31 Lug Chi paga il prezzo devastante della guerra in Medio Oriente?
L’Iran, sotto l’attacco di Usa e Israele, ha risposto al fuoco. Il conflitto si è esteso al Libano, ai Paesi Arabi, all’Iraq… Il regime criminale di Teheran sembra resistere, destabilizzando l’intera regione. I Paesi europei si sono sfilati dall’azione di Washington e Tel Aviv, ma si muovono a ranghi sparsi.
È una guerra cominciata, a prima vista, senza un piano ben combinato. Forse si sperava in una vittoria nel giro di pochi giorni… Ma, probabilmente, c’è stata una sottovalutazione della reazione iraniana. I vertici del regime sono stati colpiti, eppure la guerra è proseguita, portando con sé numerosi problemi collaterali.
Dal punto di vista politico e del diritto internazionale, si può affermare che questa non è la guerra dell’Europa: è stata avviata da due Stati, senza alcuna autorizzazione Onu e senza una minaccia imminente.
In seguito al raid Usa-Israele in Iran del 28 febbraio e alla morte della guida iraniana Ali Khamenei, Hezbollah, alleato di Teheran, ha reagito con lanci di razzi dal Libano meridionale verso Israele, che ha risposto con bombardamenti e ordini di evacuazione per decine di villaggi. Ma questo, come l’attacco all’Iran, forse, era già nei piani di Israele, nell’intento di ridisegnare la mappa geografica del Medio Oriente.
Un copione già usato a Gaza
Quello a cui stiamo assistendo, in Libano, è l’inequivocabile estensione di un copione già usato da Israele nella Striscia di Gaza: villaggi svuotati dai bombardamenti, punizioni collettive, sfollamenti forzati, terrore contro la popolazione civile e una tensione sociale in aumento tra le comunità palestinesi, già traumatizzate.
Dall’inizio dell’escalation del conflitto in Medio Oriente, i bambini di tutta la regione stanno pagando un prezzo devastante. Mentre continuano gli attacchi in Libano, migliaia di famiglie sono costrette ad abbandonare, in preda alla paura, le loro case, cercano rifugio in centri sovraffollati. Secondo l’Unicef, in Libano più di un milione di persone è costretta a lasciare le abitazioni. Tra esse ci sono 350.000 bambini – quasi un terzo degli sfollati – mentre in tutto il Medio Oriente, circa 44,8 milioni di bambini vivevano già in contesti colpiti da conflitti prima di tale escalation: ci troviamo di fronte non una crisi di sfollati, ma una crisi dell’infanzia. Per molte famiglie, questa non è la prima volta in cui sono costrette a fuggire: è solo l’ennesimo episodio di un ciclo di sconvolgimenti che non accenna a interrompersi.
Il conflitto tra Israele e Hezbollah ha provocato, in Libano, un massiccio esodo dal sud del Paese, in particolare dalle aree di confine con Israele, verso Beirut e le regioni settentrionali, considerate più sicure. Bombardamenti e ordini di evacuazione stanno costringendo gli abitanti ad abbandonare decine di villaggi. Le persone lasciano il sud, la periferia sud di Beirut e la valle della Bekaa per spostarsi, soprattutto, verso il nord. Molti trovano riparo in scuole pubbliche, riconvertite in centri di accoglienza, con la conseguente sospensione delle attività didattiche. Parrocchie, conventi e istituzioni religiose accolgono numerosi sfollati, offrendo ospitalità e assistenza. Il sistema di accoglienza è ormai sotto pressione.
Anche in caso di cessate il fuoco, il ritorno degli sfollati appare incerto. Molte abitazioni sono state distrutte e il rischio è quello di una crisi sociale prolungata, con nuove tensioni e problemi di sicurezza. Nonostante tutto, emerge anche un segnale di speranza: le persone continuano a lavorare e a portare avanti la loro vita; i Libanesi non si fermano: questo dà la forza di guardare avanti, pur in una situazione così difficile.
La sete come arma di guerra
L’organizzazione non profit Oxfam denuncia un crescente rischio di collasso umanitario nel sud del Libano, dove le forze israeliane avrebbero intensificato gli attacchi contro infrastrutture idriche e igienico-sanitarie essenziali per la popolazione, replicando lo schema selvaggiamente già visto a Gaza. “In appena quattro giorni sono stati bombardati almeno otto impianti idrici, da cui dipendevano oltre 7.000 persone nella valle della Bekaa”, afferma Paolo Pezzati, portavoce per le crisi umanitarie di Oxfam Italia, ricordando che la privazione di beni primari come l’acqua è una tattica militare brutale vietata dalle Convenzioni di Ginevra e costituisce un crimine di guerra. Pezzati ricorda ancora come le violazioni riportate rischino di essere “ancora peggiori e più estese” rispetto al 2024, quando oltre 45 reti idriche in Libano furono danneggiate, con conseguenze gravi per centinaia di migliaia di persone. Secondo Oxfam, gli attacchi aerei nel sud del Libano hanno già costretto più di un milione di persone – circa il 19% della popolazione – a lasciare le proprie case, mentre molte comunità rimangono senza acqua potabile e servizi essenziali.
Hezbollah: uno stato nello stato
All’interno della popolazione libanese emergono grandi divisioni: c’è chi, vicino a Hezbollah, sceglie di restare per “resistere” e chi, invece, rifiuta la guerra, alimentando tensioni. Alla base della crisi, secondo mons. Hanna Rahmé, vescovo maronita di Baalbek-Deir El-Ahmar, c’è la debolezza dello Stato libanese. Hezbollah, fondato nel 1982, “ha costruito uno Stato nello Stato” con il sostegno iraniano, consolidando la propria influenza anche nelle istituzioni. “Non si accede agli apparati statali senza passare da Hezbollah o da Nabih Berri”, figura centrale della politica libanese. Tuttavia, non tutti gli sciiti sostengono l’islam politico; il rischio di uno scontro tra esercito e Hezbollah è reale e va evitato. Ma disarmare Hezbollah, riconosce il presule, sarà difficile: il movimento dispone di armi sofisticate e infrastrutture militari nascoste, mentre l’esercito libanese non ha le stesse capacità. Un segnale politico significativo arriva dalla recente decisione delle autorità libanesi di dichiarare “persona non grata” l’ambasciatore iraniano, a cui hanno intimato di lasciare il Paese. “È stato un atto coraggioso – commenta mons. Rahmé – tuttavia non ci sarà cambiamento in Libano senza un cambiamento in Iran”. E avverte: “Se continueranno i bombardamenti israeliani e Hezbollah manterrà le sue armi, la guerra continuerà”.
Il prezzo della guerra
“Le élite” politiche e militari, che da un mese alimentano l’escalation di guerra in Medio Oriente, sembrano non comprendere che sono decine di milioni i civili a sopportare il peso di violenze, sfollamenti e distruzioni.
Secondo Jan Egeland, segretario generale del Norwegian Refugee Council, basterebbe una minima parte dei miliardi spesi finora in questa guerra per garantire assistenza vitale ai milioni di persone in difficoltà. In Libano soltanto, i bisogni umanitari, legati all’attuale escalation, potrebbero essere coperti dall’equivalente di otto ore di spese di guerra.
La guerra, però, presenterà il suo conto da pagare, non con la tregua o la cessazione delle ostilità, ma nella ricerca di una guarigione del trauma che durerà per generazioni, richiedendo attenzione e ascolto.
Fr. Roger Schutz, fondatore della comunità monastica di Taizé. diceva sempre: non c’è mai una nazione da incolpare. Ci sono leader che sfruttano una situazione, ma la loro colpa non può mai ricadere su una intera Nazione: i semi di violenza rischiano di perpetuarsi quando demonizziamo intere nazioni; non possiamo permettercelo. È giusto che in tempo di guerra, dobbiamo essere vicini a chi soffre di più. Ma quando arriverà la pace, dovremo essere pronti anche ad aiutare chi si trova dall’altra parte a superare il proprio trauma e il proprio senso di colpa.
Il racconto dei media e dei social
Il racconto dei media e dei social può anestetizzarci. Viene minimizzato quello che resta sotto le macerie: sangue, morti e feriti, drammi familiari, migrazioni forzate… ci si rende conto che sotto le bombe muoiono le persone, crollano case, ospedali e scuole, le sofferenze e le povertà crescono in maniera smisurata… Peraltro, ci sono espressioni religiose vicine ai poteri politici che sono ben lontane dal seminare parole e gesti di riconciliazione e di pace.
La denuncia del cardinale Blase Joseph Cupich, arcivescovo di Chicago, contro la narrazione della guerra come un videogioco apre una domanda: come raccontiamo oggi i conflitti? Tra analisi militari, strategie e pronostici, il rischio è smarrire il volto umano della guerra dimenticando morti, feriti e sfollati.
La guerra scatenata da Trump e Netanyahu in Medio Oriente non è un videogioco e la nostra unica preoccupazione ora non può essere il rincaro dei prezzi dei carburanti alle pompe di benzina. La narrazione quotidiana del conflitto, iniziato il 28 febbraio scorso, che parla prevalentemente di obiettivi colpiti o mancati, utilizzo di droni e armamenti, possibili dispiegamenti di truppe, strategie militari e mercantili…, rischia di veicolare una visione pericolosamente distorta di quanto sta accadendo. Una visione “disumana”, che il cardinale statunitense Cupich ha definito “trasformata in videogame”.
A suscitare l’intervento dell’arcivescovo di Chicago è stato un video, pubblicato sui canali social ufficiali della Casa Bianca, in cui alcune scene di popolari film d’azione vengono intervallate, a riprese reali, dagli attacchi contro l’Iran. “Una vera guerra, con vera morte e vera sofferenza, trattata come se fosse un videogioco – ha dichiarato Cupich in una nota – mentre uomini, donne e bambini muoiono dopo giorni di bombardamenti missilistici statunitensi e israeliani: tutto questo è disgustoso! Non dimentichiamolo: il lancio di un missile non è un punto sul tabellone… è una famiglia in lutto”.
Secondo un report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, tra Iran e Libano i morti sarebbero ormai oltre 2500, i feriti hanno superato di molto i ventimila, circa un milione gli sfollati. Ma questo per molti, oggi, sembra contare meno del carburante a due euro al litro o di una mancata vacanza a Dubai.
a cura della Redazione
(cfr. Presenza Cristiana 3/2026)
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