XXII “RAPPORTO DI ANTIGONE”: LE CONDIZIONI DI DETENZIONE IN ITALIA

XXII “RAPPORTO DI ANTIGONE”: LE CONDIZIONI DI DETENZIONE IN ITALIA

Il XXII “Rapporto di Antigone” sulle condizioni di detenzione in Italia, dal titolo “Tutto chiuso”, è stato realizzato attraverso 102 visite di monitoraggio svolte negli istituti penitenziari di tutta Italia dall’Os­serva­torio di Antigone sulle condizioni di detenzione. I numeri offrono un’immagine allarmante della situa­zione: dall’anno scorso ad oggi è peggiorata sostanzialmente su tutti i fronti, ma la cosa non sorprende; negli ultimi 12 mesi nessuna iniziativa è stata presa per porvi rimedio. Così il quadro che emerge è quello di un sistema penitenziario sempre più lontano dal dettato costituzionale e sempre meno capace di garantire sicurezza.

Le carceri italiane sono oggi più affollate, più chiuse e il governo continua ad aggravare l’emergenza penitenziaria con nuovi reati, aumenti delle pene e nuovi annunci di edilizia penitenziaria, con i nu­meri che raccontano il fallimento di questo approccio.

Cresce la popolazione carceraria

Al 30 aprile 2026 nelle carceri italiane erano detenute 64.436 persone, a fronte di una capienza regola­mentare di 51.265 posti che si riducono a soli 46.318 posti realmente disponibili. Il tasso reale di sovraf­follamento ha raggiunto il 139,1%. Sono ormai 73 gli istituti con un tasso di affollamento pari o superiore al 150%, mentre in 8 carceri si supera addirittura il 200%. Gli istituti non sovraffollati sono appena 22 in tutta Italia. Nonostante il governo abbia annunciato da tempo un piano carceri, i posti real­mente disponibili sono addirittura diminuiti di 537 unità dall’avvio del piano stesso. Nel frat­tempo, dal 2018 al 2024, i tribunali di sorveglianza hanno accolto oltre 30 mila ricorsi per trattamenti inumani o degradanti subiti dalle persone detenute. Numeri superiori a quelli che portarono la Corte europea dei diritti umani, con la sentenza Torreggiani adottata l’8 gennaio 2013, presa all’unanimità, a con­dannare l’Italia per la violazione dell’art. 3 della Convenzione europea dei diritti umani. Allora i ricorsi presentati furono circa 4.000.

Più galera non significa più sicurezza

L’aumento delle presenze non dipende da un aumento della criminalità. I reati in Italia restano so­stan­zialmente stabili e nei primi mesi del 2025 risultano addirittura in calo dell’8%. Calano anche gli ingressi in carcere e continua a diminuire il ricorso alla custodia cautelare, che oggi riguarda il 24,1% delle per­sone detenute.

A crescere sono le pene più lunghe e gli effetti delle politiche punitive adottate dal governo, che dall’inizio della legislatura ha introdotto oltre 55 nuovi reati, più di 60 aggravanti e oltre 65 aumenti di pena.

Ma soprattutto il sistema continua a fallire sul terreno decisivo: evitare che chi esce dal carcere torni a delinquere. Oggi solo il 40,8% delle persone detenute è alla prima carcerazione. Il 45,9% è già stato in carcere da una a quattro volte. Il 10,6% da cinque a nove volte. Il 2,7% addirittura più di dieci volte. È la dimostrazione di un sistema che non reinserisce, ma produce solo più insicurezza.

Del resto i dati sulle attività che sarebbero fondamentali per i percorsi di reinserimento spiegano bene il perché di questa recidività, con investimenti largamente insufficienti: solo il 29,3% delle per­sone detenute lavora; l’85,6% di queste lavora alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, spesso in mansioni poco spendibili fuori; solo il 4,9% lavora per soggetti esterni; appena il 7,9% frequenta corsi di formazione professionale; solo il 31% frequenta percorsi scolastici; appena il 3% è iscritto all’università.

A tutto questo si aggiunge un segnale estremamente preoccupante: per la prima volta rallenta, e in alcuni casi arretra, il sistema delle misure alternative alla detenzione. Dal carcere si esce sempre meno. Così, mentre il carcere continua a riempirsi, gli strumenti di detenzione alternativa, che po­trebbero alleggerire la pressione sugli istituti e favorire percorsi più efficaci di reinserimento, vengono utilizzati sempre meno.

Drammatico aumento di tensione in carcere

Il titolo del rapporto di Antigone, “Tutto chiuso”, fotografa perfettamente un panorama in crescente ten­sione negli istituti di pena italiani. Oggi oltre il 60% delle persone detenute trascorre quasi tutta la giornata chiusa in cella. Solo il 22,5% si trova in sezioni a sorveglianza dinamica. Negli ultimi mesi delle circolari del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria (DAP) hanno ulteriormente limitato libertà di movimento, attività e aperture verso l’esterno. Nel promuovere queste misure si è fatto spesso riferimento a presunte questioni di sicurezza all’interno degli istituti, ep­pure, proprio a partire da queste misure, è cresciuta la tensione, come dimostrano i dati: le aggressioni contro la polizia penitenziaria sono passate da 2.154 a 2.423 (+12,4%); le aggressioni tra persone dete­nute sono passate da 3.356 nel 2021 a 5.812 nel 2025 (+73%); gli atti turbativi dell’ordine e della sicu­rezza sono aumentati del 27,6%. Nel 2025 almeno 82 persone si sono tolte la vita in carcere. Dall’inizio del 2026 i suicidi sono già 24. In meno di un anno e mezzo sono morte suicide 106 persone detenute. Gli atti di autolesionismo restano oltre quota 2.000 ogni 10.000 detenuti: significa che mediamente un detenuto su cinque compie gesti autolesivi. Questi numeri raccontano una crisi strutturale, non emer­genze isolate.

Le richieste di Antigone

Di fronte a questo scenario Antigone chiede al Governo “un piano Marshall” per le carceri riempien­dole di vita allo scopo di ridurre il numero dei suicidi; il ritiro di tutte le circolari che hanno chiuso il carcere a partire da quelle sulla media e alta sicurezza; misure urgenti per ridurre il sovraffollamento; maggiore accesso alle misure alternative; predisporre l’accesso alla detenzione domiciliare per tutti coloro che hanno da scontare un fine pena inferiore ai 12 mesi; investimenti per il lavoro professio­nalizzante; apertura di sezioni di liceo e di poli universitari; sport per tutti d’estate all’aperto in ogni carcere; il ripristino di modelli di custodia aperta e della sorveglianza dinamica; telefonate quotidiane; la riduzione dell’uso dell’isolamento e la limitazione della sorveglianza; inter­venti immediati per pre­venire suicidi e autolesionismo; costituzione di parte civile del Governo in ogni procedimento per tortura o lesioni commesse da esponenti del Corpo di Polizia penitenziaria o altri membri dello staff; screening generale di salute per tutti i detenuti; nuove politiche di riduzione del danno per tossicodi­pendenti e consumatori di droghe; restituire al direttore il pieno potere di gestione del carcere; can­cellare la norma che prevede l’istituzione di agenti sotto copertura; cancel­lare la norma che ha pro­dotto l’aumento dei bimbi in carcere con le mamme; cancellare la norma che prevede il delitto di rivolta penitenziaria che punisce con anni di galera la disobbedienza non vio­lenta.

Il carcere: luogo dove operatori e reclusi sono più soli

Che il carcere chiuso sia un carcere più sicuro è una vera chimera: qui le persone e gli operatori sono più soli e più abbandonati, dove, a volte, le giornate passano nella noia e nell’apatia, con l’uso di psicofarmaci come elemento “calmante” e “stabilizzante”. Bisogna invece aprire il carcere, al mondo esterno, al volontariato, alle attività. Promuovere investimenti per aumentare i corsi scolastici e di forma­zione professionale, semplificare il peso della burocrazia per attrarre aziende e incentivare i datori di lavoro privati. Oggi il carcere è lontano da tutto questo e vi si sta allontanando sempre di più, tradendo la funzione costituzionale della pena e incentivando la recidività. Un governo che ha approvato due decreti sicurezza in pochi mesi è paradossale che ignori quanto il carcere, sia un luogo insicuro che produce insicurezza, sostiene Patrizio Gonnella, presidente di Antigone.

Gli ostacoli

“Ci rendiamo conto un po’ tutti che le maglie sono sempre più strette, è molto più difficile fare delle attività perché la sicurezza è sempre più debole – racconta al Sir don Adamo Affri, cappellano del carcere di Pia­cenza -. Ci sono poche guardie, sempre sotto organico. Coloro che ci sono, comunque sono dei ragazzi-agenti alle prime armi, con tutto quello che questo vuol dire.”

Nelle carceri italiane si registrano diffuse difficoltà nello svolgimento di lavoro, istruzione, formazione, attività sociali e rieducative. Le cause sono: sovraffollamento, carenze strutturali e mancanza di per­sonale. Questi fattori compromettono uno degli obiettivi fondamentali del sistema penitenziario: la rieducazione del detenuto. La circolare del Dap del 21 ottobre 2025 ha contribuito ad aggravare le difficoltà, soprattutto sul piano operativo delle attività, prevedendo la centralizzazione dei nulla osta per le attività che servirebbero al reinserimento sociale dei condannati.

Il cappellano aggiunge: “C’è anche un altro fatto da tenere in considerazione: l’incontro con un de­tenuto è l’incontro con tutta la sua rete familiare. Quando tu cerchi di sostenere e di riaccendere quella piccola speranza che è dentro quella persona, in realtà ti rendi conto che fai del bene anche a tanti altri”.

La strada da percorrere è quella della relazione personale, perché gli individui che si sentono ac­compagnati facciano uno scatto positivo in avanti.

(Foto di Quilia su Unsplash)                                                                                       

a cura della Redazione

(cfr. Presenza Cristiana 4/2026)

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