Proposta di omelia per la 3a Domenica di Pasqua (19 aprile 2026)

Proposta di omelia per la 3a Domenica di Pasqua (19 aprile 2026)

L’ANNUNZIO PER ECCELLENZA

(At 2,14.22-33; 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35)

La Pasqua è l’evento centrale del Vangelo: la liturgia soprattutto in questo periodo non fa che ribadirlo. Non è stato facile alla comunità apostolica formulare al riguardo un annunzio convincente, soprattutto suffragarlo con adeguate prove, ma alla fine sembra esserci riuscita, visto lo spazio che il messaggio pasquale occupa nelle fonti neotestamentarie.

I primi discorsi di promulgazione evangelica di cui si hanno tracce negli Atti provano ad affrontare il tema della risurre­zione cercando prove scritturistiche, che in fondo non esistevano; per questo quelle addotte non sempre fanno al caso. Per l’autore della 1Pt «la risurrezione di Gesù Cristo dai morti» è ormai un dato tradizionale che non ha bisogno di convalide (1,3). Ma l’apologeta che parla in Lc 24 «cerca cominciando da Mosè e da tutti i profeti» di spiegare «in tut­te le Scritture» ciò che si riferiva al Cristo morto e risorto (v. 27).

Prima lettura: «Quell’uomo Gesù» (At 2,22)

Il richiamo all’esistenza storica di Cristo è sempre il punto di partenza della catechesi apostolica. Gesù è uscito da questo mondo e vive tuttora, ma egli è stato prima un personaggio di questa terra; ha svolto una missione che gli uomini, prima di tutti i giudei, debbono conoscere e accettare. Egli è stato un inviato di Dio, uno che si è presentato in suo nome e a cui Dio ha accordato le sue credenziali, i «segni» e i «prodigi» che davano a rico­noscerlo come suo rappresentante. Missione e garanzie che erano state di pubblico dominio e di cui tutti po­tevano essere a conoscenza o potevano informarsi.

La morte di Cristo è frutto di una sentenza iniqua, ma la predicazione apostolica ha cercato di cancellare l’umi­liazione e la sconfitta ricollegandola a una superiore decisione divina di cui i giudei sono stati dei maldestri ese­cutori, che per loro maggior onta si sono, per di più, serviti dell’appoggio delle autorità pagane (gli «empi»). La colpevolezza giudaica non è calcata, ma nemmeno passata sotto silenzio; Pietro la sottace per tenere ferma la rea­zione dell’uditorio davanti all’annunzio che sta per dare: la risurrezione del crocifisso. Dio l’ha consegnato alla morte ma per chiamarlo a nuova vita, poiché secondo quanto afferma il Salmista non poteva permettere che «il santo vedesse la corruzione» (Sal 16,10). Di fatti il salmo raccoglieva le speranze del giusto perseguitato, la cer­tezza che gli veniva dalla sua fede e la sicura vittoria che l’attendeva. Non vi poteva essere un testo migliore per esprimere i sentimenti di Cristo in croce. Le «angosce» della morte non gli impediscono, anzi non avrebbero do­vuto impedirgli di intonare il suo canto di vittoria.

Seconda lettura «L’ha risuscitato dai morti» (1Pt 1,21)

Le preoccupazioni della 1Pt sono pastorali, solo incidentalmente si affacciano richiami teologici, come presuppo­sto dei comportamenti etici. «Ad immagine del (Dio) santo» i fedeli debbono essere anch’essi «santi»; come «figli obbedienti» debbono nutrire timore e rispetto verso colui che è il loro «padre» (vv. 14-15). La vita è un «pellegri­naggio» verso il cielo, dall’esilio verso la patria (v. 7). La mèta detta legge anche alla marcia da tenere per non finire fuori strada e soprattutto per non giungere a un’altra destinazione. L’autore deve richiamarsi anche al giudizio di­vino: si vede che la situazione non era esemplare.

La nuova vita che il cristiano è chiamato a custodire non è poi di così poco prezzo che egli possa mettere in pe­ricolo con leggerezza. Essa è costata a Cristo la rinuncia alla propria.

L’autore con tutta la tradizione neotestamentaria interpreta la morte di Gesù in croce in chiave sacrificale (capro espiatorio, agnello pasquale). È un olocausto che sale gradito a Dio e da cui ridondano i supremi bene­fici sull’umanità. Un’interpretazione tuttavia che non lascia convinto il teologo moderno, mentre trova con­ sensi la catechesi cristologica dei vv. 20-21. Il disegno salvifico precede l’uomo e la storia e in esso trova un posto centra­le Cristo attraverso il quale gli uomini scoprono Dio e la gloria che li attende presso di lui.

Vangelo «Camminava con loro» (Lc 24,15) vedi Lectio

Il testo di Lc 24,13-35 è un brano della catechesi apostolica sulla risurrezione. La chiesa è giunta a questa con­vinzione «ricordando» quello che Gesù aveva detto ai suoi discepoli «quando era con loro in Galilea» (24,6). La sua parola è sempre il punto di riferimento e di confronto.

I due discepoli, che lasciano Gerusalemme e se ne tornano sfiduciati nel loro villaggio di origine, segnalano lo stato d’animo dei credenti non ancora pervasi dalla fede nella risurrezione. Abbandonare Gerusalemme significa non attendere più l’appuntamento con Cristo risorto. Ma Gesù non ha abbandonato la sua comunità; «cammina» a suo fianco; i discepoli tuttavia non se ne accorgono, non sono in grado di riconoscerlo. L’adesione di fede non è un approccio qualunque: ha bisogno di presupposti che spesso mancano, prima di tutto la fiducia, l’abban­dono nella parola del maestro senza la pretesa di capirla, di averne tutte le necessarie verifiche. I due discepoli sembrano accettare «il profeta potente in parole ed opere» ma sono sorpresi dalla conclusione che ha avuto la sua esperienza. È morto e non ha dato più alcun segno di sé, quindi è tutto finito nel nulla. Qualche voce sembra es­sere circolata sulla sua possibile sopravvivenza, ma non sono le prove convincenti di cui essi avevano bisogno, per questo desistono dall’attendere ancora e se ne tornano a casa.

La chiesa apostolica ha passato momenti difficili e quando l’evangelista scrive le difficoltà non erano del tutto su­perate; per questo racconta, con tanti dettagli, l’esperienza di Emmaus. È il dramma non di qualche discepolo ma di tutta la chiesa delle origini.

La vittoria è più il frutto della perseveranza, dell’insistenza di Gesù che della fedeltà dei suoi discepoli. È lui che, segretamente e apertamente, continua a interrogare, interpellare, catechizzare, rimproverare i suoi seguaci per portarli alla comprensione delle Scritture, attraverso le quali potevano trovare intelligibile anche il suo miste­ro. Egli non sembra avere prove più forti da addurre al di fuori della testimonianza stessa di Dio che si trova espres­sa nel libro che, per eccellenza, ha lui per autore. E la parola di Dio, soprattutto quando è ripetuta da Gesù, non può non essere convincente: essa ha acceso una fiamma nel cuore dei due ascoltatori e ha fatto brillare una luce nelle loro menti, quella che promana dalla risurrezione.

La liturgia della parola termina nella celebrazione eucaristica. È sempre «sera» quando il Signore è lontano dai suoi come è sempre «giorno» quando è con loro. La chiesa itinerante compie una pausa di riflessione e di ristoro. La «mensa» nel Nuovo Testamento non può non richiamare quella eucaristica (cfr. 1Cor 10,21); lo spezzare del pane e le parole di benedizione ricordano il rito dell’ultima cena (Lc 22,19) e collateralmente della moltiplicazione dei pani (Lc 9,16).

Non è perciò arbitrario supporre un riferimento all’eucarestia: il momento in cui la comunità si pone a tu per tu da­vanti al Cristo, al mistero della sua morte e risurrezione (cfr. Lc 22,19-20; 1Cor: 11,26). È l’istante in cui l’incontro con Cristo può realmente avvenire e avviene di fatto. Non si tratta di ricevere supinamente un pane ma di capire il senso di quello «spezzare» e di sentirsi pronti a ripeterlo nella e mediante la propria vita.

Tra Cristo e il cristiano sono scomparse le differenze, le contrapposizioni, e uno si ritrova e si riconosce nell’al­tro. Ma anche qui sono da bandire le «sperimentazioni»; si tratta di pura fede e di solo amore. I discepoli non «vedo­no» Gesù con i loro occhi (v. 31), ma lo sentono nel loro cuore, avvertono la sua carica di amore ed è questo che dà ad essi la certezza che egli vive ed è con loro.

Erano partiti sconsolati e delusi; tornano sui loro passi (segno dell’avvenuta conversione) e diventano annunziatori più che convinti del mistero pasquale.

Conclusione

I fedeli si raccolgono in assemblea spesso con mestizia e con indifferenza, ma gli animi cominciano a infervorarsi all’ascolto della parola di Dio, tuttavia è nell’eucarestia che si accorgono finalmente a quale sorte sono stati chiamati.

Se le convocazioni liturgiche si sciolgono spesso come sono state aperte è perché è mancato l’ascolto sincero della parola di Dio e soprattutto è stata seguita da un incontro superficiale (supposto magico) con il Cristo eucaristico. Per essere veri cristiani, all’unisono con la voce dello Spirito come Cristo, ci vuol ben più di una «buona comunione». Sarebbe troppo comodo se fosse così. Ciò che costa poco non può dare molto.

 

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