A PROPOSITO DI “SOLIDARIETÀ”

A PROPOSITO DI “SOLIDARIETÀ”

Nella crisi economica, culturale e politica che le democrazie occidentali stanno attraversando, la solidarietà è un principio che, spesso è stato oscurato, ma che, ultimamente, tende a riaffiorare. Questo valore costruisce legami che sprigionano una forza dinamica, capace di trascinare oltre la logica della fratellanza e di mantenere l’orizzonte aperto oltre le miserie del presente: è l’antidoto a un realismo rassegnato che non lascia né speranze, né diritti. Appartiene a una logica inclusiva, irriducibile al profitto, permettendo la costruzione di legami sociali che consentono di continuare a definire “democratico” un sistema politico. Lo sostiene Stefano Rodotà (1933-2017), giurista, politico e accademico, nel suo saggio Solidarietà: un’utopia necessaria. Nel nostro contesto, potrebbe es­sere proprio questa “utopia” a ricucire le fratture sociali, alimentate, in molti casi, dalle disuguaglianze economiche e dalla paura dello straniero: nessuno può essere condannato alla solitudine e all’ab­bandono!

L’esperienza storica ci mostra che, se diventano difficili i tempi per la solidarietà, lo diventano anche per la stessa tenuta della democrazia, perché, come ha evidenziato, nel 1916 Roxa Luxem­burg, mette in pericolo i principi di libertà e di uguaglianza. Urge, quindi, che la solidarietà entri, a tutti gli effetti, nella sfera giuridica per andare oltre la dimensione puramente caritatevole: è il princi­pio di riferimento per la ricostruzione del tessuto politico, istituzionale e sociale, altrimenti ci trove­remmo di fronte all’alternativa “solidarietà o barbarie”.

Nella terribile crisi economica, foraggiata dalla cupidigia, dall’egoismo, dalle disuguaglianze so­ciali e dalla mala politica con tendenze sovraniste, sul cui altare vengono sacrificati i diritti umani, parlare di solidarietà ha ancora senso? Esiste, attualmente, una sfera pubblica, degna di tale nome? Oppure essa è stata occupata da quella economica? Il concetto di “comunità” è ancora, come indica il termine greco koiné, il luogo privilegiato di un effettivo legame organico di persone? O dobbiamo rassegnarci all’individualismo e ad una competizione spietata? È possibile rifondare un’etica di tipo comunitario, contrapposta al feticismo del mercato gestito da un’etica iper-liberista dell’individuali­smo competitivo? La risposta proviene da un prete, che fece della sua vita un costante impegno sociale; si chiamava don Lorenzo Milani: “Chi sa volare, non deve buttare via le ali per solidarietà con i pedoni. Deve piuttosto insegnare a tutti il volo”.

Per salvaguardare la difesa degli interessi privati, nell’attuale modello sociale, si tende a far coincidere la solidarietà con la carità, la beneficenza e la compassione: tutte parole che non appar­tengono al lessico della dignità o dei diritti, ma rinviano alla benevolenza altrui, sottolineando la su­balternità, di chi si trova ad essere nel bisogno. Così, ai più deboli viene negata la loro qualità di soggetti di diritto, mentre la loro dipendenza sociale viene istituzionalizzata. Si parla di poveri, e non di vittime della lotta di classe o massacrati da professionisti dal “colletto bianco”. La loro situazione viene affrontata con la logica del dono, invece di riscoprire gli strumenti politici dell’emancipazione degli oppressi: urge il passaggio dalla carità al diritto.

Nella parabola del Buon Samaritano i farisei chiesero a Gesù: “Maestro, chi è il mio prossimo?”. Non gli chiesero come ci si comporta verso il prossimo. Egli rispose: “Il mio prossimo è chi decido io, non chi sono tenuto a scegliere”. Il tuo prossimo non è determinato dalla nascita, dalla condizione, dalla lingua che parli o dal tuo ethnos, ma da te: la solidarietà per vicinanza, per appartenenza, è facile. La solidarietà dev’essere praticata in tempi difficili, che spingono anche a rotture. Se viene abbandonata, vengono meno le condizioni minime della democrazia, cioè il riconoscimento reci­proco e la pace sociale.

Il mio prossimo è, dunque, colui che si trova nel bisogno; e il bisogno può essere anche una carezza, una parola di affetto, un abbraccio, una critica costruttiva e non necessariamente la fame o il freddo… Il prossimo è un’opportunità e una sfida; mentre il Samaritano è un liberatore. Necessariamente il suo operato non deve essere intrappolato in regole sociali troppo rigide o in istituzioni, con la pretesa del monopolio sulla sofferenza umana, perché, quando la sofferenza e il bisogno sono affidati istitu­zionalmente ed esclusivamente a Enti, allora il cuore dell’individuo diventa arido, e le istituzioni di­ventano mega-macchine burocratiche, in cui il bisogno è trattato come una voce di bilancio. Qui, la solidarietà può sopravvivere nel tempo dell’individualismo crescente? Rodotà risponde collocando la pratica sociale in un quadro di riferimento normativo, perché lo Stato deve tutelare le fasce più deboli con politiche di solidarietà.

Ma la solidarietà è un movimento del cuore, che ci interroga. Se le istituzioni sono fatte da uo­mini che sanno cosa significa l’abbraccio e l’incontro, allora la loro politica sarà ispirata alla solida­rietà. Altrimenti, riempiranno i codici di norme dove si evocano valori nobili, ma poi la loro vita sarà mossa dal nudo interesse personale: la solidarietà non può essere sacrificata agli interessi del mer­cato e del profitto! Essa, infatti, serve a individuare i fondamenti di un ordine giuridico, mancando il quale tutte le nostre difficoltà si esasperano sul terreno personale e sociale.

a cura di Elia Ercolino
(cfr. Presenza Cristiana 2/2026)

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