umana (sapere filosofico), ma una comunicazione proveniente da Dio. Essa precede il tempo perché nessuno ne è in possesso, e nessuno può conoscerla se non le è accordato dal suo Spirito. I segreti della salvezza sono noti solo a colui che ne è l’autore; tutti gli altri che hanno preteso di conoscerli, si sono sbagliati. Tra di essi anche i principi (arconti) di questo mondo (potenze sovrumane e quanti sulla terra operano sotto il loro comando). In concreto tutti coloro che agiscono al di fuori o contro il disegno di Dio (insipientemente quindi). Essi non hanno capito che dietro alla scelta di umiltà e di servizio operata da Cristo non c’era l’arbitrarietà o il capriccio, ma un preciso volere divino: hanno creduto sbarrargli la strada, ma gli hanno invece assicurato il successo.
Se avessero previsto ciò non l’avrebbero mai ostacolato, l’avrebbero lasciato morire di morte naturale, che sarebbe stata una morte meno significativa.
La salvezza cristiana ha dimensioni che sfuggono allo sguardo dell’uomo, può essere conosciuta solo tramite una rivelazione divina, quella che egli ha fatto in Cristo a tutti i credenti, ma occorre aver conseguito una certa perfezione prima di poter parlare delle cose elevate della fede. Solo lo Spirito conosce i misteri di Dio e solo lui può farne la giusta rivelazione. Occorre tenersi desti davanti a lui, diventare uomini dello Spirito (spirituali) per acquistare l’abilità a percepire il mondo divino.
Vangelo: «Dare compimento» (Mt 5, 17) vedi Lectio
La legge anche quella mosaica è un’interpretazione, non l’interpretazione in assoluto della volontà di Dio. Gesù non ha mancato di ricordarlo. Mentre egli dà valore (compimento) alla legge antica, non manca di sottolinearne le lacune, soprattutto quelle che si riscontrano nella corrente più rigida della spiritualità giudaica, quella dei farisei. Questi sembravano tenere più ad apparire che ad essere giusti, guardavano più alla forma che alla sostanza; si riempivano di pratiche esteriori invece di rinnovarsi interiormente. Agire bene era più un’etichetta che un comportamento veramente religioso. Per questo non aveva valore morale e non conduceva alla salvezza (regno dei cieli).
La reinterpretazione cristiana riguarda tutta l’antica legge, ma nel presente discorso Gesù prende in esame solo alcuni commi e il testo liturgico invita a riflettere sull’omicidio, l’adulterio, lo spergiuro. Più che alla lettera Gesù si richiama allo spirito della legge. Sono, per questo, alla pari dell’omicidio (cfr. Es 20,13) tutti gli altri comportamenti che ledono la dignità della persona, comprese le parole ingiuriose.
Certo quest’ultime non hanno la stessa gravità e la stessa colpevolezza dell’uccisione, ma sono sulla stessa linea, perché ne sono i preamboli e rivelano lo stesso malanimo. Non si può negate che la successione di Matteo (giudizio o tribunale locale, sinedrio o tribunale nazionale o geenna) sia poco evidente. Verosimilmente ha un valore didattico più che teologico, serve a mettere in evidenza la gravità delle offese contro il prossimo, quali che esse siano, più che a stabilire una loro graduatoria.
Un ulteriore rinnovamento è apportato alla legge matrimoniale (cfr. Es 20,14; Dt 5,18). L’adulterio era una violazione del· diritto di proprietà. La donna apparteneva infatti al marito o alla famiglia di origine, nessuno perciò poteva mettersi con lei senza violare impunemente il diritto dei genitori o del marito (Lv 20,10).
Gesù va alla radice del male. Come si arriva all’omicidio attraverso le ingiurie e le offese, si giunge all’adulterio attraverso i pensieri e i desideri nei riguardi di una donna diversa dalla propria moglie. «È dal cuore, dirà più avanti, che vengono i cattivi pensieri, gli omicidi, gli adulteri, le fornicazioni» (15,19). L’adulterio come il furto si maturano prima nel proprio intimo e, una volta compiuta la scelta sbagliata, l’azione esterna non aggiunge molto all’insubordinazione in atto.
C’è sempre una differenza tra il progettare (che a volte è semplice velleità, o tutt’al più spontanea inclinazione) e il fare, ma il desiderio di cui parla l’evangelista è un atto preciso di volontà, una decisione già presa a cui manca solo l’esecuzione, per ragioni esterne ad essa. La colpa è nella risoluzione perché già di per sé è violatrice di un ordine stabilito.
Il giuramento è il segno dell’insicurezza o meglio dell’insincerità con cui si svolgono le relazioni umane. Vi si interpone l’autorità di Dio, per dar loro una migliore garanzia. Ma la proibizione dello spergiuro dimostra che neanche tale interposizione a volte basta. D’altronde Dio interviene tanto poco nelle vicende umane, forse non interviene affatto, che lo si può invocare a garante di quel che si vuole. Gesù sconsiglia ai suoi seguaci il ricorso al giuramento.
Conclusione
I credenti debbono instaurare tra di loro un tale clima di fiducia che debbono esser ritenuti veritieri senza ricorrere a interposizioni superiori. La proibizione del giuramento non ha motivazioni teologiche ma pratiche. La diffidenza il sospetto reciproco minano il clima comunitario. La proibizione è un richiamò alla sincerità come è detto più esplicitamente: «Il sì sia sì, il no sia no» (v. 37).
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