29 Ago “…RICORDATI: GUARDATI BENE DAL DIMENTICARE…”
Nel Deuteronomio, 5° libro della Bibbia, riscontriamo degli imperativi ripetuti e scanditi con un accorato appello: Ricordati, Non dimenticare, Guardati bene dal dimenticare. C’è da chiedersi: “perché’ nel Deuteronomio la memoria, con l’invito a “ricordare”, ha una funzione talmente rilevante da sembrare essere una legge, addirittura superiore alla morale?
Il senso di smarrimento, che può colpire l’individuo o una collettività di fronte a certe digressioni, può essere sopportato con rassegnata passività, ma può anche capovolgersi in una fuga nostalgica verso il passato, per trasformarsi in memoria alterata. La memoria non è una sorta di vagabondaggio nel tempo trascorso, per ricreare un mondo sottratto alle leggi del tempo, ma rimane decisamente ancorata alle ragioni del presente. Il passato è soltanto un campo di osservazione; visitarlo, costantemente, significa ricercare quei segni che possono essere determinanti per il presente in cui si sta vivendo: significa intessere una relazione critica (dal greco krino: discernere, valutare, selezionare) e dialogante con il passato, per comprendere l’articolazione delle sue connessioni con il presente, affinché quelle storie diventino nostre. In questa prospettiva, la memoria può abbandonare certi tratti individualistici ed episodici, per diventare patrimonio della collettività. “Ricordare”, nel senso etimologico, significa “riportare al cuore”,
«Un popolo senza memoria è un popolo senza futuro»: così lo scrittore cileno Luis Sepúlveda sottolineava lo stretto legame che esiste tra il passato, custodito dalla memoria, la comprensione del presente e la costruzione del futuro. In un mondo sempre più accelerato, con una memoria sempre più “a breve termine”, riscoprire questo principio risulta decisivo, affinché l’umanità del nostro tempo non sia condannata a ripetere i propri errori, ma a maturare per riconoscere il tesoro delle proprie conquiste.
In altre parole, non è più la persona solitaria che cerca, nella memoria, una possibile via di uscita dal pantano in cui si trova, ma è la collettività che sente il bisogno di “ricordare” per la propria sopravvivenza e il proprio futuro cammino. Ricordava George Santayana: “Chi non si ricorda del passato è condannato a ripeterlo”.
La dimenticanza, colpevole e interessata, è la tentazione seria, a cui anche la nostra cultura occidentale è esposta. Si dimentica, perché è più comodo, soprattutto quando l’oblio riguarda qualcosa di spiacevole del proprio passato, con cui si preferirebbe non dover fare i conti: una dimenticanza deresponsabilizzante, alla fine, pretende di semplificare la vita e di risolvere i problemi, nascondendoli alla vista. Ma senza una memoria, integra e luminosa, non si progredisce e non si cresce. Senza memoria non è possibile sapere da dove si proviene, verso dove si è diretti, e a che punto del cammino ci si trova. La perdita di memoria è, sic et simpliciter, perdita di identità! Fare memoria, quindi, ci fa bene; perché solo così possiamo tracciare la rotta senza cadere nella trappola di chi (come diceva Kierkegaard) la scambia con il menu del giorno.
La memoria non mira a esorcizzare il male, ma, secondo il Deuteronomio, è una sorta di riflessione sulla fecondità del bene che, pur se collocato nel passato, è però soggetto di sviluppi nel presente. La grande originalità del discorso biblico sta nel leggere il passato come un “oggi”: la memoria ridesta il coraggio creativo per l’oggi e per il domani.
Presente e futuro sarebbero difficili da affrontare senza il sostegno della memoria: il presente, pieno di tensioni e di contraddizioni, sembra mortificare ogni possibile speranza, il futuro incombe misterioso e minaccioso, creando uno stato di tormentosa ansietà.
Il fondamento stabile, su cui la fede si appoggia, è la memoria di ciò che Dio ha già operato per il suo popolo. Si comprende, così, come la Bibbia racchiuda non tanto concetti astratti, massime sapienziali e affermazioni dogmatiche, ma un lungo elenco di eventi da ricordare. Qui, il fare memoria, quella storica, quella che ti costringe a fare i conti con un passato ormai remoto, non ti fa sconti, a meno che non la si faccia per pura retorica e per sentirsi in pace.
Abraham Heschel, in proposito, rileva: “Gli Ebrei non hanno conservato gli antichi monumenti. La luce che si è accesa nella loro storia, non si è mai spenta. Con vigorosa vitalità, il passato continua a sopravvivere nei loro pensieri, nelle loro interiorità, nei loro riti… il ricordo è un atto sacro: noi santifichiamo il presente rammentando il passato”. Potremmo aggiungere: per la forza del passato noi ci apriamo un varco verso il futuro.
La memoria, anche se costituisce un vaccino prezioso, sotto il peso di circostanze violenti, può diventare fragile, con il rischio di essere sconfitta dai nuovi barbari, che impongono, con ogni mezzo, la “Damnatio memoriae”, perché la memoria incarnata è sovversiva e irriverente … è una forza vitale e un “serbatoio di senso” che impedisce alla sopraffazione, con il suo carico di dolore, di costruire il suo futuro.
a cura di Elia Ercolino
(cfr. Presenza Cristiana 2026/04)
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