12 Ott SORELLA ACQUA, FRATELLO CLIMA
Un numero crescente di studi scientifici, mette in evidenza come i cambiamenti climatici stiano provocando modificazioni profonde in vari processi naturali, non ultimo quello dell’acqua. Con la temperatura terrestre, che continua a salire, – il 2024 è stato il più caldo degli ultimi 175 anni – il pianeta sta sperimentando situazioni estreme di segno opposto, rispetto al ciclo dell’acqua. A momenti in cui ce n’è troppa, a causa di piogge torrenziali e dello scongelamento dei ghiacciai, si alternano periodi in cui ce n’è troppo poca, per il protrarsi della siccità. In un caso e nell’altro con gravi danni per le popolazioni. La sovrabbondanza provoca alluvioni e innalzamento dei mari; la siccità accresce il rischio di incendi e riduce la portata di fiumi e laghi.
La siccità e lo sfruttamento degli acquiferi sotterranei
Secondo uno studio pubblicato dalla rivista Science Advances, il 75% della popolazione mondiale, all’incirca sei miliardi di persone, ormai vive in territori dove la siccità si fa sentire in maniera importante, con una serie di effetti a catena. Via via che si riduce l’acqua di superficie, c’è la spinta ad estrarla dai depositi sotterranei che, però, hanno il limite di non essere rinnovabili o, quanto meno, non in tempi rapidi. Di conseguenza, possono esaurirsi velocemente, con gravi conseguenze per agricoltura, industria e ambito domestico. Secondo alcuni ricercatori, che hanno condotto questo studio, lo sfruttamento degli acquiferi sotterranei è responsabile del 68% della perdita di disponibilità d’acqua registratasi dal 2002 ad oggi, nelle regioni senza ghiacciai. Una di queste è l’area sud occidentale della California, dove le aziende agricole, per decenni, hanno estratto acqua in maniera indiscriminata fino a provocare un abbassamento delle falde acquifere tale da provocare crolli di strade, ponti, edifici.
Il fenomeno della subsidenza
Fra il 2012 e il 2016, molti suoli della Central Valley sono sprofondati, anche di 60 centimetri, come risultato della scarsità di piogge e della continua estrazione di acqua da parte degli agricoltori. Il fenomeno si chiama subsidenza ed è presente anche in Italia, come testimonia il Dipartimento della Protezione civile: “Nel nostro Paese fenomeni di lenta subsidenza si sono verificati lungo la fascia costiera adriatica da Rimini a Venezia, specialmente nei pressi del Delta del Po, ma anche nei dintorni di agglomerati urbani come Milano, Bologna e Modena: in queste zone, soprattutto, per l’estrazione di acqua dal sottosuolo. Casi più recenti, sono stati segnalati in Puglia, nella piana di Sibari e nella pianura Pontina. In Italia, i fenomeni di dissesto provocati da cavità sotterranee sono frequenti e hanno determinato, spesso, ingenti danni materiali e, in molti casi, anche la perdita di vite umane”.
La contaminazione dell’acqua con materiali tossici
Oltre alla subsidenza, lo sfruttamento eccessivo degli acquiferi sotterranei può scatenare vari altri problemi, tra cui la contaminazione dell’acqua con materiali tossici, come arsenico, molibdeno, nichel. Il fatto è che quando le falde acquifere sono sfruttate in maniera eccessiva, si attivano delle variazioni di pressione idrica e di flussi d’acqua che possono provocare lo spostamento di contaminanti pericolosi, contenuti nelle rocce sedimentarie circostanti. Ne sa qualcosa l’India, che ha il primato per lo sfruttamento dei depositi sotterranei, soprattutto negli stati del Punjab e del Karnataka. Secondo la dottoressa Veena Srinivasan, direttrice di WELL Labs, in India: “stanno aumentando i casi di cancro, dovuti al fatto che i sistemi di trattamento non sono in grado di gestire la contaminazione dell’acqua”.
L’allarme salinizzazione
Pietro Teatini, Professore Associato presso l’Università di Padova, avverte che, nelle zone costiere, c’è anche l’allarme salinizzazione, in quanto: “lo sfruttamento eccessivo delle falde acquifere può richiamare acqua salata dal mare”. Un problema esistente anche in Australia, Spagna, Danimarca, Vietnam, solo per citare alcuni Paesi. E questo non senza conseguenze per la salute umana, come segnala la rivista Lancet: “In alcune regioni, si assiste a un aumento significativo di persone con insufficienza renale, a causa del consumo prolungato di acqua con eccessivi tassi di salinità.”
“Ripristina, limita, raccogli, ricicla”
Visto il ruolo giocato dalle falde sotterranee e la lentezza con la quale possono rigenerarsi, gli scienziati ci invitano ad agire con urgenza per preservarle. E se un serio monitoraggio del loro livello rappresenta la prima cosa da fare, altri interventi si impongono con forza e sintetizzabili in quattro imperativi chiave: ripristina, limita, raccogli, ricicla. Ripristinare significa ricreare condizioni idonee affinché sorgenti, fiumi e laghi tornino ad essere i nostri principali fornitori di acqua. Un obiettivo che si può raggiungere combattendo la siccità tramite l’abbattimento, rapido e significativo, delle emissioni di anidride carbonica, origine dei cambiamenti climatici e quindi delle alterazioni del ciclo dell’acqua. Ma serve l’impegno di tutti: della politica che deve intervenire, attraverso la via legislativa, fiscale e di bilancio, per orientare le scelte di imprese e consumatori; delle imprese che devono compiere scelte produttive più sostenibili; dei consumatori che devono convertirsi a stili di vita meno inquinanti e dissipativi. Cambiamenti che non devono riguardare solo ciò che ha a che fare con le emissioni di anidride carbonica, ma anche col consumo di acqua, tenendo presente come si sprechi oro blu non solo quando si cucina e si lava, ma ogni volta che si consuma qualcosa.
Il nostro consumo giornaliero di acqua
L’acqua, infatti, entra in infiniti i processi produttivi. Se facessimo la somma di tutti i litri che si nascondono dietro al nostro modo di vivere, scopriremmo che il nostro consumo giornaliero di acqua ammonta a 5mila litri al giorno. Basti dire che ci vogliono 7.700 litri per il copertone della ruota d’un auto, 695 litri d’acqua per un pannolino usa e getta, 2 litri per il vasetto in plastica dello yogurt. Ecco perché, per ridurre la nostra impronta idrica, non basta gestire più sapientemente il rubinetto, è necessaria anche la sobrietà di ciascuno, in senso lato.
Oltre a limitare il consumo di acqua, dobbiamo riscoprire un’altra pratica, largamente, in uso quando si viveva in maniera più semplice. Si tratta dell’abitudine di dotare le case di cisterne per la raccolta di acqua piovana. Forse questa pratica sta tornando alla ribalta con progetti innovativi, sia da un punto di vista architettonico che tecnologico. Valgano, come esempio, le water tower, grandi imbuti collocati nei giardini, e le eol’eau, collettori ruotanti che, oltre a raccogliere acqua piovana producono, sotto l’urto della pioggia, energia elettrica. Acqua che, in seguito, potrebbe essere utilizzata per irrigare il giardino, lavare l’auto e sbarazzarci delle nostre deiezioni, perché, se c’è una cosa assurda è usare l’acqua potabile per lo scarico del wc.
E il riciclo?
E per finire il riciclo, che significa non gettare l’acqua finché può essere usata, sia in ambito produttivo che domestico. Oggi, metà della popolazione mondiale vive nelle città e consuma, ogni giorno, milioni di metri cubi di acqua che vanno recuperati almeno per gli usi agricoli. Obiettivo possibile da raggiungere lo mostrano alcuni depuratori modello, come quello di Aarhus (Danimarca) o di Singapore. E Se per recuperare l’acqua delle città servono notevoli investimenti, un contributo a costo zero può cominciare a darlo ciascuno di noi con piccoli accorgimenti, come quello di usare l’acqua, in cui abbiamo lavato l’insalata, per sgrossare i piatti e poi usarla per il wc. Una sorta di economia circolare del colibrì, adottata da chi non si chiede se l’umanità si salverà, ma se egli stesso sta facendo tutto il possibile per aiutarla a salvarsi.
(United Nations Photo Original License CC BY-NC-ND 2.0)
di Francesco Gesualdi
(cfr. Presenza Cristiana 4/2026)
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