RICORDANDO UN MISSIONARIO

RICORDANDO UN MISSIONARIO

La “morte di un missionario” è un tema complesso che unisce il cordoglio per la perdita di una vita umana al significato spirituale.

La vita di p. Peppino è un romanzo, una grande avventura degna di essere conosciuta. Per moltis­simi malgasci fu veramente “un fratello” e un amico fedele e generoso, maestro di vita e di lavoro per circa quarant’anni.

È tornato alla casa del Padre “stanco”, per il suo lungo e faticoso cammino, nell’anti-vigilia di Pente­coste per essere ristorato da Colui che accoglie gli affaticati ed oppressi. Che lo Spirito che ha ani­mato la sua vita possa scendere su di noi e animare la nostra esistenza.

Le origini

P. Peppino Cuomo è originario di S. Antonio Abate (NA) dove è nato il 25 settembre 1945. Ha frequentato le Medie nei seminari dei pp. Dehoniani, ma durante il 4° ginnasio è tornato in famiglia, dove ha frequentato l’Istituto Magistrale a Nocera Inferiore (SA). Ma il pensiero di fare il prete… e di farlo in un certo modo, non lo ha mai abbandonato. Nonostante che a Terni abbia vinto il concorso come insegnante di scuole elementari, decise di bussare un’altra volta alle porte dei pp. Dehoniani dove emise la prima professione religiosa il 29 settembre1968. Seguirono i consueti studi teologici presso il Laterano e il 22 dicembre del 1974 venne ordinato sacerdote.

Il 4 ottobre del 1975 partì missionario in Madagascar insieme ad altri due confratelli. Una curiosità: quella sera del 4 ottobre ad accompagnarli all’aeroporto di Fiumicino è stato il p. Giacomo Casolino che, già gli aveva aperto la porta dei pp. Dehoniani, quando il giovane Peppino ha bussato per la seconda volta.

In Madagascar

La sua attività missionaria in Madagascar la conosce solo Dio e la povertà condivisa con i Malgasci immersi nella loro povertà. Ma l’evoluzione di un popolo passa necessariamente attraverso la cul­tura. Così p. Peppino lascia il mondo della foresta e, con l’aiuto di alcuni benefattori, crea una uni­versità.

Ad Antsirabé, nel luglio del 1999, iniziarono la costruzione dell’Ateneo S. Giu­seppe (ASJA), funzio­nante già dall’ottobre 2000. Oggi gli studenti frequentanti sono oltre 2500: è la scommessa a favore della cultura offerta anche a quei giovani esclusi dall’accesso allo sviluppo culturale e professionale specializzato, soltanto perché poveri e impossibilitati a pagare anche la più piccola tassa scolastica. Quest’opera sociale, di grandissimo valore, potrà dare una forte spinta allo sviluppo economico del Paese. Oggi questa università è affiancata da un altro grande ateneo ubicato nell’estremo nord del Madagascar, chiamato anch’esso Ateneo S. Giuseppe Antsohihy (ASJA 2).

Per le sue attività il Governo malgascio gli ha conferito numerose onorificenze: Commentatore, Ca­valiere e Ufficiale della Repubblica.

Speranza e realtà si incontrano in un Vangelo che non delinea solo la strada per il cielo, ma indica metodologie e progetti qui sulla terra, nella creazione di un futuro migliore per le nuove generazioni.

Rientrato in Italia, ma con il Madagascar nel cuore, il brutto male, che non perdona, lo ha colpito fino a divorarlo.

Il commiato

Il congedo da un sacerdote che ha condiviso con noi la fede e i sacramenti, è un momento privile­giato per professare il “nostro” grazie al Pastore Supremo. Ma la morte di queste persone è uno squar­cio che  costringe a fermarci. Non solo per piangere, ma per riflettere e meditare, perché dietro la tonaca, dietro l’altare, dietro il sorriso paziente e la disponibilità costante, c’è un uomo… e troppo spesso ci dimentichiamo.

Il sacerdote non è un eroe solitario, né un distributore automatico di sacramenti. È un uomo che ha risposto a una chiamata radicale, che, per servire, ha fatto delle rinunce: famiglia, carriera affetti… Ma servire non vuol dire diventare invulnerabili. Eppure, alcune comunità cristiane che dovrebbero essere famiglia per lui, spesso diventano gabbie, o peggio, “fosse di leoni” e “covi di vipere”. Tribunali dove ogni parola è giudicata, ogni scelta messa in discussione, ogni difetto ingrandito. Si pretende da lui tutto, senza concedergli nulla: né il diritto alla fragilità, né lo spazio per essere semplicemente umano. Si confonde la missione con la perfezione. Si pensa che l’essere “uomo di Dio” lo renda indifferente alla solitudine, all’incomprensione, all’ingiustizia. Ma non è così. Il sacerdote non smette mai di es­sere uomo e uomo ferito, a volte lasciato solo, ignorato nei suoi bisogni più profondi, così prima o poi c’è il pericolo che crolli.

Alcuni interrogativi

Forse non possiamo sapere cosa passasse nel cuore di p. Peppino quando diceva continua­mente…”sto male…sto molto male…”. Ma possiamo chiederci con onestà: come vengono trattati i preti in alcune comunità cristiane? Li sosteniamo con la stessa forza con cui li critichiamo? Basterebbe, talvolta, una parola buona. Uno sguardo che dica “ci sei, e ti vogliamo bene”. Un gesto semplice, ma auten­tico. Perché la solitudine più dolorosa non è quella dell’assenza, ma quella vissuta in mezzo a tanti, senza essere veramente notati. La comunità cristiana non è un pubblico. Non è un comitato di valutazione. È una casa anche per i pastori della Chiesa.

Chi ama la Chiesa, oggi, deve imparare ad amare anche i suoi pastori. Non idealizzandoli ma stando loro accanto… con tenerezza, con la stessa misericordia che ci aspettiamo da loro. Perché anche loro hanno bisogno di essere salvati.

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