19 Apr Proposta di omelia per la 4a Domenica di Pasqua (26 aprile 2026)
IL BUON PASTORE
(At 2,14.36-41; 1Pt 2,20-25; Gv 10,1-10)
La predicazione pasquale continua a essere incentrata sulla persona di Gesù. Pietro prosegue la sua proclamazione solenne agli uomini di Gerusalemme. Un richiamo, che non deve cadere inutilmente, sulla svolta che ha subito la storia della salvezza. I Giudei possono continuare a farvi parte, ma debbono cambiare strada (conversione), accogliere come Signore colui che avevano condannato come malfattore.
Gesù non è tuttavia un despota che non si lascia avvicinare, ma un pastore solerte e buono che non vive del gregge, ma per il gregge. Egli non fa paura a nessuno, solo ai «ladri» e ai «briganti». Avvicinarsi a lui non è come sottoporsi a un potente della terra, ma al tutore della propria vita.
Prima lettura: «Costituito Signore e Cristo» (At 2,31)
La chiesa nascente è impegnata nel proclamare la sua fede nel Cristo risorto. Lo fa per bocca di Pietro attraverso i suoi così detti «discorsi cristologici» (At 2,14-39; 3,12-26; 4,9-12; 5,29-32 10,34-43). «Quel Gesù» che i nemici avevano crocifisso» è stato da Dio risuscitato» e «innalzato alla sua destra» (At 2,32-33). La sua sorte è radicalmente cambiata. Il patibolo indicava che era un reietto dal popolo e da Dio (cfr. Dt 21,22); la sua esaltazione dimostra il contrario. Essa avalla le sue rivendicazioni di essere
«messia» d’Israele e dà ad esse un coronamento, La «signoria» o regalità conseguita in seguito alla risurrezione dimostra che non l’aveva in precedenza. La morte è la fine dello stato servile e il passaggio a uno stato opposto, del Signore, cioè del Cristo che partecipa non solo della vita ma anche della gloria (eterna) di Dio. Paolo in Rm 1,4 afferma egualmente che è «stato costituito figlio di Dio potente dal giorno della sua risurrezione». Se Gesù per assurdo non fosse morto, sarebbe rimasto nello stato di debolezza e fragilità che segna ogni esistenza terrena. La morte è stata per lui una vera pasqua (passaggio).
La predicazione apostolica avrà avuto come quella di Cristo le sue difficoltà, ma Luca le ignora. Egli conosce solo i successi; persino i gerosolimitani sono toccati dal pentimento (v. 37) e chiedono le condizioni per ravvedersi… che, poi, sono quelle enunciate già nel Vangelo. Solo che accanto alla conversione non segue l’invito a entrare nel regno, ma a passare a Cristo, tramite il battesimo, per conseguire il perdono dei peccati e la recezione dello Spirito Santo, entrambi collegati alla risurrezione di Gesù, alla sua intronizzazione presso il Padre.
Israele ha perso il suo privilegio di essere o meglio di considerarsi popolo esclusivo di Dio. Ora la promessa è passata a «tutti»; anche a quelli che una volta erano lontani.
Seconda lettura «Lasciandovi un esempio» (1Pt 2,21)
Le comunità di Asia a cui è diretta la circolare della 1Pt sembrano soggette a persecuzioni; l’autore esorta i fedeli ad accettarle serenamente senza troppo rammaricarsi o ribellarsi, ispirandosi in ciò ai patimenti di Cristo. Anche se immeritate e quindi ingiuste le persecuzioni debbono essere accettate con pazienza e più ancora con gioia perché è la maniera di sentirsi vicini, addirittura assimilati a Cristo che nel corso della sua passione ha dato prova di pazienza eroica, sovrumana. Dopo la morte di Cristo il martirio non è più un’ignominia, ma un vanto.
L’autore legge l’opera di Cristo sia in chiave esemplare (v. 20) che espiatoria (vv. 24-25). Nel primo caso Gesù è salvatore perché ha compiuto con coraggio, fino al martirio, scelte giuste, segnalando a tutti il modo con cui Dio vuole che ci si comporti per piacere a lui; nel secondo al posto del capro e dell’agnello egli si è come caricato delle colpe di tutti e le ha cancellate nel mentre che sulla croce offriva la propria vita al Padre in risarcimento dei torti ricevuti dagli uomini. È evidente che quest’ultima versione crei più difficoltà di quante ne risolva.
Ad ogni modo le pecore erranti di una volta fanno ora par te del gregge di cui Cristo è il pastore e la guida: la notizia più accessibile e più consolante che l’apostolo offre ai suoi uditori o lettori.
Vangelo «Abbiano la vita in abbondanza» (Gv 10,10) vedi Lectio
Il testo di Gv 10,1-10 contrappone Gesù alle vecchie guide d’Israele, «i farisei» e «i Giudei» (9,40; 10,19), ma non sono escluse le altre forme di autorità dispotiche sempre possibili. Sono contrapposti tra di loro «il ladro» (colui che si appropria di ciò che appartiene ad altri), «il bandito» (chi ricorre alla violenza, persino all’omicidio), il mercenario («l’estraneo») e il pastore. Il «recinto» (in greco aulè, mai adibito per “chiuso” d’animali), anche se destinato alle pecore, fa pensare all’atrio del tempio più che di una reggia, il luogo appunto dove i «ladri» e i «briganti» esercitavano il loro potere. Essi sono abusivi perché non sono entrati per il legittimo ingresso, cioè per vie legali, ma attraverso intrighi e può darsi misfatti («rubare», «uccidere», «di struggere «v.10). Ricoprono un posto che nessuno, meno ancora Iddio ha loro assegnato.
Il quadro è fosco, i toni forti, ma non è la prima volta che Giovanni stigmatizza così duramente la condotta delle guide d’Israele (cfr. 2,16; 8,44). Su questo sfondo tetro si staglia la figura del vero pastore che più avanti Gesù chiamerà «buono» (v.11). In Ez 34,11-15 l’appellativo è dato a Jahvé; Gesù l’attribuisce a sé. Egli non è un «intruso» perché è entrato per la porta e d’intesa con il custode, il guardiano (supremo) del gregge; ha quindi tutte le credenziali giuste per l’ufficio che rivendica (pastore). Soprattutto ha il consenso e l’approvazione del gregge stesso il quale anche se considerato nel suo insieme è composto di persone concrete. Queste hanno un proprio nome e un’individualità distinta, attendono per questo un trattamento rispondente alle loro condizioni ed esigenze. Il vero pastore le conosce per nome e tratta a tu per tu con ognuna.
Il pastore non è un comandante ma un tutore dei componenti del gregge, di «tutte» e di ciascuna. Il suo primo compito è quello di «spingere» il gregge fuori del recinto ogni mattina per condurlo al pascolo, ma l’evangelista pensa soprattutto all’azione liberatrice di Gesù che è venuto a sottrarre i connazionali, il gregge di Jahvé, da quanti lo opprimevano e sfruttavano. Egli li trae fuori dalla soggezione del tempio (quasi come in un nuovo esodo) e li conduce verso i liberi pascoli del Vangelo.
Tutte le guide che hanno preceduto Gesù non sono state degne di tale nome; non sono state legittime perché elette per secondi fini e perché esse poi si sono comportate arbitrariamente. «Entrare attraverso Gesù» significa seguire la sua strada (14,6), ricalcare il suo esempio di dedizione e di amore (13,1,15).
La comunità di Cristo non è una raccolta di schiavi, ma di uomini liberi; i suoi componenti possono attendere a piacimento alle loro attività («entrare e uscire») e sentirsi al sicuro (salvi) da ogni paura. Ma la caratteristica principale è che ha pascoli a sufficienza; in sovrabbondanza, si aggiunge poco dopo.
Il discorso è figurato e si riferisce a qualcosa di più di un semplice cibo materiale. Gesù, il suo messaggio evangelico è la risposta piena a tutte le esigenze dell’uomo, materiali e spirituali, fisiche e morali.
Conclusione
La «similitudine» giovannea ha una sua chiara portata cristologica ed ecclesiologica il cui risvolto pastorale e parenetico è sempre attuale. L’evangelista si preoccupa di richiamare quella che è stata l’esperienza di Gesù. Ma anche di segnalare quali debbono essere i comportamenti delle guide attuali della comunità. C’è sempre da essere all’erta; il pericolo di abusare del proprio ufficio è sempre in corso. «Vengono in veste di agnelli e dentro sono lupi rapaci», aveva ammonito Matteo per mettere in guardia dai falsi profeti (7,15). Per Giovanni oltre che «rapaci» («ladri») sono anche criminali («briganti»). Si può uccidere in molti modi.
L’istituzione è sempre minata da emergenze sbagliate, affermazioni personalistiche, pressioni economiche. Qualsiasi tempio può diventare una «casa di mercato» (Gv 2,16) e più ancora un centro di potere e di sopraffazione. Gesù, come rimedio, suggerisce di preoccuparsi del fratello prima che di se stessi, del suo bene, della sua vita, della sua libertà, della sua alimentazione prima che della propria. Qui il quarto evangelista si ritrova in sintonia con la tradizione neotestamentaria che concepisce l’autorità solo come un «servizio», un aiuto acché gli altri, non chi la esercita, stia meglio.
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