Proposta di omelia per la 6a Domenica di Pasqua – anno A – (10 maggio 2026)

Proposta di omelia per la 6a Domenica di Pasqua – anno A – (10 maggio 2026)

LA FAMIGLIA DEI CREDENTI

(At 8,5-8.14-17; 1Pt 3,15-18; Gv 14,15-21)

Le «Letture» invitano ancora una volta a comprendere meglio Cristo risorto, ad annunziarlo più adeguatamente e a stringersi in­torno a lui nel creare la nuova fraternità di perdonati.

La Chiesa che appare negli Atti degli Apostoli è la continuazione della comuni di Cristo. L’incombenza che Gesù riserva a sé e consegna poi agli apostoli (Mt 10, 1-2) si ritrova nel diacono Filippo (At 8,7).

La «gioia» che provoca l’evangelizzazione è il termine adibito dai profeti per annunziare la felicità dei tempi messianici, causata dalla fine di ogni forma di schiavitù, di sperequazione e di indigenza (cfr. Is 61,2-2). Non è solo amicizia con Dio, ma anche pa­ce, tranquillità, benessere tra gli uomini.

La 1Pt invita il cristiano alla rassegnazione, alla pazienza; può essere un suggerimento opportuno, ma non è sempre necessario adottarlo indi­scriminatamente. Il cristiano è tenuto a sopportare gli erranti, ma anche a scoraggiare i «delinquenti».

Gesù ha accettato pazientemente la morte, ma, finché ha potuto, si è preoccupato di scansarla (cfr. Lc 4,28-30; Mt 12,15; 14,13; Gv 11,54) e non ha mancato di contestare i suoi giudici (cfr. Gv 18,23).

Prima lettura: «Cominciò a predicare» (At 8,5)

Il cap. VIII apre la II parte degli Atti degli Apostoli, che rievoca il cammino della «Parola» (v. 4) da Gerusalemme (1,8) verso le altre regioni della Palestina e la Siria (8,4-12,25), cominciando come è segnalato nella pericope attuale dalla Samaria.

Il primo protagonista Filippo, senza precisazioni, farebbe pensare a prima vista all’apostolo (cfr. At 1,13), ma più vero­similmente si tratta del diacono, già menzionato in 6,5 e che alla fine del libro riappare a fianco di Luca con l’appellativo di «evangelista» (21,8). I Samaritani, anche se dopo la fine del regno del nord si sono mescolati con altri popoli, erano fondamentalmente figli di Giacobbe (tribù di Manasse), solo che non si rapportavano più al sacerdozio e al culto di Gerusalemme (cfr. Gv 4,9). Erano per questo ri­tenuti eretici. Una preclusione valida per i Giudei, non più per i cristiani.

La predicazione di Filippo è accompagnata dai prodigi di vario genere. Il successo è sottolineato dalla «gioia» che si diffonde nella città e dall’amministrazione a intere folle del battesimo (vv. 6.12) «nel nome di Gesù» (v. 17). Non si tratta di una diversa formula battesimale, ma viene sottolineato l’effetto del rito compiuto, che provoca un’appar­tenenza del battezzato a Cristo. Il «nome» è un ebraismo che sta per «persona».

Il secondo quadro vede apparire le «due colonne» della chiesa di Gerusalemme (Gal 2,9), che vengono a controllare e a «confer­ma­re» l’opera di Filippo. L’imposizione delle mani fa pensare che si tratta di un rito diverso dal battesimo, de­stinato a conferire una qualche incombenza nell’annunzio del Vangelo. Lo Spirito Santo è il dono che spetta a tutti i credenti con le relative riper­cussioni che questo comporta.

Seconda lettura «Pronti sempre a rispondere» (1Pt 3,15)

La 1Pt è una specie di circolare inviata ai cristiani della «diaspora» per aiutarli a superare felicemente le varie prove che debbo­no affrontare. La pericope perciò è un’esortazione se non un’apologia della rettitudine e insieme della pa­zienza cristiana. La buona condotta non basta a tenere il fedele al sicuro da ogni ostilità, né l’appello alla giustizia è sempre la via migliore per risolvere i conflitti; il credente deve richiamarsi alla sua fede, per trovarsi più al sicuro.

Il pericolo può rimanere, ma nell’animo del fedele si fa strada la speranza, che si può definire come un ottimismo senza deli­mi­tazioni spaziali e temporali. Il cristiano non può soggiacere al male, ma nemmeno ripagare i torti con comportamenti analoghi. Pur udendo gli altri «imprecare» contro di lui, deve mantenere inalterata la sua dolcez­za. La verità si fa strada da sé; la buona condotta è perciò la migliore apologia del credente. Tale è la volontà di Dio illustrata dall’esempio di Cristo, che, nonostante la propria condotta irreprensibile, non sfuggì al patibolo.

Il testo delinea la figura ideale del cristiano: colui che ha Cristo nel proprio cuore, dove può «adorarlo», e da dove può attingere il necessario conforto per superare i disagi della vita. La passione e la croce segnano in apparenza una scon­fitta, in realtà sono un segno di coraggio e di eroismo. La morte è per il Cristo il sacrificio offerto al Padre per i peccati degli uomini, ma per la sua perso­na è la fine di un’esistenza impossibile. La differenza tra lo stato prima e dopo la ri­surrezione è la stessa che intercorre tra la fragi­lità della carne e la potenza dello Spirito, tra la morte e la vita.

Vangelo «Non vi lascerò orfani» (Gv 14,18) vedi Lectio

Il brano si può dividere in due punti: la venuta dello Spirito (vv. 15-17) e il «ritorno» di Gesù al Padre (vv. 18-21). Il salvatore annunzia le garanzie che lascerà ai suoi al momento della propria dipartita; conferirà ad essi i suoi stessi po­teri (vv. 12-14), so­prattutto invierà un nuovo Paraclito (vv. 15-17), senza con ciò attenuare i suoi legami con loro (vv. 18-21). Per questo il titolo della pericope potrebbe essere la presenza e la funzione dello Spirito di Gesù nella comu­nità.

I «comandamenti» che Gesù chiede di osservare non designano una somma di precetti, ma un modo di comportar­si, un ordi­namento di vita incentrato sulla carità, sulla benevolenza, sulla dedizione reciproca: l’unico segno che di­stingue i suoi discepoli (cfr. Gv 13,15.34).

Il «paraclito» è una designazione propria di Giovanni (cfr. 14,6-26; 15,26; 16,7), indica la funzione di assistenza, di prote­zio­ne, di guida, di difesa svolta dallo Spirito nei confronti dei fedeli e della comunità. La traduzione latina «avvocato» non è im­propria. Un «altro consolatore»: finché Gesù è con loro un tale compito è svolto da lui stesso.

Il paraclito è chiamato «Spirito di verità» perché rievocherà, integrerà, illustrerà ai discepoli l’insegnamento di Cristo e li aiuterà a comprenderlo e a difenderlo di fronte ad eventuali attacchi.

Se il «mondo» è ostile al messaggio evangelico lo è perché non ha fatto posto allo Spirito di Dio. Il «mondo» designa in Giovanni la parte degli uomini che rimane aggiogata alle forze del male, ossia a Satana che ne è il «principe» (Gv 13,31).

La «venuta» di cui Gesù parla è quella successiva alla sua risurrezione. Allora anche la sua umanità acquisterà la po­tenza e la mobilità dello Spirito. Egli se ne andrà da questa terra, e quelli che l’hanno processato e ucciso (il «mon­do») non potranno più rivederlo, mentre i credenti continueranno a sentirsi in comunione con lui, poiché il risorto entra in una nuova vita di cui essi so­no già in possesso.

«Il giorno» è quello della sua risurrezione e successiva manifestazione, allora la sua comunione con il Padre, tante volte rivendi­cata, apparirà senza alcuna ombra.

Giovanni parla del chicco di grano che muore per risorgere (12,24). Anche per Gesù la morte è stata una grazia, il termine di un’esistenza onerosa e l’ingresso nella potenza e nella gloria. Solo da risorto può risalire al cielo, inviare lo Spirito, esser costi­tuito salvatore (cfr. Mt 28,18-20).

La vita nuova passa attraverso la sua umanità, ma rigenerata, glorificata, spiritualizzata, non più carnale. Le parole del­la 1Pt 3,18 «messo a morte nella carne, reso vivo nello spirito» nascondono questo profondo significato che la comune predicazione è chiama­ta a riscoprire e riproporre.

Conclusione

La riscoperta di Cristo e dello Spirito è la riscoperta della comunità ecclesiale. Lo Spirito è la prima e inappellabile guida della chiesa. A lui Gesù ha affidato, secondo Giovanni, la tutela degli insegnamenti («verità») impartiti agli apostoli.

L’uomo è il tempio dello Spirito, tale è anche la moltitudine credente. Si tratta di accoglierlo, di dargli ascolto. Il credente e, più ancora, la comunità, che egli è chiamato a comporre, ha preso il posto dell’antico tempio. Il luogo d’incontro di Dio con l’uomo non è tanto la tenda o l’arca, quanto l’assemblea del suo popolo. Tutta la venerazio­ne che l’israelita era invitato a pre­stare al luogo sacro, il cristiano è chiamato a portarla all’uomo come a ogni suo assembramento: “Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20).

 

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